“Buon compleanno, Peppino!”: De Nittis, quell’atelier in piena luce in Rue Viete
Nella diciottesima puntata della rubrica domenicale di Nino Vinella, giornalista e divulgatore, dal titolo “Buon compleanno, Peppino!” (immagini realizzate con AI dall’ing. Angelo Marzocca, ndr) in occasione del 180° anniversario della nascita, la qunta parte del capitolo dedicato all’atelier in quella casa De Nittis a Parigi, Rue Viete…
Scrivono Giovanni Lamacchia e Mariagraziella Belloli nella loro insostituibile pubblicazione “Il Dossier De Nittis” (Stilo Editrice, 2017) che: “Nell’atelier all’aperto – così denominato nell’Inventario predisposto a cura notarile per accertare la effettiva e complessiva consistenza dei beni post mortem del Pittore, ndr) – oltre ai tipici accessori da atelier dell’epoca (colonne, armi, manichini di cavallo, due stufe, due cavalletti, tavolini, sedie e materiali da lavoro), c’erano anche due casse contenenti 150 abbozzi (Goncourt annotò nel Journal che quando l’artista le apriva e mostrava gli studi vesuviani ai suoi ospiti, Degas faceva “il cieco”) e alcune decine di studi eseguiti in varie tecniche. Il documento menziona anche, insieme ad un torchio per le incisioni due armadi in legno bianco dei quali il più piccolo (quello a cassetti) passerebbe inosservato se la vedova non avesse specificato, in un curioso episodio, che il marito aveva fatto costruire appositamente quel mobile con precise indicazioni per conservare le sue incisioni”.

Ed ancora:“Viene spontaneo domandarsi come potesse trovarsi in un atelier all’aperto tutto quel materiale delicato. A fornire una risposta vi sono varie fonti, ma la più interessante è quella fornita dallo stesso De Nittis in una pagina di “Notes et souvenirs” dove, in un episodio riconducibile al 1883 che vede protagonista Degas si legge: “A lunghi passi si misurava il mio studio a vetrate dove io dipingo in piena luce. Era una sera di plenilunio e una luce azzurrognola delineava la figura”. Dunque, la denominazione di “atelier all’aperto” usata dagli estensori dell’Inventario era impropria si trattava piuttosto di un “atelier in piena luce”, insomma un atelier “sotto vetro”.
Fine della parte quinta. Continua…

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