Baravalle:“Lavazza resiste alle speculazioni sul caffè. E’ la finanza a fissare i prezzi”
ROMA – Ricavi in crescita del 15,7% nel 2025 e fatturato a un passo dai 4 miliardi, il doppio rispetto al 2016, anno dell’acquisizione di Carte Noire. Dopo si sono concluse le operazioni Merrild e Kicking Horse Coffee. Lavazza chiude un anno positivo nonostante la “tempesta perfetta” del caffè. Ma il 2026 si annuncia ancora complesso.
Antonio Baravalle, amministratore delegato di Lavazza, la tempesta perfetta finirà?
«Il 2025 è stato difficile e il 2026 non sarà più semplice. Dal 2021 al 2025 l’Arabica è salita del 230% e la Robusta del 325%. Solo nell’ultimo anno abbiamo assorbito 660 milioni di euro di costi in più, in prevalenza sulla materia prima. La nostra strategia è difendere qualità e investimenti di lungo periodo, con grande attenzione ai costi. Pensavamo a una normalizzazione nel 2026, ma le tensioni in Medio Oriente rischiano di complicare tutto. Ora navighiamo a vista».
Che impatto avranno guerra in Iran e crisi del Golfo?
«C’è anzitutto il nodo energetico: le nostre tostatrici funzionano a gas e stimiamo un aggravio di circa 15 milioni di euro: un impatto contenuto perché, dopo le crisi precedenti come quella in Ucraina, abbiamo allungato le coperture sui contratti. Ma potrebbero crescere i costi della logistica, dal trasporto ai noli nei porti, oltre a quelli indiretti legati al prezzo del petrolio. Ci sono poi le nuove pressioni sulla filiera agricola, a partire dall’impennato dei prezzi dei fertilizzanti».


Il costo del caffè scenderà?
«Più che una discesa, ci auguriamo una stabilizzazione. Oggi il caffè è diventato una commodity molto speculativa: il 70% delle transazioni è di natura finanziaria, non industriale. Il prezzo non dipende più solo da domanda e offerta, ma anche dalle scommesse dei mercati. Inoltre la filiera è lunga: il caffè che vendiamo oggi è stato acquistato sei-nove mesi fa, quindi il riallineamento dei prezzi è lento».
Aspetteremo il 2027 per vedere uno scenario migliore?
«Io spero ancora nel 2026. Sono ottimista, anche se la situazione resta complessa soprattutto per l’Europa, che oggi è il continente più esposto e debole».
Quanto pesano i dazi Usa?
«Nell’ultimo anno ci sono costati circa 15 milioni. L’obiettivo però è azzerare questa voce accelerando la produzione negli Stati Uniti, a West Chester, in Pennsylvania. Era già nei nostri piani, anche per ragioni di sostenibilità: non ha senso far viaggiare i chicchi dal Brasile a Torino e poi di nuovo Oltreoceano. Oggi lo stabilimento copre il 50% della produzione destinata al mercato americano; in tre-quattro anni arriveremo fino al 100%».
La joint venture in Cina quali effetti sta dando?
«Sta andando bene. Con Yum China, il maggiore retailer del Paese con oltre 20mila punti vendita, abbiamo già aperto circa 145 coffee shop. L’obiettivo è competere con i grandi player globali, come Starbucks. In Cina il consumo di caffè evolve rapidamente verso standard europei, sarà una leva di crescita decisiva nei prossimi cinque-otto anni».


Nonostante tutto avete chiuso il 2025 in positivo. Come?
«Abbiamo lavorato su costi e sul capitale circolante. Un mio ex capo dell’automotive, molto bravo e famoso (Marchionne, ndr) diceva che le aziende falliscono per la cassa, non per il fatturato. Così abbiamo migliorato la posizione finanziaria netta, ridotto il debito e sfiorato i 4 miliardi di ricavi. L’ambizione resta arrivare a quota 5 miliardi e abbiamo lanciato il progetto Excalibur per ottimizzare le risorse, creare cassa e continuare a investire. Un esempio? Nel 2025, per i 130 anni del gruppo, abbiamo lanciato Tablì, le nuove capsule 100% caffè».
La cassa servirà per nuove acquisizioni?
«Al momento no. Dobbiamo digerire le operazioni fatte e concentrarci sull’efficienza operativa».
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