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Brex: «La mia famiglia nel rugby si sente parte di un tutto»

Per gli appassionati di rugby, il volto del piccolo Baltazar Brex è già familiare. Ha solo quattro anni ma è sempre accanto al suo papà, Juan Ignacio “Nacho” Brex, nei momenti che contano. Lo scorso 7 febbraio, prima giornata del Sei Nazioni 2026, lo ha accompagnato in campo per festeggiare il traguardo delle 50 presenze in maglia azzurra. Una replica di quanto visto un anno fa, sempre allo stadio Olimpico di Roma, quando Brex ha avuto i gradi di capitano per la sfida contro l’Irlanda. Ed è con lui a fine partita, quando gli Azzurri vanno a salutare i tifosi sugli spalti.

«Anche se è piccolissimo, gli piace entrare in campo con me. Lo chiede sempre e per me è un’emozione grandissima», spiega Nacho Brex, classe 1992, centro della Nazionale italiana di rugby, dal 2022 sposato con Oriana Karamalikis e papà di Baltazar, 4 anni, e Olivia, 2 anni. «Olivia è ancora troppo piccola, sa che papà esce per andare a giocare a rugby o viene a vedermi allo stadio» ma non ha esattamente chiara la situazione. «La paternità non mi ha cambiato, magari ho più responsabilità e posso uscire un po’ meno rispetto ai ragazzi più giovani ma nel gioco il mio approccio è cambiato poco o niente. Mia moglie è bravissima a sostenermi, sa che il rugby è una priorità ma la famiglia viene sempre prima», una famiglia «molto coinvolta nel mondo del rugby, ci sentiamo parte di un tutto». E chissà se la palla ovale continuerà a passare di generazione in generazione.

«Mi piacerebbe tantissimo che Baltazar giocasse a rugby, perché è il mio sport ma ogni volta che glielo chiedo mi risponde di no. Anche se poi quando siamo a casa, sul divano, mi chiede di giocare a fare i placcaggi. Ora è appassionato di macchine e mi dice che vorrebbe guidare i go-kart. Qualsiasi cosa deciderà di fare, che sia il ballerino o il pilota, lo sosterrò e sarò contento», continua Brex, reduce da un ottimo Sei Nazioni, dove l’Italia ha battuto per la prima volta nella storia l’Inghilterra. «È stata una vittoria storica, incredibile. È un risultato che cercavamo da anni, che fa parte del nostro percorso di crescita. Ora l’obiettivo è tenere questo livello e restare all’altezza delle aspettative», ma nessuno si è montato la testa: «Siamo una squadra umile, teniamo i piedi per terra. Vincere il Sei Nazioni al momento è sempre un sogno. Noi lavoriamo sul passo dopo passo. Andiamo avanti per gradi». Anche se, «dopo aver battuto la Scozia, che poi ha vinto con Inghilterra e Francia, ci possiamo considerare i migliori», scherza il giocatore nato a Buenos Aires, con nonni e bisnonni italiani e arrivato nel nostro Paese nel 2015.

«La cosa più positiva, al di là dei risultati, è quanto sia maturato questo gruppo, fuori e dentro il campo, soprattutto nella gestione del gioco», torna serio: «Per esempio, con l’Inghilterra anche se non abbiamo fatto la nostra migliore partita, abbiamo vinto. In passato non lo avremmo fatto, anzi a volte perdevamo anche se facevamo la partita perfetta». Grande artefice del cambiamento è sicuramente l’allenatore Gonzalo Quesada. «Ha messo ordine a questo gruppo», spiega. «Gonza studia tantissimo, è una persona molto attenta ai dettagli e fino a che non ha trasmesso tutto, non smette. Ha anche una visione cinica del gioco», che nel rugby vuol dire non perdere mai occasione di fare punti. Punti che possono essere segnati con le mani (marcando una meta) o con i piedi (attraverso calci di punizione o trasformazioni) e che infiammano il pubblico che è tornato a gremire lo Stadio Olimpico: «È un grande piacere e ci riempie di orgoglio avere lo stadio tutto esaurito. Noi siamo l’immagine di copertina ma questa attenzione del pubblico fa bene a tutto il movimento».


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