Bologna Violenta – Oblomovismo | Indie For Bunnies
“Oblomovismo” è uscito quattro giorni prima dell’inizio del 76° Festival di Sanremo. Scrivo questa recensione poche ore prima della fine della rassegna canora e, pur non sapendo ancora chi vincerà, posso già affermare con assoluta certezza che ciò che ho ascoltato rappresenta quanto di più banale, stanco e deprimente sia mai stato offerto in un contesto tradizionalmente povero. Brani inconsistenti propinati su un palco sopra il quale si è svolta la consueta, soporifera parata di sketch penosi e scialbi monologhi.

In parole povere: uno spettacolo indecoroso che richiama proprio quell’oblomovismo che dà il titolo al nuovo album di Nicola Manzan e Alessandro Vagnoni. Secondo il dizionario il termine in questione, coniato dallo scrittore russo Ivan Aleksandrovi? Gon?arov, indica un temperamento caratterizzato da una remissività apatica e fatalistica. L’inerzia e la pigrizia mentale sono, del resto, i fattori essenziali dell’inspiegabile ritorno al successo della kermesse sanremese: una moda cui siamo condannati ormai da quasi dieci anni, o almeno dalla prima edizione condotta da Amadeus.
Gli elementi succitati non sono però alla base dell’ultima opera prodotta dal progetto Bologna Violenta che, in maniera quasi provvidenziale, torna oggi alla ribalta a sei anni di distanza dal precedente album “Bancarotta Morale”. Un disco che serve a ricordarci che la musica italiana, se vuole, può essere audace, originale e sperimentale, in pieno contrasto con la piatta mestizia targata Rai.
In poco meno di mezz’ora, per sedici tracce brevi quando non brevissime, veniamo travolti da un delirio sonoro all’insegna del cybergrind – un mix tanto brutale quanto raffinato tra grindcore e industrial – che Manzan e Vagnoni collocano in un’atmosfera quasi cinematografica, in debito con quelle colonne sonore dei film italiani degli anni ’60 e ’70 che tanto hanno influenzato i Calibro 35. Aggiungeteci malsane melodie esotiche, capaci di evocare un oriente corrotto, e avrete un’idea del genio di questi due musicisti, capaci di essere cervellotici in maniera ironica e dissacrante.
Lo dimostrano i numerosi campionamenti inseriti tra un brano e l’altro, tratti da film immaginari (imperdibili quelli di “uomini sottosviluppati” e “bestia uccide a sangue film”) o dal sottobosco dei video virali. Si spazia dalle disperate grida di una signora divenuta – suo malgrado – fenomeno social per una telefonata sulle fettine di vitello (“il vitello d’oro) all’immancabile Wanna Marchi che, nella disturbante “wanna be satan” (già pubblicata come singolo dal 2017), si trasforma in una vocalist improbabile ma efficacissima per una variante sintetica dei Cripple Bastards.
In “Oblomovismo” c’è tutto quello che manca all’Italia di Sanremo: ironia, sfrontatezza, talento e quel sano desiderio di scioccare da troppo tempo assente anche nella scena alternativa. Una boccata d’aria malsana, ma assolutamente necessaria.
Source link




