Società

Brunello Cucinelli: «Ho sempre pensato al giusto profitto, non al massimo. Se non troviamo una nuova organizzazione del lavoro, non andremo lontano»

«Ho sempre pensato al giusto profitto, non al massimo». Non è solo una dichiarazione d’intenti, è il punto da cui Brunello Cucinelli sceglie di cominciare a raccontarsi. Seduto sul palco del Teatro dell’Opera di Roma, accanto a Giuseppe Tornatore, al Maestro Nicola Piovani e a Saul Nanni – che nel film interpreta il suo alter ego da ragazzo – quella frase diventa la chiave con cui leggere Brunello – Il visionario garbato: un racconto che tiene insieme impresa, filosofia e memoria, dopo le immagini, i silenzi, i fuochi nelle vigne e i paesaggi visti in sala.

È Tornatore a prendere per primo la parola. Con pochi gesti precisa la natura del patto che ha dato origine al film: «Ringrazio Brunello Cucinelli per avermi permesso di entrare nella sua storia raccontandola a modo mio». All’inizio, ammette, lo conosceva poco. A colpirlo non è stato un curriculum, ma un temperamento: «Quando ti dice una cosa e tu stai per rispondere “no”, sei già fregato: non lo sai, ma sei già fregato». Su questo carattere costruisce anche la forma del film. La lavorazione, ricorda, è andata avanti tre anni: quando Cucinelli chiama quello che definisce «il suo regista del cuore», gli pone una sola richiesta – «non mi piacciono i ricordi postumi» – e in cambio gli offre piena autonomia. «Mi ha lasciato libero anche nei tempi», racconta Tornatore. «Mi è venuta l’idea di raccontare la storia come una partita a carte, un’attitudine che Brunello, da bambino, aveva appreso dal nonno al bar del paese». Quel bar è il Gigino, dove il giovane Brunello passa interi pomeriggi, e diventa un punto di svolta quando, negli anni Sessanta, la famiglia si sposta dalla campagna a Ferro di Cavallo, il quartiere di Perugia, perché «la vita in campagna non dava più da vivere e il padre è costretto ad andare a lavorare in fabbrica».

Sul grande schermo, il percorso parte da ancora più lontano: l’Umbria rurale di fine anni Cinquanta. Il bambino che corre tra i filari con un aquilone costruito con gli ombrelli rotti, i pantaloni corti con le bretelle. Da queste immagini prende corpo un’autobiografia in flashback, che segue il ragazzo fino a Solomeo – borgo medievale di cinquecento abitanti – dove nascerà l’impresa globale, senza che si perda il filo dei suoi valori: dignità, bellezza, giustizia sociale.


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