Bosnia-Italia 5-2, anatomia di una disfatta mondiale

Per fare un confronto, la Bosnia ha solo 15mila tesserati. Una differenza enorme, che rende inaccettabile il discorso sull’attaccamento sociale e sul coraggio dimostrato, in questa occasione, dagli azzurri. Possiamo capire Gattuso che, in lacrime, si scusa e ringrazia comunque i suoi giocatori per l’impegno e il cuore profuso. È vero: nella ripresa, l’Italia ha tenuto il punto, cercando anche di chiudere la partita. Però la questione è un’altra: non si doveva arrivare neppure a questo bivio. «Siete messi davvero male se avete paura del Galles e preferite noi», aveva detto alla vigilia Dzeko.
Una sintesi perfetta di come l’Italia sia arrivata confusa a Zenica, in questo stadio da 8mila posti con la gente che lancia i fumogeni dai balconi dei palazzi vicini. Anche il loro tifo, per quanto caldo e assordante, alla fine è stato corretto. Si erano paventati scenari infernali, improbabili gironi danteschi. Nulla di tutto questo: c’erano tifosi giustamente contenti di mandare la loro nazionale ai Mondiali superando un avversario che ha un nobile blasone ma un presente in totale caduta libera. Al di là di cosa farà Gattuso (il suo contratto scade nel prossimo giugno), il problema è ben più profondo. Di allenatori, da Ventura a Mancini, da Spalletti a Gattuso, ne abbiamo consumati in quantità industriali. Tutti incapaci? Tutti da buttar via? Ma cosa può fare un allenatore se nei grandi club si dà spazio, a parte qualche eccezione, solo agli stranieri? E se Lega e Federcalcio non ti danno la possibilità neppure di organizzare uno stage non fermando mai il campionato? Il presidente Gravina qualche domanda ora deve pur farsela. Non si può galleggiare sempre nella mediocrità. Dimissioni mai? L’unico modo per risalire è toccare il fondo. Bene, l’abbiamo toccato.
Alcuni azzurri sono anche da elogiare: Kean, Locatelli, Barella e Tonali sono stati all’altezza. E anche Palestra, subentrato al posto di Politano, ha dato una potente spinta sulla destra. Però ci sono state troppe imprecisioni, poca lucidità. Soprattutto questa incapacità di arginare gli esterni bosniaci che ci saltavano come volevamo per arrivare al cross. Non si può reggere all’infinito una pressione così costante. Si può recriminare, non a torto, su qualche episodio arbitrale non del tutto convincente. Come quando nel primo tempo supplementare il signor Turpin ha punito Muharemovic solo con un giallo, dopo aver steso Palestra lanciato verso la porta bosniaca.
Diciamo che con Bastoni l’arbitro era stato più severo. Ma sono discorsi che hanno poco senso: le grandi squadre sono superiori anche alle sviste arbitrali. Noi non lo siamo più da tempo e proprio da questa consapevolezza dobbiamo ricominciare se vogliamo riportare il nostro calcio a un livello adeguato. Ma senza questa enfasi stucchevole da fine del mondo, con questi lugubri richiami all’apocalisse o alle tante Caporetto della nostra storia, a partire dall’indimenticabile Corea. E lasciamo stare anche i bambini senza le estati mondiali. Si divertiranno con Jannik Sinner o Kimi Antonelli. Non è il momento per queste metafore, restiamo nel calcio. La prima volta con la Svezia ci poteva stare, ora basta. Il discorso è semplice: siamo mediocri, ripartiamo dalle fondamenta.
Questa nostra inadeguatezza la si è vista anche nei rigori. Non è vero che è una lotteria: ai rigori vince chi è più determinato, più lucido. E ha più voglia di centrare l’obiettivo. I bosniaci con Thairovic, Tabacovic e Alajbegovic sono stato implacabili. I nostri erano smarriti, lo sguardo incerto: Il giovane Esposito ha malamente tirato alto, Cristante contro la traversa. L’unico all’altezza è stato Tonali, che ha spiazzato con freddezza il portiere Vasilj. Ma non è stato un caso: Tonali è di un’altra categoria, gioca in Premier League, è abituato a queste sfide. Una volta l’Italia aveva tanti Tonali. Ora non più. Prima ce lo mettiamo in testa, meglio è per tutti.
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