Cultura

Brent Faiyaz – Icon: Il bisbetico domato :: Le Recensioni di OndaRock

Ci vuole coraggio nel mettere nero su bianco i colori più torbidi del proprio carattere. Ma Brent Faiyaz c’ha costruito una carriera: è lui l’ultimo Lothario del rhythm’n’blues eternamente imbronciato dietro gli occhiali scuri, un sex-symbol che ama tormentare e tormentarsi con ogni nuova conquista, perché l’amore non è bello se non è tossico e dilaniato dai rimpianti. Certo, il rischio è enorme, viviamo in un’epoca nella quale proporre questo tipo di maschilità non è più così facile né tantomeno accettabile – l’abbiamo visto nel recente decadimento mediatico del certified lover boy per eccellenza Drake, anche se è l’altro rapper Future il personaggio più adatto per rappresentare il peccato della lussuria nel moderno panorama musicale americano.
Poco male, Brent continua sulla propria strada con un terzo album di studio rilasciato indipendentemente dopo mesi di disguidi e una prima partenza deragliata dal gossip perché, in Rete, speculavano di una liaison con Halle Bailey mentre questa era ancora impegnata col rapper DDG, già padre di suo figlio – alla fine non era vero, ma Brent ormai calzava troppo bene il profilo del terzo incomodo da chiamare nei momenti di crisi.

Invece, nonostante un titolo certo roboante, “Icon” sorprende in positivo, presentandosi come un ascolto maturo per temi e struttura, tornito da una sonorità elegante e moderna, orchestrata tra colori elettro-acustici e ritmi in punta di funky – palpabile la mano di Raphael Saadiq in qualità di executive producer. Brent è ancora innamorato, ovviamente, ma non si sta più trascinando tra i letti altrui in cerca di dopamina a buon mercato, ha scoperto una rinnovata dedizione verso la compagna che lo sta aspettando a casa – non saranno mai solo rose e fiori, certo, ma a trent’anni compiuti forse è il caso di provarci almeno una volta.
Eccolo dunque impomatato sulla lucente ballata “World Is Yours”, quasi un Marvin Gaye trasportato negli anni Ottanta del sophisti-pop, oppure mentre sogna a occhi aperti contro gli archi pizzicati di “Four Seasons”. Sono momenti sottili, ma calzanti; dopo la splendida introduzione orchestrale “White Noise”, incontriamo il calore acustico di “Wrong Faces”, brano nel quale è Brent a farsi colonna stabile della relazione in un soprendente scambio delle parti. Implorante, malinconica e fluttuante, “Butterflies” stende le ali con rara delicatezza interpretativa, ancor più emotiva la melodiosa “Strangers”, sorretta da una matura onestà lirica.

Piace, insomma, “Icon”. Raro disco del panorama r&b maschile capace di elevarsi con una propria personalità e senza rivangare le gesta del solito Weeknd, ultima superstar del genere in ordine di apparizione. Perché anche quando Brent scivola sopra le mattonelle fluorescenti di Michael Jackson con “Other Side”, o si perde in uno stiloso lentazzo post-disco come “Pure Fantasy”, la mano rimane salda al timone, l’atmosfera tenuta al passo non si lascia andare a effusioni fuori luogo né ricalca canovacci vintage troppo abusati.
Peccato giusto per il bizzarro impiego dei filtri alla voce su “Have To”, brano che poteva essere un duetto con un’ospite femminile (Ari Lennox sarebbe stata perfetta), ma nel complesso l’ascolto è solido anche quando “Vanilla Sky” lo conclude con un breve piglio acustico – già, perché con sole dieci canzoni per appena mezz’ora di durata, “Icon” vince anche per brevità, altra nota di non poco conto per i cosiddetti “dischi d’amore”. Difficile, semmai, pensare al profilo dell’autore in termini mainstream come magari intravisto ai tempi del precedente “Wasteland” (2022), soprattutto adesso che si sta muovendo da solo, ma per una volta anche la critica indipendente ha qualcosa da masticare, al netto di ogni gossip e tradimento. Davvero niente male.

23/02/2026




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