Friuli Venezia Giulia

Cabinovia, il Comitato risponde all’editoriale: ‘Il Carso non è un territorio da colonizzare’

Riceviamo e pubblichiamo la replica del Comitato No Ovovia all’editoriale del direttore dedicato all’eventualità che il ricorso presentato dal Comune di Trieste venga accolto dal Consiglio di Stato. Un intervento che contribuisce ad alimentare il dibattito pubblico su una vicenda che continua a suscitare attenzione, confronto e partecipazione. Ringraziamo il Comitato No Ovovia per la replica e per l’attenzione dimostrata nei confronti del nostro lavoro editoriale, segno di un dialogo vivo e di un interesse concreto verso il ruolo dell’informazione. Cogliamo l’occasione per ricordare ai lettori l’importanza di distinguere tra ciò che è un editoriale — spazio di analisi, interpretazione e opinione — e ciò che è un articolo di cronaca, basato invece sulla verifica dei fatti. Una distinzione che la nostra redazione ha sempre rispettato e continuerà a garantire con trasparenza. Nel tempo abbiamo dato voce, in modo equilibrato, sia a chi è favorevole sia a chi è contrario all’opera, mantenendo aperto uno spazio di confronto e pluralità che riteniamo fondamentale. Continueremo a farlo anche in futuro, con l’obiettivo di offrire ai lettori un’informazione completa e corretta. Invitiamo infine tutti a un confronto civile delle opinioni, nel rispetto delle idee e del lavoro di ciascuno, compreso quello di chi ogni giorno opera nel mondo del giornalismo, a tutela di una comunicazione responsabile e di una sana informazione.

26.01.2026 – 12.40 – Il Comitato No Ovovia, presa visione dell’articolo apparso a firma del direttore su Trieste News, ritiene importante evidenziare una riflessione nel merito di quanto in esso contenuto. L’articolo è molto articolato ma, allo stesso tempo, compie una forzata semplificazione di concetti complessi, forse dovuta a una scarsa conoscenza del mondo giuridico e dei ruoli istituzionali che i vari protagonisti svolgono nella vicenda “cabinovia”. Va usata molta cautela nell’affermare che la funzione originaria della politica sia decidere assumendosi il rischio di sbagliare, quasi a suggerire che il volere politico debba essere assoluto, tale cioè da essere sollevato dall’obbligo di rispettare la legge. In una democrazia esistono limiti all’azzardo. Al fine di tutelare l’interesse della comunità, princìpi, leggi e organi di garanzia impediscono l’arbitrio e costringono non solo a valutare in modo approfondito i pro e i contro delle decisioni, ma anche a renderne pubbliche e complete le motivazioni. Tanto più in un caso come questo, in cui le leggi europee e nazionali proteggono in modo rafforzato un bene ambientale, sacrificabile solo in presenza di un’estrema necessità. Il TAR, chiamato a valutare i benefici che l’opera avrebbe apportato alla cittadinanza, ha stabilito che la dimostrazione fornita dalle amministrazioni fosse insufficiente e, quindi, al fine di tutelare il bene pubblico, ha ritenuto che l’incerta utilità dell’opera pesasse meno del danno ambientale certificato.

Concordiamo che la cabinovia non sia bella, né poetica né romantica, ma non è nemmeno utile, perché non risolve la viabilità cittadina e non sarà economicamente sostenibile. Abbiamo dimostrato, con argomentazioni scientifiche e tecniche, che non è indispensabile per la salute e la sicurezza dei cittadini. Non è stato lo “specchio dell’estetica” a motivare la nostra battaglia, bensì la necessità di evitare alla città un danno ingiusto, ambientale ed economico, la volontà di reagire all’approssimazione del progetto e delle procedure amministrative, nonché l’esigenza di dare voce alla cittadinanza, che dell’opera ha immediatamente percepito l’irrazionalità. Decisamente oscura, seppur pittoresca, l’immagine che evoca in modo confuso il Consiglio di Stato, l’interesse pubblico e indefiniti scrupoli procedurali, ritenuti insufficientemente motivati dal TAR. Di chi fossero tali scrupoli procedurali non è dato sapere: certo non delle amministrazioni, che scrupolose non si sono dimostrate.

Trancianti appaiono le conseguenze attribuite alla pronuncia del Consiglio di Stato auspicata dall’autore, che ci riportano nel mondo dei sogni del progetto del Comune e della ditta Leitner, nel quale la cabinovia diventerà trainante per il funzionamento della città, risolverà la viabilità di Opicina e di Barcola, ridurrà la pressione sulle strade e, soprattutto, rigenererà il rapporto tra il Carso e la città. Mai abbiamo pensato che fosse “un capriccio alpino trapiantato sul Carso”, così come mai abbiamo ritenuto che il Carso, senza la cabinovia, fosse una “periferia da compatire”. Apprendiamo dall’articolo la necessità di ridare centralità all’altopiano, integrandolo come parte della città e occupando spazi oggi non valorizzati. Non vi sembrano vagamente “trumpiane” queste affermazioni? Non vi appaiono permeate da un sottile spirito colonialista? Forse è questa la verità celata dal progetto: utilizzare la cabinovia come un cuneo per favorire insediamenti, giustificando i punti di arrivo e di partenza in territori ritenuti da “implementare”. Nasce così il sospetto che anche l’unicità del Carso, del suo ambiente e della sua cultura debbano essere intaccate in nome di un dominante concetto di utilità economica, che tutto giustifica.

Per il Comitato No Ovovia
Trieste, 25/01/26

Dott. Arch. William Starc

[c.s.] [f.f.]

Cabinovia: se il Consiglio di Stato dice sì, Trieste smette di aver paura di salire




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