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Big Tech a Trump: «A Minneapolis serve de-escalation»

Preoccupazione, dolore e dissenso. Appelli a Donald Trump perché metta fine agli eccessi e alle violenze nella campagna anti-immigrazione. Da Tim Cook di Apple a Sam Altman di OpenAi, i vertici di Big Tech – o almeno una parte influente delle grandi società della Silicon Valley – escono allo scoperto per esprimere il loro malessere davanti alle politiche dell’amministrazione. Sconvolti, come gran parte degli Stati Uniti, per l’uccisione di due cittadini americani da parte delle squadre degli agenti federali a Minneapolis.

«Sono affranto, è il momento di una de-escalation», ha scritto Cook in un messaggio ai dipendenti. «Sono convinto che l’America sia più forte quando siamo all’altezza dei nostri ideali migliori, trattiamo tutti con dignità e rispetto, indipendentemente da chi siano e da dove provengano, quando sposiamo la nostra condivisa umanità». Il messaggio fa seguito ad un simile appello del Ceo di OpenAi, Sam Altman, che ha denunciato come gli agenti anti-immigrazione dell’Ice e le guardie di frontiera si siano «spinti troppo in là» e occorra «distinguere tra espulsioni di criminali violenti e ciò che sta accadendo». De-escalation: è stata anche la richiesta arrivata nei giorni scorsi da oltre 60 Ceo di grandi aziende con sede a Minneapolis, da Cargill a Target, da General Mills a Best Buy, e sostenuto dalla Chamber of Commerce Usa, la maggiore lobby di business nazionale. Il ceo di JPMorgan Chase & Co, Jamie Dimon, si è già espresso in modo diretto sull’Ice: «Non mi piace quello che vedo, penso che dovremmo calmare un po’ la rabbia interna sull’immigrazione».

Cook è attento a evitare lo scontro con la Casa Bianca. Cita una «buona conversazione con il presidente», dice di «apprezzare» la sua disponibilità su «questioni importanti per tutti noi». Anche se i dubbi restano: Trump ha fatto qualche passo indietro a Minneapolis, ma in un comizio nello Iowa ha ancora definito gli immigrati arrestati e non in regola «feroci criminali» che vogliono «bruciare le nostre fattorie e i nostri centri commerciali».

Se però è difficile parlare di una rivolta dei Ceo, le prese di posizione rompono il silenzio-assenso finora esibito al cospetto della Casa Bianca: per convinzione o quale prezzo da pagare per fare business – intelligenza artificiale e acquisizioni – ed evitare rappresaglie.

I top manager hanno ascoltato le proteste diffuse tra dipendenti, ingegneri e scienziati della Silicon Valley che nel generale disimpegno e con qualche svolta conservatrice ha lasciato il megafono alla destra e pro-Trump: all’imprenditore ideologo Peter Thiel o ad Elon Musk, o al venture capitalist Marc Andreessen.


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