Buen Camino | Indie For Bunnies
Premessa doverosa. Ho sempre amato lo Zalone di Zelig, ma non mi è mai piaciuto quello dei film. Non li ho visti tutti, ma almeno tre sì. “Buen Camino” è il quarto cui ho avuto accesso. Dico subito che per me è stato il meno peggiore: rispetto agli altri, almeno stavolta ho riso ogni tanto.
Partiamo dalle stroncature. “Buen Camino” soffre di alcuni mali atavici del cinema italiano. Ad esempio, come spesso accade, una scelta di attori di contorno di qualità non eccelsa; qui siamo al livello di una tipica fiction nazionale. E sì che – immaginando i prevedibili incassi – si poteva investire maggiormente per coprotagonisti più bravi. Se devi far ridere servono dei caratteristi validi, o almeno gente che sappia reggere dei dialoghi un minimo strutturati. Male, insomma.

Secondo, la regia. Forse a qualcuno questo film farà venire voglia di affrontare il cammino di Santiago: a me, no. E non sono le scomodità del viaggio a scoraggiare – scomodità che Nunziante e Zalone ovviamente calcano per accendere l’effetto umoristico – quanto l’impressione che lungo il percorso ci sia troppa gente e troppo invasata. A parte ciò, altre grandi mancanze sono una fotografia pessima e una regia da cinepanettone. Luci piatte, scarso uso del campo largo a mostrare le bellezze lungo il cammino, frequenti cambi di inquadratura su figure statiche, in pieno stile da serie tv italiana a basso costo. Male, insomma.
Cosa va salvato di questo film? Beh, forse – finalmente – un importante cambio di paradigma: un inizio di inversione da un politically correct in versione turbo e che negli ultimi dieci – quindici anni ha appiattito il potenziale della comicità cinematografica nostrana. Non sto dicendo che la direzione da seguire sia quella di Pio e Amedeo, ci mancherebbe, ma le due battute fulminanti di Zalone sul patrigno palestinese della figlia e sulle camerate troppo promiscue degli ostelli mi hanno fatto ridere di gusto. Il comico pugliese le ha giustificate adducendo l’evidente stupidità del miliardario che interpreta, ma io credo che si possano fare battute che sottolineano – con sarcasmo – la stupidità del male compiuto dagli uomini, colpendo lo spettatore, che deve riflettere, anziché indignarsi in sala per poi tornare serenamente a scrollare i reel di Instagram sul divano di casa.
Il film si conclude con una canzoncina su problemi degli uomini di mezza età, slegata dalla trama: davvero poca cosa. Eppure, la gente in sala ha riso e alla fine ha pure applaudito. Sic.
Questo “Buen Camino” porterà ancora una volta tanti soldi all’avvocato-comico barese. Gli diamo atto di aver acceso un lume di cambiamento nel panorama della commedia tricolore, ma il compitino svolto è stato – di nuovo – facile e leggerino. Le opere dei vari Salce, Monicelli, Germi sono davvero troppo lontane.
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