Bonifica Crotone, parla un ex operaio
Bonifica di Crotone, la testimonianza di un ex operaio raccolta dagli studenti del Liceo Classico Pitagora. Dietro la facciata del benessere si celava il pericolo. «Lavoravamo a stretto contatto con gli acidi
ma pensavamo solo alla stabilità che ci dava il salario»
CROTONE – È esistito un tempo in cui Crotone non era solo mare e silenzio, ma il respiro febbrile di un’industria che non si fermava mai. In quegli anni, varcare i cancelli delle fabbriche significava entrare in un mondo di contrasti feroci: tra l’orgoglio di appartenere a una realtà industriale concreta e il peso invisibile di un sacrificio che si consumava, silenzioso, turno dopo turno.
Oggi, a prestarci i suoi ricordi è Antonio, un uomo che ha vissuto sulla propria pelle l’ascesa e il crepuscolo di quell’epopea di fuoco e metallo. Attraverso le sue parole, ci addentriamo tra i fumi degli impianti e il calore della fosforite, riscoprendo una storia fatta di dignità operaia, cesti natalizi e quel terribile, quotidiano baratto tra il pane e la salute. Quella di Antonio non è solo una testimonianza: è l’eco ancora viva del fischio della sirena che chiamava a raccolta un’intera generazione, segnandone per sempre il destino.

In quale industria crotonese ha lavorato e di cosa si occupava?
«Nel 1969, a soli 24 anni, varcai i cancelli della Montecatini. Era l’inizio di un’epoca. Poi divenne Enimont, a seguito della fusione con l’Eni. Fino al 1983, il mio mondo è stato quello degli impianti, dove mi occupavo della produzione dell’acido solforico. Ero un giovane specializzato in termicità dei metalli, uscito dal professionale, e quel posto per me era il futuro».
Lei è un ex operaio, potrebbe raccontare una sua giornata di lavoro?
«La giornata iniziava prestissimo, con quel saluto alla famiglia che portava sempre con sé un pensiero silenzioso: la speranza di varcare di nuovo la porta di casa la sera. Il ciclo era incessante: arrivava la fosforite, la legavamo all’acido termico e generavamo l’acido solforico. Passavamo ore tra depurazione e concentrazione, fino a mandare il prodotto al TPF (tripolifosfato), quelle imponenti strutture in muratura che chiunque attraversasse il ponte non poteva non notare.
Da lì nasceva il detersivo migliore d’Italia, destinato a colossi come Miralanza e Palmolive. Era un lavoro di precisione e tensione. Di notte i guardiani giravano ovunque, persino nei bagni, per controllare che nessuno fumasse. Soprattutto vicino al nitrato ammonico, dove ogni scintilla poteva trasformare la fabbrica in una bomba. Ci vietavano le sigarette per la nostra sicurezza, ma nel frattempo respiravamo veleno».
Cosa rappresentava la fabbrica per lei e per i suoi colleghi?
«Lavorare in fabbrica, per me e per i miei colleghi, non era solo un impiego: era la promessa mantenuta di un futuro. Rappresentava la sicurezza scolpita nel marmo, la certezza che domani ci sarebbe stato ancora il pane in tavola e una dignità da difendere.
In quegli anni, la Montecatini brillava come il gioiello più prezioso della Calabria. Crotone non era una periferia dimenticata, ma la “Milano del Sud”, un motore che girava a pieni giri e trascinava con sé l’intera economia. Eravamo in 1890 quando venni assunto: 1890 vite che, all’apparenza, non avevano nulla da chiedere di più. C’era benessere, c’era orgoglio, non c’era spazio per la lamentela. Ricordo ancora l’attesa per le festività. I direttori ci consegnavano i fatidici cesti: tornavi a casa con quel carico di brioche e prelibatezze tipiche calabresi e ti sentivi parte di qualcosa di grande. Quel pacco tra le braccia era il segno tangibile che la fatica veniva riconosciuta. “Ne vale la pena”, pensavamo ogni volta varcando i cancelli».
Quali opportunità garantiva questo lavoro?
«La fabbrica ci apriva anche le porte del mondo. Grazie ad un piccolo prelievo mensile dalla busta paga, quasi impercettibile, potevamo permetterci viaggi di piacere che altrimenti sarebbero stati sogni irraggiungibili. Io ho visto l’Inghilterra e la Romania con gli occhi di chi sa di aver pagato un privilegio con il proprio sudore, ma a un prezzo di favore: dove gli altri spendevano 5000 lire, noi ne pagavamo 3000.
Era un sistema che funzionava, un patto tra noi e il gigante d’acciaio che ci faceva sentire, per la prima volta, al centro del mondo».
Sapevate di venire in contatto con materiali pericolosi?
«Sì, lo sapevamo. Era naturale, quasi scontato. Io lavoravo a stretto contatto con l’acido, respirando ogni giorno gli elementi tossici che lo componevano. Ero consapevole di cosa stessi toccando, ma la necessità è una voce che urla più forte della paura. Come diciamo dalle nostre parti, “ingoiavo il nocciolo” e andavo avanti. Chinavo la testa e lavoravo, perché non c’erano alternative. La consapevolezza del pericolo era così diffusa che usciva dai cancelli della fabbrica e arrivava nelle case, tra la gente. Ricordo che quando una ragazza iniziava a frequentare un giovane che lavorava alla Montecatini, o peggio ancora alla Pertusola, le famiglie si opponevano in alcuni casi. Dietro la facciata del benessere e del buon partito, si nascondeva un destino già segnato. C’era un bisogno disperato di lavorare, di avere quella stabilità che solo la fabbrica poteva dare. Questa la nostra realtà: scegliere di vendere la propria vita a rate, pur di garantire un presente alla propria famiglia».
Da ex operaio ha mai avuto paura per la sua salute?
«Se da un lato il salario e la stabilità erano certezze scritte sulla carta, dall’altro c’era la vita vera — quella che avrei dovuto riportare a casa ogni sera, e che invece restava lì, tra i fumi della fabbrica. Ho visto troppi colleghi piegarsi, spegnersi, ammalarsi. Periodicamente ci sottoponevano a esami: schermografie al torace, spirometrie per i polmoni, analisi del sangue. La cosa paradossale, quasi beffarda, è che secondo quei referti eravamo tutti un ritratto di salute. “Sani come pesci”, dicevano i medici. Poi, all’improvviso, bastava un semplice mal di testa per scoprire che il tempo era scaduto. Nel giro di sei o sette mesi, quegli stessi uomini sani perdevano la vita. Ricordo bene chi lavorava nel reparto del nitrato ammonico. Lì si mescolavano nitrato e ammoniaca per creare il concime per la terra, ma quella stessa terra avrebbe presto accolto chi lo produceva. Lavoravano senza protezioni, senza mascherine, respirando veleno puro. Il cancro non ha avuto pietà. Oggi, se cerco i volti di allora, ne trovo pochissimi per strada. La maggior parte di loro si è trasferita definitivamente in viale Antonio Gramsci: al cimitero di Crotone».
Ha mai ricevuto indennizzi?
«Sì, per l’esposizione all’amianto. Solo quattro anni di contributi extra, perché lì ero rimasto relativamente poco. Ma c’era chi stava peggio. Nel reparto strappamento zinco della Pertusola, la direzione aveva trovato una soluzione agghiacciante: davano ai lavoratori un chilo di macinato di vitello al giorno. Era il loro modo di risarcirli, mentre lo zinco, giorno dopo giorno, gli divorava letteralmente lo smalto dei denti. Mangiavano carne per dimenticare che la fabbrica stava mangiando loro».
Cos’è accaduto con la stagione dei fuochi e la chiusura delle fabbriche?
«Non ho vissuto la stagione dei fuochi, ma ho marciato a Palermo, Roma e Torino. Quando si iniziò a parlare di chiusura totale, l’aria cambiò. Molti approfittarono della situazione per accaparrarsi i pre-pensionamenti o fare un gruzzoletto prima del naufragio. Stavamo passando dalla gloria industriale all’incertezza del domani. La chiusura non fu solo un fatto economico, fu un terremoto sociale. Crotone aveva tutto: Montecatini, Pertusola, la cartiera, lo zuccherificio… eravamo ricchi. Quando i motori si sono spenti, la città ha perso il suo cuore pulsante».
*Team Ribelli Kronici
Liceo classico Pitagora di Crotone
Intervista realizzata
nell’ambito del progetto
A scuola di OpenCoesione
Source link



