Blondshell – Violins | Indie For Bunnies
C’è una ragazza a Los Angeles, Sabrina Teitelbaum, che imbraccia la chitarra quando è incazzata nera e ci scarica addosso 39 minuti di fottuto esorcismo rock. Si chiama “Violins”, è il suo terzo album ed è un disco che vi prenderà allo stomaco, facendovi sudare e godere.

L’opera è, dal punto di vista prettamente formale, l’ennesimo saggio di tassidermia storica applicato al revival degli anni ’90. La title-track “Violins” è una bomba atomica che vi farà saltare sul letto: parte sorniona in acustico e poi esplode in quel meraviglioso baccano Loud-Quiet-Loud. È una figata pazzesca che evoca la sfrontatezza pop di Avril Lavigne e il nichilismo nerd dei Weezer. Ma, se analizzato con lo specillo del chirurgo, il pezzo non fa altro che riciclare intuizioni strutturali già codificate dai Pixies nel 1988 ed esaurite dai Nirvana trentacinque anni fa. La Teitelbaum urla la sua vulnerabilità parlando di traumi e manipolazioni mascherate da dolcezza (il gioco fonetico tra Violins e Violence), ma la confezione estetica ricalca pedestremente i cliché del grunge di seconda mano.
Ciononostante, il disco ha un tiro micidiale e scorre che è un piacere, senza un briciolo di noia. Prendete la marcia d’addio di “Heart Has To Work So Hard“: quel ritmo militaresco vi si pianta nel cervello mentre lei sputa in faccia a un’amicizia tossica. È un pezzo che possiede una discreta tensione interpretativa nonostante si adagi su progressioni armoniche elementari. Subito dopo, “Lucky” ci regala un’introduzione di tastiere dolcissima, un daydream nostalgico e infantile che vi farà stringere il cuore, prima che la batteria entri a dare una salutare mazzata rock all’atmosfera.
Il vero problema emerge quando la Teitelbaum decide di voler passare in radio a tutti i costi. “Two Fried“ (co-scritta con Samia) e il simil-funk di “New Age Trojan Horse“ sono canzonette pop ruffiane che ricordano le peggiori derive commerciali di Natalie Imbruglia o il synth-pop da colonna sonora dei tardi anni ’80. Qui l’esistenzialismo viscerale di Blondshell si riduce a mero intrattenimento per masse nostalgiche.
I picchi creativi dell’album si concentrano invece dove il furore si placa per fare spazio alla classe cristallina: la ballata ipnotica “Sea Legs“ è un capolavoro di atmosfera. Quell’intro di synth evoca la sensualità vellutata di Sade, mentre il testo malinconico saccheggia la solennità di Leonard Cohen. Insieme alla successiva “New Shape”, crea un dittico di spessore monumentale, da accendini accesi nello stadio buio, che quasi ci fa dimenticare la mancanza di audacia strutturale del resto del disco.
Il finale è una scalata drammatica: l’incompiuta “Knotted” flirta con una coda strumentale aperta che vi lascerà con il fiato sospeso, seguita dalla ballata pianistica “Reinstall“. La chiusura affidata a “Fur Elise“ copia spudoratamente il canone folk-rock ultraterrene di Phoebe Bridgers, ma lo fa con un’esplosione chitarristica finale così libera.
In conclusione: “Violins” è un album fottutamente godibile, arrangiato con i sacri crismi e privo di cali di tensione. Vi piacerà, lo consumerete, vi farà sentire vivi. Ma non gridate al miracolo e, per favore, non strappatevi i capelli. Sabrina Teitelbaum sa come toccare i tasti giusti della nostra emotività, ma per inventare un nuovo linguaggio musicale la strada è ancora terribilmente lunga.
Sabrina ha capito la lezione più importante del rock’n’roll: non devi spiegare troppo le cose alla gente.
Alzate il volume e lasciate che i violini sanguinino.
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