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Bill Callahan – My Days Of 58: Sono solo un essere umano :: Le Recensioni di OndaRock

È inconsueto fare un bilancio della propria vita alla soglia del cinquantottesimo compleanno, lo è ancora di più per un personaggio poco incline a sentimentalismi come Bill Callahan. Tuttavia, per il musicista americano il 2026 è un anno particolarmente importante, visto che è trascorso poco più di un mese dall’intervento chirurgico per la rimozione di un tumore al colon diagnosticato sul finire del 2025. Per un artista aduso nel confrontarsi con temi come la solitudine, l’angoscia e la morte, un album come “My Days Of 58” è dunque molto più che una raccolta di canzoni.

Dopo tre anni di tour documentati in maniera egregia con due dischi live, “Resuscitate!” e “What A Night”, il primo album di inediti di Bill Callahan è come un viaggio nell’Ade, ma più che risposte offre un susseguirsi di domande.
Sono tanti gli interrogativi posti già dalla prima traccia, “Why Do Men Sing”, un viaggio negli inferi dove Lou Reed come novello Virgilio accompagna l’artista in un luogo dove le risposte sono altrettanti interrogativi.
Non inganni la premessa introspettiva di “My Days Of 58”, Bill Callahan non rinuncia al consueto umorismo e scetticismo; per quanto struggenti, le canzoni non indugiano in malinconia e commiserazione, anche quando il tono diventa greve e i fiati accennano toni quasi funebri (“Steppin’ Out For Air”), i testi sono surreali e il passo assume un’andatura più spigliata quando all’interno del racconto compare uno scoiattolo, vero protagonista di una delle composizioni musicalmente più complesse.

Il solido supporto dei musicisti – tra gli altri Jim White (Dirty Three) alla batteria, Matt Kinsey alla chitarra e Dustin Laurenzi al sassofono – è responsabile del tono più incisivo di molte tracce, alcune potenzialmente allegre ma sempre profonde e ricche di tensione, come l’aspra “The Man I’m Supposed To Be”: canzone scelta come singolo e come manifesto di un disco dalle pulsanti tematiche sia liriche che musicali.
Il disperato grido di rivolta contro l’eccesso tecnologico di “Computer” e l’agrodolce dissertazione sul ruolo del musicista nello splendido numero folk-jazz-kraut di “Pathol O. G.” caratterizzano due canzoni solo apparentemente ordinarie, restituendoci un Callahan sempre sarcastico, alla maniera di Randy Newman, tanto da rendere complementari la genuinità acustica della prima e l’articolata orchestrazione della seconda, due brani insolitamente diretti nella loro dissacrante lucidità.

In questo viaggio verso la terza età, ci sono segnali dissonanti e come sempre impenetrabili: la vita on the road evocata dalla steel guitar in “Highway Born” ha poco in comune con le ondeggianti atmosfere ambient e orientaleggianti di “The World Is Still”, quasi a voler mettere in contrasto la voglia di viaggiare con gli ostacoli che la vita frappone ogni giorno, ed è forse racchiusa in questa incertezza del futuro il dialogo immaginario padre-figlio della delicata “Empathy”.
In questo gioco di contrapposizioni, passato e presente hanno egual rilievo: alla nostalgica “West Texas” (con un eccellente Richard Bowden al violino), dove Callahan sembra citare per un attimo “Vincent” di Don Mc Lean, e all’altrettanto sconsolato atto d’amore per la sua città, Austin, di “Lonely City”, il cantautore contrappone una furiosa, disordinata e ingannevolmente improvvisata “And Dream Land”, dove la steel guitar stavolta è fagocitata da una jam jazz-rock-country.

Dopotutto la musica per l’ex-Smog è materia malleabile e funzionale alle storie da raccontare, e quelle di “My Days Of 58” sono intense e adorabili, ma soprattutto ricche di un’umanità che di questi tempi è quasi rivoluzionaria.

04/03/2026




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