«Benedetto Croce interessa in Cina e presto ci sarà l’enciclopedia su di lui»

La luce del mezzogiorno entra dalle grandi vetrate. Questo luogo sembra una casa abitata. Non è – come può capitare in simili situazioni – un ossario pieno di fantasmi. Il ricordo si fa vita e il pensiero si rinnova. La pasta portata in tavola è notevole. Spaghetti al pesto, con una abbondanza di anacardi triturati che li rendono quasi dolci, senza essere nauseanti. Negli anni Ottanta Benedetta codirige su Radio Tre il contenitore culturale, che si chiama prima Spazio Tre e poi Prima Pagina, antesignano di Fahrenheit. Si avvicendavano fra gli ospiti Gian Arturo Ferrari, Ernesto Ferrero, Giorgio Manganelli, Anna Foa, Emilio Gentile, Massimo Cacciari e Giuliano Ferrara. Benedetto Croce era stato a lungo estraneo allo spirito dei tempi. «Allora era prevalente l’interesse per la psicanalisi, la scuola delle Annales con la Nouvelle Histoire e lo Strutturalismo. Era comprensibile che la Laterza privilegiasse questi nuovi campi di ricerca, trascurando la riproposizione delle opere di Croce. Mi resi conto nelle conversazioni del pomeriggio alla radio che molto stava cambiando e che editori come Einaudi e Mondadori pensavano di ripubblicarlo. Incaricata da mia madre, chiesi un consiglio a Luciano Foà e a Roberto Calasso su quale fosse l’editore giusto per riproporlo. E loro, con mia grande sorpresa, vista l’impostazione poco incline allo storicismo e i filosofi di punta del catalogo adelphiano (a cominciare da Nietzsche e Heidegger), mi risposero che sarebbero stati felici di pubblicarlo nell’Adelphi perché, come disse Calasso, Croce era nel novero degli scrittori “indispensabili”. Per questo lasciammo Laterza e approdammo in Adelphi».
Gli esiti di questa scelta sono stati significativi: nel 1989 c’è stata la pubblicazione del primo titolo, “Contributo alla critica di me stesso” e, poi, sono seguiti altri ventisei libri, per trecentomila copie che, in maniera graduale, hanno permesso a Croce di uscire dal dimenticatoio dove era stato riposto.
La pasta è buonissima. Ne prendo una altra doppia forchettata dalla terrina. Benedetta è nata e cresciuta a Roma. Ma – nella classica dimensione antropologica e culturale dei ceti intellettuali del Novecento – si è divisa fra le città e la provincia, l’Italia e l’Europa, i microcosmi e il mondo. La famiglia Croce è da sempre legata al Piemonte. Racconta con il divertimento di chi nutre la sua interiorità del ricordo: «Da bambina trascorrevo con mio fratello Piero le estati lunghissime fra un anno scolastico e l’altro in Piemonte a Colleretto Giacosa, nella casa di nonna Paola Giacosa, figlia di Piero, un entomologo fratello del drammaturgo Giuseppe Giacosa, e di nonno Enrico Craveri, un avvocato che era stato travolto dal fallimento delle attività finanziarie di quel genio mattoide che era il biellese Riccardo Gualino. A Colleretto Giacosa e a Parella, l’altro piccolo borgo in Canavese dove si trovavano le case di vacanza di famiglia, passavamo mesi bellissimi a leggere Alexandre Dumas, Walter Scott e i romanzi russi, a pescare i gamberi nei torrenti e ad andare in bicicletta, a scendere nella Ivrea di Adriano Olivetti e ad andare a fare escursioni in Valle d’Aosta a Cogne e a Champoluc e a Gressoney».
La mozzarella, servita con pomodori, è eccezionale. Alla terza fetta mi fermo. Qui tutto parla di questa storia, ma Benedetta ha avuto la forza di non farsi travolgere da una personalità che ha plasmato una epoca e che, appunto, da qualche decennio viene riscoperta. A pochi metri da noi, mobili russi hanno sostituito i mobili originali distrutti nel 1926 dalla incursione di una squadra fascista e, dall’altra parte della casa, sono conservati i libri, le lettere e gli appunti di Croce. A differenza di molte altre grandi famiglie di ricchezza materiale e culturale, le figlie, le nipoti e i nipoti dell’autore di “Perché non possiamo non dirci cristiani” non hanno subito forme di annichilimento: «Ho dovuto fare i conti per tutta la vita con un complesso di inadeguatezza nei confronti della tradizione familiare. Lo sguardo degli altri su di noi esisteva. Ricordo mio fratello Piero che, all’esame di maturità, non andò bene nell’orale di filosofia. Per i commissari non era concepibile che il nipote di Croce non fosse un brillante dissertatore».
Indugio nel piatto con un pezzo di pane nell’olio, nel siero del formaggio e nel sale, in osservanza alla dimensione popolare, non retorica né popolana, che rendeva Benedetto Croce – “il senatore” per tutti a Napoli – tanto amato dai suoi concittadini. Craveri, dopo la laurea con Giovanni Macchia, ha costruito una identità di studiosa e di scrittrice pubblicando nel 1982 per la prima volta con Adelphi “Madame du Deffand e il suo mondo”: «Proposi a Calasso una scelta di lettere di questa grande epistolografa e lui mi incoraggiò invece a scriverne la biografia. Fu il suo attestato di fiducia ad aiutarmi a superare la mia paura cronica di mettere in imbarazzo la mia famiglia». Da allora, avvalendosi di accuratissime ricerche bibliografiche e archivistiche ha pubblicato con questo editore sei libri, tradotti in numerose lingue. Il prossimo, in uscita in primavera, sarà su sette donne francesi, tedesche e baltiche che appartengono alla nobiltà europea, e che tutte scrivono e, spesso, pensano in francese, hanno la stessa educazione, sono coinvolte nei meccanismi del potere: «Il mio metodo di lavoro è basato sulla documentazione storica, sulla ricostruzione della civiltà letteraria a cui appartengono le protagoniste o i protagonisti dei miei libri. Purtroppo, non riuscirei a scrivere un solo rigo di mia invenzione». Le loro vite si sfiorano e si incrociano nella Europa dominata dall’epopea napoleonica e segnata dal Congresso di Vienna. «L’Ottocento, che ha avuto tra i suoi capisaldi il codice napoleonico è stato un secolo misogino che – nota Craveri – ha assai più che l’Antico Regime limitato la sfera di influenza delle donne sottoponendole all’autorità maschile. Già sotto l’influenza di Jean Jacques Rousseau, la Rivoluzione francese aveva confinato le donne al focolare. I giacobini avevano orrore per l’influenza delle donne, delle madri, delle sorelle, delle amanti. Ma come sappiamo, e come ho cercato di documentare anche io nei miei libri le donne non si sono arrese».
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