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Boots on the ground e blitz segreto, le due carte nel mazzo di Trump: cosa può succedere

I consiglieri di Donald Trump premono sul presidente affinché trovi una via d’uscita dal conflitto in Iran. A pesare nelle valutazioni degli uomini vicini al tycoon, riferisce il Wall Street Journal, le preoccupazioni per l’aumento dei prezzi del petrolio e per una guerra che potrebbe comportare pesanti conseguenze politiche. Secondo gli analisti sarebbero due le scommesse ad alto rischio sulle quali il capo della Casa Bianca potrebbe decidere di puntare per dichiarare la vittoria sulla Repubblica Islamica ed entrambe comporterebbero l’invio di forze Usa sul campo. L’occupazione dell’isola di Kharg e delle sue infrastrutture petrolifere, la prima. Una mossa che rappresenterebbe una linea rossa che però Washington, almeno per il momento, non sarebbe disposta a superare. Più accreditata, e peraltro già evocata dallo stesso commander in chief nei giorni scorsi, una seconda iniziativa che consisterebbe in una missione su suolo iraniano per recuperare l’uranio arricchito dal regime di Teheran.

A confermare che il combustibile radioattivo iraniano sia al centro del mirino del commander in chief è la Cnn che riferisce delle discussioni in corso all’interno dell’amministrazione repubblicana. Secondo le fonti consultate dall’emittente all news, sette funzionari attuali ed ex funzionari a conoscenza della pianificazione militare, il recupero delle scorte di uranio arricchito dell’Iran, che si ritiene si trovino in un deposito sotterraneo presso il sito di Isfahan e in parte nell’impianto di Natanz, richiederebbe un numero significativo di truppe di terra statunitensi.

Se Trump dovesse dare il via libera all’operazione per il recupero dell’uranio si tratterebbe di un’escalation che metterebbe in pericolo un gran numero di soldati nell’ambito di una complessa missione volta a spostare o mettere in sicurezza tonnellate di materiale radioattivo. Le fonti consultate dalla Cnn sostengono che l’uranio di Isfahan è accessibile agli iraniani che hanno rimosso le macerie delle strutture in superficie colpite dai raid americani del giugno scorso e che quindi è di nuovo possibile accedere ai tunnel sotterranei dove è nascosto il combustibile.

Attacchi dal cielo sarebbero insufficienti per raggiungere le aree sotterranee di Isfahan e pertanto la Casa Bianca starebbe discutendo dell’invio di unità d’élite dell’esercito statunitense, non escludendo il coordinamento con l’esercito israeliano. I militari dovrebbero infiltrarsi nei tunnel della struttura e mettere in sicurezza o distruggere l’uranio. La missione in questione richiederebbe decine, se non centinaia, di militari aggiuntivi per supportare i soldati delle forze speciali. Tale supporto dovrebbe occuparsi non solo di garantire la sicurezza dell’area, considerata la presenza dell’esercito iraniano, ma anche fornire assistenza logistica necessaria per maneggiare materiale nucleare nel sottosuolo.

Tra i mezzi e le unità che potrebbero prendere parte alla delicata missione ci sarebbero il 75esimo Reggimento Ranger o l’82esima Divisione aviotrasportata e aerei di esfiltrazione e infiltrazione come gli aerei MC-130J o elicotteri MH-47 Chinook, oltre ad una copertura dall’alto durante tutta la durata dell’operazione.

Sull’ipotesi di una missione Usa di questo tipo in Iran interviene Edward Luce. Il celebre commentatore scrive sul Financial Times che per Trump la tentazione di dare il via libera a un’operazione lampo ad Isfahan potrebbe essere irresistibile ed il suo successo offrirebbe una “spettacolare via d’uscita” per il tycoon. Se però il piano del presidente americano non dovesse andare come sperato, il suo fallimento verrebbe associato a quello della missione di salvataggio degli ostaggi autorizzata da Jimmy Carter nel 1980. Un fantasma che, a partire dalla presa di Teheran da parte dei radicali islamici, ha tormentato (e convinto all’inazione) tutti gli inquilini della Casa Bianca che hanno valutato di intervenire militarmente contro la minaccia iraniana.


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