Bosnia o non Bosnia, che fatica il nostro calcio!

E il bello è che in tutto questo, al netto dell’insopportabile enfasi, c’è del vero, visto che le ultime due eliminazioni, contro la Svezia (2017) e la Macedonia del Nord (2022), le abbiamo vissute come delle tragedie umilianti che ancora adesso ci svegliano di notte. Sempre con la stessa inesorabile trama: l’Italia che attacca con le gambe e la testa di piombo, gli altri che non ci fanno segnare, e nel finale ce lo mettono in quel posto tra le lacrime di disperazione degli azzurri.
E se la smettessimo con questa retorica da assalto alla baionetta? Con i richiami a Caporetto e ad altre famose disfatte militari? E se la prendessimo un po’ più alla leggera, che in fondo c’è di peggio nella vita? L’ultima volta si parlò perfino di apocalisse (sconsigliabile con questi venti di guerra), e che fosse impensabile che una Nazionale che ha vinto 4 titoli Mondiali e 2 Europei, potesse finire in questo baratro. Lo stesso psicodramma di quando a San Siro, dopo un buon primo tempo, abbiamo perso 4-1 con la Norvegia. E tutti a ripetere, come un nastro registrato, che non si può continuare così, che ormai in serie A son quasi tutti stranieri, che Federcalcio e Lega non fanno nulla per sostenere la Nazionale, che stiamo facendo crescere degli adolescenti orfani delle estati mondiali.
Forse invece siamo proprio noi, non più di primo pelo, a sentirci orfani. E così abbiamo ricominciato con il trito amarcord sul trionfo di Spagna ’82, sui tre gol di Paolo Rossi al Brasile; e la pipa di Pertini, la gente per le strade impazzite di gioia. E poi “Il cielo sopra Berlino” nel 2006, il rigore di Grosso, i lanci chirurgici di Pirlo, le invenzioni di Del Piero, le parate di Buffon.
Tutto molto bello perché tutti noi, che abbiamo una certa età, ci ricordiamo dove eravamo e con chi eravamo in quelle estati dei Mondiali. Le strade vuote che si riempiono dopo la vittoria, gli amici del cuore, quelli incontrati per la strada, quella gioia infantile che nella vita, quando il tifo non diventa un’ossessione, serve a stemperare problemi ben più gravi. Certo, sempre di calcio parliamo, però sono emozioni che lasciano il segno, che ora vediamo riprodursi, in scala ridotta, per Sinner nel tennis, per Antonelli nella Formula 1, o nelle vittorie olimpiche dei nostri azzurri.
Sembra anzi che, per un beffardo contrappasso, più diventiamo bravi nelle altre discipline, nello sci, nell’atletica, nel volley, nel nuoto, più diventiamo scarsi in quello che era lo sport nazionale. Come se l’antica magia si fosse esaurita, come se quel gioco non ci piacesse più. Lo si avverte anche nelle interviste: quando parlano questi ragazzi e ragazze che trionfano negli altri sport, che una volta chiamavamo minori, è un piacere sentirli. Ti emozionano, c’è vita. Dietro ci sono sempre delle belle storie, storie di sacrifici, di volontà, di famiglie che si sono fatte in quattro. Quando sentiamo invece i calciatori, con quelle frasi stereotipate, è una tristezza, un grigio elenco di banalità. Diventa difficile che giocatori così diventino dei modelli di comportamento, dei simboli per altri giovani. Mai una parola originale, mai una presa di posizione su qualsiasi avvenimento. Di cosa hanno paura? Che cosa temono?
Per questo, comunque vada a finire domani sera con la Bosnia, il problema è che il nostro calcio da un pezzo non sta bene. Più nella testa che nei piedi. Diciamo che la Nazionale è importante e poi non ha ottenuto neppure uno stage nei quattro mesi di pausa. Siamo aggrappati a vecchi ricordi, ma la realtà è che il povero Gattuso deve fare i salti mortali per mettere assieme un gruppo di giocatori che non solo siano bravi ma abbiamo anche delle forti motivazioni. Per riuscirci il buon Rino ha dovuto andare a cena con tutti visto che non poteva vederli nei raduni. E poi le visite, le chiamate telefoniche, le chiacchierate personali per risollevare l’autostima. Tra poco, per confortarli, spegnerà la luce e darà loro l’orsacchiotto antistress. Perché questi giocatori, che pure guadagnano milioni, hanno anche un problema di autostima. Con queste fragilità che ne riducono il rendimento, ne aumentano l’ansia, ne bloccano la creatività.
Forse riusciremo a battere questa Bosnia, che già ci fa paura. Però, l’altra vera missione sarà quella di rigenerare questo calcio sempre più modesto e intristito. Questa sì che sarà dura. Ce la faremo?
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