Borse europee, la sfida degli utili
Dopo un anno molto positivo per i mercati azionari, ma con risultati societari sostanzialmente stabili, le azioni europee continuano a trattare a sconto rispetto a quelle statunitensi. Tuttavia, questo elemento da solo non è sufficiente: per sostenere i mercati è necessaria una crescita della redditività aziendale. Secondo il consenso degli analisti, i profitti delle società europee dovrebbero aumentare tra il 10% e il 12%: è questo il fattore chiave per garantire una performance solida. Ne è convinto John Surplice, director, Uk & European equities di Invesco, che abbiamo intervistato in esclusiva.
Quali fattori potrebbero sostenere o frenare i mercati nei prossimi mesi?
“Il principale rischio resta legato alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Tutto dipende dalla durata del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Se sarà breve, potremmo assistere a un aumento temporaneo dei prezzi dell’energia, seguito da una normalizzazione. In questo caso, l’impatto sugli utili sarebbe limitato. Se invece il conflitto dovesse prolungarsi e diventare più complesso, potremmo trovarci di fronte a una nuova crisi energetica: non necessariamente grave come quella del 2022, ma comunque significativa. Al momento i mercati sono preoccupati, ma non stanno ancora scontando uno scenario di lungo periodo, come accaduto con la guerra in Ucraina”.
Quali settori offrono oggi le migliori opportunità?
“In uno scenario di conflitto limitato, il settore bancario resta tra i più interessanti. È stato il miglior comparto lo scorso anno e, anche se non è più così a buon mercato, offre ancora opportunità. Inoltre, se i prezzi dell’energia restano relativamente elevati, è probabile che i tagli dei tassi in Europa siano più contenuti. Questo è positivo per le banche, che beneficiano di tassi stabili o relativamente alti. Il punto chiave è evitare un deterioramento del credito: al momento il contesto appare stabile. Lo abbiamo visto anche con la guerra in Ucraina, quando le banche sono scese inizialmente ma poi hanno recuperato”.
Ci sono altri temi rilevanti per i prossimi mesi?
“Sì, il cambiamento della politica fiscale in Germania. Dopo anni di rigore, il Paese sta aumentando la spesa pubblica, soprattutto in difesa e infrastrutture. Questo processo è iniziato già nel 2025 e prosegue anche quest’anno. La Germania è stata in recessione negli ultimi anni, ma potrebbe tornare a crescere intorno all’1%. Questo miglioramento dovrebbe sostenere l’intera economia europea, in particolare i settori più ciclici”.

Il settore della difesa è ancora interessante?
“Sì, resta un settore fondamentale. Dopo la guerra in Ucraina le società della difesa sono state rivalutate in modo significativo dai mercati, con un forte aumento delle loro valutazioni. Ora è importante che la crescita degli utili confermi queste valutazioni, e finora sembra che stia accadendo. Inoltre, la spesa per la difesa in Europa è destinata a crescere non solo nel breve periodo, ma anche nel prossimo decennio, con una quota crescente destinata alle aziende europee. Questo rende il settore ancora strategico”.
Quanto dovrebbe pesare l’equity europeo in un portafoglio globale?
“Il punto centrale è l’equilibrio. Oggi un portafoglio globale resta fortemente concentrato sugli Stati Uniti, con un peso intorno al 65-70%. Questo riflette anni di sovraperformance americana, ma potrebbe non essere sostenibile nel lungo periodo. Europa e Regno Unito rappresentano valide soluzioni per diversificare, perché meno correlati al mercato statunitense”.
Che impatto potrebbe avere la politica della Bce?
“Ci stiamo muovendo verso un contesto più normale rispetto al passato. Dopo anni di tassi molto bassi o negativi, entriamo in una fase più stabile. Non mi aspetto movimenti estremi: eventuali rialzi, se accompagnati da crescita economica, sarebbero coerenti con un ciclo sano. Storicamente, tassi tra il 3% e il 4% erano considerati normali. Oggi siamo ancora sotto il 3%, quindi stiamo semplicemente tornando verso livelli più standard”.
È il momento di tornare sulle small e mid cap europee?
“Sì, perché la performance recente dei mercati è stata molto concentrata su pochi titoli di grande capitalizzazione. Settori come il lusso e i semiconduttori hanno trainato i listini, lasciando indietro le piccole e medie imprese. Inoltre, i flussi verso strumenti passivi come gli Etf hanno penalizzato ulteriormente questo segmento. Oggi, però, proprio per questo motivo, emergono molte opportunità interessanti. Le small cap offrono anche un buon livello di diversificazione, perché meno legate all’andamento dei grandi titoli tecnologici statunitensi”.
Quali caratteristiche cercate nelle aziende?
“Ci concentriamo su società in fase di trasformazione, dove il mercato non ha ancora pienamente riconosciuto il potenziale.
Analizziamo un orizzonte di 3-5 anni, valutando come potrebbero evolvere redditività e valore. È un approccio che richiede analisi approfondita e un dialogo costante con il management, perché individuare un’opportunità non significa automaticamente che si realizzerà”.
Può fare qualche esempio di titoli in portafoglio?
“Tra le nostre principali posizioni figurano Banco Santander, UniCredit, ArcelorMittal e Rolls-Royce Holdings. UniCredit è una storia di forte rilancio, con elevata generazione di capitale e ambizioni di consolidamento europeo. Santander sta migliorando la redditività e punta a risultati tra i più elevati del settore bancario. ArcelorMittal beneficia di condizioni più favorevoli per l’acciaio europeo, grazie a regole più stringenti sulle importazioni. Rolls-Royce è un’azienda in fase di rilancio, dopo anni di difficoltà, sostenuta dalle attività nel settore della difesa e dallo sviluppo di nuove tecnologie energetiche”.
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