Bono/Burattini – Ora Sono Un Lago
Tempi dissonanti e claustrofobici richiedono una musica capace di fare ciò che nessun linguaggio sembra più voler fare: destrutturare e riassemblare il mondo. Smontare ciò che ascoltiamo, ciò che respiriamo, ciò che ci viene raccontato come inevitabile, e ricomporlo in una forma diversa, più onesta, più sensibile, più umana. In questo senso la strada della metamorfosi e della trasfigurazione diventa quasi una necessità etica prima ancora che artistica.

È la traiettoria che Francesca Bono e Vittoria Burattini continuano a percorrere con “Ora sono un lago”, un lavoro che sembra nascere direttamente dal tempo storico che abitiamo e cioè un tempo pieno di contraddizioni, di guerre illegali, di morti assurde e violente, di narrazioni ufficiali che provano a ricoprire di normalità ciò che normale non è. In questo paesaggio incrinato, questa musica diventa uno spazio di resistenza sensibile, un luogo dove i sentimenti, il peso della memoria e perfino i corpi inanimati che ci circondano – con i loro silenzi e con i vuoti creati dalle loro assenze – tornano a parlare.
“Ora sono un lago” è, innanzitutto, una vera e propria superficie riflettente. Un’acqua immobile nella quale si specchiano non solo i nostri volti, ma anche il mondo, il Paese, la realtà o almeno quella che crediamo essere la realtà. Una realtà spesso costruita come un mosaico incompleto: pieno di lacune, di menzogne, di versioni parziali dei fatti. In questo lago sonoro tutto sembra oscillare tra riflesso e profondità. Ciò che arriva all’ascolto è una lingua musicale pulsante di vita e di verità, capace di costruire ambientazioni cosmiche e sperimentali che si muovono in modo circolare, come correnti sotterranee che non smettono mai di ritornare. Il rumore, qui, non è mai semplice disturbo. Diventa materia viva, una consistenza positiva, fantasiosa, minimale e vibrante, capace di generare visioni. Le trame sonore sembrano espandersi lentamente, come onde che si propagano sull’acqua, e dentro questo movimento trovano spazio tensioni e aperture, pieni e vuoti, presenze e mancanze.
Dentro “Ora sono un lago” convivono, quindi, diverse correnti musicali: noise-rock, istinti progressive-rock, atmosfere post-rock. Ma non sono etichette rigide; sono, piuttosto, direzioni possibili, traiettorie attraverso cui il disco si muove liberamente, senza vincoli temporali e senza nostalgie programmatiche. Tutto appare sospeso in un presente mobile, un presente che ha la forza di guardare contemporaneamente avanti e indietro, verso ciò che siamo stati e verso ciò che potremmo ancora diventare. Il viaggio che Francesce Bono e Vittoria Burattini propongono è un’immersione. La musica scava, stratifica, si addentra nelle profondità torbide e opache dell’esperienza contemporanea. Attraversa sedimenti di paura, di rimozione, di abitudine. E proprio lì, sul fondo melmoso, dove, spesso, finiscono le cose che non vogliamo più vedere, riaffiorano sentimenti, sogni, ricordi, progetti, idee e amori che erano stati gettati nella compiacente e comoda dimenticanza.
È come se il disco invitasse a recuperare ciò che avevamo lasciato sprofondare, ovvero le parti più vulnerabili di noi stessi, quelle che la società dell’immagine, delle mode temporanee e delle illusioni virtuali cerca, continuamente, di anestetizzare. In questo processo, l’Io smette di vivere di riflessi altrui e prova, finalmente, a riconoscersi per quello che è. Per questo “Ora sono un lago” non è soltanto un esperimento sonoro o un mero esercizio di stile. È una guida alla riappropriazione della soggettività. Un invito a riprendere coscienza di sé stessi come esseri senzienti, a ristabilire un contatto autentico con la propria sensibilità e con le proprie percezioni. Solo attraverso questo ritorno alla dimensione sensibile diventa possibile riconnettersi, davvero, con ciò che sta fuori: con l’ambiente, con gli altri, con le loro similitudini e con le loro differenze. Solo così possiamo provare a liberarci del mostro che continuiamo ad alimentare ogni giorno – quel meccanismo di paura, conformismo e rinuncia al quale, troppo spesso, sacrifichiamo la nostra libertà.
Nel riflesso quieto e inquieto di questo lago sonoro, forse, possiamo ancora imparare a riconoscerci. E, soprattutto, a non smettere di cercare ciò che sta sotto la superficie.
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