Friuli Venezia Giulia

Asse della Resistenza: provocazioni, tensioni, instabilità

31 marzo 2026 – ore 13:30 – Premessa – Mentre i conflitti in Ucraina e Iran continuano e la propaganda ci investe disorientandoci, cerchiamo di comprendere alcuni aspetti psicologici e alcune posizioni diverse sulle ricadute globali del conflitto in corso in Iran. Certamente siamo consapevoli che trattiamo tematiche delicate che toccano profondamente la coscienza di ognuno di noi. Tuttavia, conoscere le opinioni che provengono da mondi così lontani solo apparentemente rappresenta una necessità e un’opportunità per ampliare le nostre conoscenze, utili per poter esprimere giudizi coerenti, non basati su fragili percezioni e/o pregiudizi invalicabili.

In particolare, desidero proporvi il pensiero di:

  • Ali Abu Isam, analista del Palestine Information Center, che individua in questo conflitto l’avvio di una ridistribuzione globale del potere, ponendo l’accento sulla presunta incapacità occidentale – statunitense e israeliana in particolare – di convertire il potere in risultati politici;
  • Mohammad Raad, libanese, leader dello Shia Islamist political party, che ci consente di comprendere la scelta politica e militare di Hezbollah di riavviare il conflitto con le forze israeliane, allo scopo ultimo di tentare l’avvio della “dissoluzione dell’illusione di superiorità sionista” nella regione;
  • Rawan Osman, giornalista di origine siriana, analista del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs, che ci illustra la strategia del cosiddetto “Asse della resistenza”, fornendoci chiavi diverse per comprendere la scelta di intervenire nel conflitto al fianco dell’Iran;
  • Sarah bin Ashoor, analista geopolitica e giornalista, perché ci fornisce spunti di analisi diversi, sostenendo l’attuale campagna militare e condividendo la scelta degli Stati del Golfo di schierarsi contro Teheran e al fianco degli statunitensi.

Dare la parola a tutti, senza esclusione di alcuno.
Lo faremo, come sempre, senza manipolare in alcun modo il contenuto.

La trappola mortale: guerra di logoramento e ordine globale

Ali Abu Isam, analista geopolitico del Palestine Information Center, afferma che non si tratta più di una guerra regionale convenzionale. Ciò che sta accadendo è una rottura storica, silenziosa ma decisiva, che ridefinisce la natura stessa del conflitto. La guerra ha cessato di essere semplicemente uno strumento di forza: è diventata un meccanismo di transizione, che rimodella la distribuzione globale del potere.

Non stiamo assistendo all’ennesimo episodio di un ciclo di scontri. Questo segna la fine di un’intera era storica e la nascita di un’altra. Il cambiamento è strutturale: dal dominio unipolare a un ordine multipolare conteso; dalla logica della vittoria rapida alla logica del logoramento prolungato.

Al centro di questa trasformazione, un presupposto fondamentale della guerra moderna sta crollando: la superiorità militare non garantisce più la capacità di imporre risultati. La capacità di distruggere si è separata dalla capacità di decidere. Il divario non è tattico, ma strutturale.

Sta emergendo un campo di battaglia integrato: dimensioni militare, economica, cibernetica e politica si fondono in un sistema interdipendente.

In questa realtà emerge la crisi americana: non una carenza di potere, ma una crescente incapacità di trasformarlo in risultati politici. La deterrenza si indebolisce, gli obiettivi si bloccano e il cosiddetto “riposizionamento” diventa una ritirata controllata.

Parallelamente, la posizione dell’Iran evolve. Si distinguono due livelli di vittoria:

  • negare all’avversario la vittoria totale, imponendo uno stallo;
  • imporre nuove regole di ingaggio, ristrutturando il campo di battaglia.

Gli eventi indicano questa seconda fase: non più sopravvivenza, ma ristrutturazione strategica.

Questo cambiamento si basa su volontà politica, coesione interna e capacità di innovazione sotto pressione. Si traduce in un passaggio dal volume all’efficienza e in una forte flessibilità strategica. Al contrario, il modello tecnologico occidentale appare più rigido e costoso.

Lo schema è rafforzato da un’escalation controllata: capacità critiche non utilizzate, strumenti non rivelati, alleati tenuti a distanza. Non è esitazione, ma controllo del ritmo.

Il cambiamento più profondo è però economico: la contesa riguarda energia, catene di approvvigionamento e corridoi strategici. Colpire questi nodi modifica l’equazione dei costi: difendere diventa più oneroso che distruggere.

Ecco perché lo Stretto di Hormuz è centrale: minacciarlo significa mettere in discussione l’intera economia globale. La storia lo dimostra, come nella crisi di Suez del 1956, segnale di declino strutturale.

Nel frattempo, la retorica politica perde forza: le presunte svolte diplomatiche spesso sono solo riformulazioni. Ciò indica disorientamento e divergenze nel campo occidentale.

La strategia iraniana si fonda su costanti strategiche: rifiuto del programma nucleare, difesa di sovranità, influenza regionale e deterrenza. Questa chiarezza consente flessibilità tattica.

In questo contesto, la “trappola iraniana” è un ambiente strategico: i negoziati diventano strumenti per influenzare lo spazio decisionale dell’avversario, indebolire alleanze e far emergere contraddizioni. Il tempo diventa un’arma, e la diplomazia un’estensione della strategia.

Qui risiede il pericolo maggiore nella fase attuale: cadere nella trappola mortale, accettando un cessate il fuoco nel momento di superiorità.
In apparenza, sembra razionale. Di fatto, trasferisce l’iniziativa. Concede all’avversario il tempo e lo spazio necessari per riprendersi, riorganizzarsi e tornare in condizioni migliori. Questo schema si è ripetuto nel corso della storia: conquiste sul campo di battaglia seguite da pressioni politiche che impongono una tregua, dopo la quale l’avversario riacquista forza e il vantaggio si dissolve.
Una vittoria che non viene consolidata non dura nel tempo.

Sullo sfondo, si delineano i contorni di un nuovo ordine internazionale. La Cina si sta assicurando le rotte energetiche e costruendo architetture economiche alternative che spostano il centro di gravità globale. La Russia fornisce un supporto diplomatico e strategico integrato, capitalizzando sui cambiamenti energetici e sulla distrazione dell’America su più fronti. Queste dinamiche convergenti stanno accelerando il passaggio verso un’autentica multipolarità.

A livello regionale, le fratture sono profonde. Sotto l’apparente stabilità, il modello del Golfo rivela una vulnerabilità strutturale radicata nella sua dipendenza da infrastrutture sensibili. Il Libano si trova ad affrontare un’accelerata erosione della sovranità, dove la frammentazione interna converge con le pressioni esterne, aprendo la strada a conseguenze ancora più gravi.

In definitiva, la questione centrale di questa guerra è cambiata. Non è più semplicemente “Chi vince?”, ma è diventata: “Che ne sarà della traiettoria della vittoria?”.
Una singola immagine cattura l’attimo: il ghiaccio si sta sciogliendo.
Questo è un momento di rivelazione strategica. Le illusioni svaniscono. I veri equilibri di potere vengono svelati, senza veli. E, in un momento simile, la superiorità che non si traduce in una struttura duratura diventa una risorsa che si esaurisce.

https://english.palinfo.com/opinion_articles/the-deadly-trap-how-a-war-of-attrition-is-rewriting-the-global-order/

Lo scontro tra ideologia ed esistenza: l’illusione della superiorità razziale e il risveglio umano resistente
Mohammad Raad, libanese, tra i leader dello Shia Islamist political party, afferma che il momento attuale è il momento storico opportuno per una riflessione realistica sui vantaggi che si potrebbero ottenere dalla dissoluzione dell’illusione di superiorità sionista nella regione, senza però spingersi troppo oltre nell’immaginare la fine dell’entità usurpatrice e la cancellazione del suo ruolo e della sua funzione in questa parte del mondo.

Quando parliamo dell’illusione della superiorità sionista, ci riferiamo implicitamente, da un lato, alla tendenza razzista che alimenta tale illusione e, dall’altro, intendiamo suggerire che la superiorità sionista non è un destino inalienabile, bensì il prodotto di un difetto dottrinale e di complesse circostanze storiche, tra cui l’incapacità del regime arabo, l’inadeguatezza della sua visione strategica, la sua disconnessione dalle aspirazioni e dalle speranze del popolo arabo e la sua scarsa serietà nell’assumersi la responsabilità di dimostrare la propria esistenza, sviluppare le proprie capacità e raggiungere una vera indipendenza e sovranità, basate sulla volontà popolare e sull’adesione ai valori e ai principi adottati dalla logica umana e dalla rivelazione divina, nonché dal diritto internazionale e dalle istituzioni che lo sostengono e lo attuano.

Tornando al presente, è necessario sottolineare che l’entità sionista, costituitasi clandestinamente attraverso una collusione che serviva gli interessi dell’Occidente dopo la sua vittoria sull’Impero Ottomano all’inizio del XX secolo, e facilitata dall’imprudenza, dalla frivolezza, dalle mancanze e dalla negligenza dei leader di quella che allora fu chiamata la Rivolta Araba, ha raggiunto, dalla sua nascita nel 1948 ad oggi, uno stadio avanzato di consolidamento della sua occupazione, di attivazione della sua influenza, di accumulo di capacità e di consolidamento del suo ruolo nella gestione degli interessi nella regione, nonché di espansione e approfondimento delle sue relazioni internazionali con numerosi paesi in tutto il mondo.

La sua arroganza di superiorità ha raggiunto il punto di prevaricare gli Stati, la loro sovranità, le Nazioni Unite e il diritto internazionale, grazie al sostegno completo e totale che riceve dall’amministrazione americana, in particolare sotto Trump, che agisce secondo la logica della forza, ignorando il diritto internazionale. Egli dà libero sfogo all’aggressione dell’entità sionista, permettendole di violare la sicurezza, la sovranità e gli interessi di altre nazioni, contando sul sostegno e sulle capacità americane, oltre alle proprie, che sono sempre accessibili e supportate dall’Occidente in generale.

Nelle sue guerre e nei suoi conflitti militari e politici contro i regimi arabi, l’entità sionista, con il supporto delle amministrazioni americane che la appoggiavano, è riuscita ad attirare l’Egitto di Sadat, la Giordania, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e alcuni regimi del Golfo e del Maghreb sulla china scivolosa della riconciliazione, scommettendo su una soluzione dopo l’altra e a ostentare la propria arroganza, il proprio prestigio e la propria superiorità sfruttando la forza del rapporto con gli Stati Uniti e facendo leva sulla loro egemonia.

Solo la Repubblica Islamica dell’Iran, sin dalla vittoria della sua rivoluzione e del suo sistema politico sul defunto regime asservito e, grazie alla sua ideologia di principio e risoluta, si è strategicamente impegnata nella causa palestinese come questione centrale per la nazione islamica. Essa vede nella sua vittoria forza, unità e progresso per gli stati islamici e arabi, nonché una vittoria per il diritto del popolo palestinese e la giustizia della sua causa. Vede inoltre nella liberazione della terra del popolo palestinese e nel suo diritto all’autodeterminazione, attraverso il ritorno a tutti i territori occupati e la fine dell’usurpazione da parte dell’entità sionista, un legittimo diritto umano, internazionale e giuridico, che nessuna pressione, cospirazione, sottomissione o tentazione può impedire di realizzare.

Pertanto, fin dalla sua fondazione e basandosi sulla visione del fondatore e guida, Imam Khomeini (che il suo segreto sia santificato), e sul sostegno e la cura della Guida Suprema, Sayyid Khamenei (che Dio Onnipotente sia compiaciuto di lui), si è impegnata nel principio di sostenere la causa palestinese e nel fermo orientamento verso la costruzione delle capacità e del potenziale necessari per realizzare tale principio e per contrastare l’entità sionista e coloro che la sostengono dai paesi della tirannia e dell’egemonia, primo fra tutti l’America, che l’istigatore e ispiratore della Rivoluzione Islamica definì il Grande Satana.

Durante gli anni di costruzione e consolidamento del suo potere, la Repubblica Islamica ha dovuto affrontare numerosi ostacoli e complotti volti a contenerla e a modificarne l’ideologia e la strategia. Tuttavia, ha superato tutti questi intrighi con maggiore fiducia, forza e fermezza. Ha anche scoperto che l’entità sionista non avrebbe raggiunto l’attuale livello di sicurezza e capacità militari senza il continuo sostegno, patrocinio e appoggio dell’amministrazione americana e dell’Occidente in generale.

Questo sostegno ha riguardato l’amministrazione, lo sviluppo, la sicurezza, le capacità militari ed economiche e le relazioni internazionali, fino al punto in cui è stato ritenuto accettabile un livello di supporto e appoggio tale da richiedere un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in una guerra difensiva a suo favore, sopportandone gli oneri, le conseguenze e le ripercussioni. Tuttavia, ci si aspettava che solo allora gli americani, in generale, avrebbero alzato la voce e che si sarebbe intensificato il dibattito tra loro sull’accettazione o il rifiuto di tale coinvolgimento, soprattutto se il costo in termini di perdite umane, materiali e morali fosse stato elevato.

Ciò non significa sminuire l’impatto e l’efficacia della propaganda sionista, che promuoveva il coinvolgimento americano nella guerra non solo come difesa di Israele, ma anche come tutela dei propri interessi. L’America prima di tutto. Tuttavia, è improbabile che l’impatto di questa promozione duri a lungo, alla luce dell’aumento del prezzo del petrolio e dei minerali rari, della chiusura delle vie navigabili strategiche e del continuo arrivo di bare di soldati e ufficiali americani nei loro stati d’origine.

L’esito della guerra determinerà in modo definitivo l’orizzonte della supremazia sionista e il suo ruolo attuale, sia funzionale sia derivato.

Certamente, questo scenario non è una fantasia, ma si trova piuttosto nel cuore del realismo se l’osservatore comprende correttamente il contesto ideologico e nazionale, le motivazioni, i sentimenti e i preparativi che spingono gli iraniani a rimanere saldi, perseverare e impegnarsi in una lotta da martiri per ottenere la vittoria o per contrastare gli obiettivi e gli effetti del bullismo e della supremazia americana, del razzismo sionista e della facilità con cui l’aggressione viene diretta contro popoli e paesi che non accettano sottomissione, acquiescenza, tirannia e tutela.

Il problema risiede in questa deriva verso un conflitto esistenziale, imposta dall’approccio aggressivo e autoritario adottato dai sionisti e dai loro sostenitori nell’amministrazione americana, derivante da una tendenza razzista unita a un arrogante senso di superiorità, condiscendenza e un patologico senso di grandezza. Questa tendenza e questa arroganza sono il prodotto naturale e corrotto di una cultura occidentale incentrata sull’ego e sull’interesse personale, dedita a una metodologia volta a rafforzare la propria specificità e ad accrescere la propria importanza, sminuendo chi le sta intorno, rivendicando il diritto di esercitare potere sugli altri e manipolandoli per servire i propri interessi, anteponendoli a tutti gli altri.

È opportuno sottolineare che l’esagerato senso di superiorità (faraonico) dell’amministrazione americana e del suo attuale rappresentante, Donald Trump, non farà altro che aumentare la tensione e i comportamenti sconsiderati di entrambi, privi di qualsiasi freno o considerazione, nei confronti dell’audacia del popolo iraniano e della sua insistenza nell’esercitare il proprio diritto umano e legale alla liberazione e alla sovranità, rifiutandosi di sottomettersi alla tirannia dei despoti.

Ciò che alimenta la tendenza trumpiana e sionista a compiere l’impossibile per spezzare la volontà e la forza del popolo iraniano è la convinzione che il successo di quest’ultimo nel distruggere il prestigio e la potenza dell’America e dell’entità sionista lo trasformerà in un modello ed esempio da seguire per i popoli di altri paesi che hanno la volontà di resistere e di liberarsi dalla morsa dell’assedio imposta loro con la forza o con un dominio arrogante.

Sulla base di quanto precede, il mondo odierno si trova a un crocevia strategico terrificante e fatale. Le modalità del suo attraversamento sono determinate dalla natura e dalle parti coinvolte nello scontro, dal suo costo e dalle equazioni che imporranno nuovi dati e calcoli che governeranno l’operato di popoli e nazioni, le loro relazioni e condizioni, e il futuro del mondo per molti secoli. Le caratteristiche della vita in esso saranno normalizzate in base agli esiti di questo scontro attuale, senza esagerazioniillusioni, determinando definitivamente l’orizzonte della superiorità sionista e il suo ruolo funzionale e contingente, attraverso un accordo di interessi e uno scambio di servizi continuo tra due tipi di ciarlatani arroganti nella storia umana: il tipo dei tiranni arroganti e il tipo dei razzisti espansionisti.

Firmato: Capo del blocco Lealtà alla Resistenza
https://www.al-akhbar.com/NewspaperArticles/lebanon/886240/

La provocazione come strategia: come l’asse della resistenza guidato dall’Iran trasforma la sconfitta in leva – e perché potrebbe fallire
Rawan Osman, giornalista di origine siriana e analista del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs, afferma che, a prima vista, la decisione di Hezbollah di trascinare il Libano in guerra con Israele appare strategicamente irrazionale. La disparità di capacità militari tra Hezbollah e le Forze di Difesa Israeliane è schiacciante, e nessun interesse nazionale libanese tangibile verrebbe tutelato invitando una distruzione su vasta scala in uno Stato già fragile. Misurata in termini convenzionaliterritorio, infrastrutture, stabilità economica e vite umane – questa è una guerra che il Libano non può permettersi e che Hezbollah non può vincere.

Tuttavia, questa conclusione si basa su un’errata interpretazione fondamentale della natura del conflitto. Ciò che appare come un comportamento irrazionale è, in realtà, una strategia deliberata. Hezbollah non agisce come attore nazionale libanese, ma come parte di un sistema ideologico e operativo più ampio: l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran. All’interno di questo sistema, l’obiettivo non è la vittoria militare nel senso classico del termine, bensì la perpetuazione del conflitto in condizioni tali da trasformare le perdite sul campo di battaglia in vantaggi politici e ideologici.

È qui che gran parte dell’analisi internazionale commette un errore. Gli osservatori tendono a valutare la guerra attraverso una lente militare convenzionale, presumendo che Israele, in virtù delle sue capacità superiori, stia dettando il corso degli eventi e “vincendo” il confronto. Ma questa non è una guerra convenzionale. Israele domina il campo di battaglia, ma sta anche reagendo all’interno di un quadro che i suoi avversari hanno attentamente costruito. L’Asse non sta cercando di sconfiggere Israele in modo definitivo, ma di plasmare le conseguenze politiche, psicologiche e diplomatiche della risposta israeliana.

Il piano strategico per questo attacco è stato delineato il 7 ottobre. L’attacco non è stato solo un atto di violenza di massa; è stata una provocazione calcolata, progettata per rimodellare il contesto regionale. È avvenuto in un momento in cui la normalizzazione dei rapporti tra Israele e gli stati arabi stava prendendo slancio, minacciando la rilevanza di attori la cui identità e legittimità sono radicate nella resistenza perpetua. La brutalità dell’attacco, comprese le uccisioni, i rapimenti e le umiliazioni, non è stata casuale. È stata concepita per produrre il massimo shock e indignazione, garantendo una massiccia rappresaglia israeliana.

Quella rappresaglia non fu un errore di calcolo. Era l’esito previsto.

Trascinando Israele in una guerra prolungata e devastante, l’Asse ha creato le condizioni affinché la sofferenza dei civili, in particolare a Gaza e successivamente in Libano, diventasse l’immagine centrale del conflitto. Queste immagini, amplificate a livello globale, contribuiscono a isolare diplomaticamente Israele, a minarne la reputazione nelle società occidentali e a riaccendere l’ostilità profondamente radicata nel mondo arabo e musulmano. Più a lungo durerà la guerra, maggiore sarà il rischio che la superiorità militare di Israele venga reinterpretata come una responsabilità morale.

In questo contesto, ciò che il mondo percepisce come perdite a Gaza e in Libano può funzionare come un vantaggio tattico in un disegno strategico più ampio. Distruzione, sfollamento e collasso economico non vengono semplicemente subiti, ma strumentalizzati. L’obiettivo è quello di alimentare un ciclo in cui Israele è costretto ad agire con la forza, solo per vedere tale forza tradursi in un costo politico.

La condotta di Hezbollah sul fronte libanese segue la stessa logica. Non ha bisogno di sconfiggere Israele militarmente. Mantenendo uno stato di confronto, si assicura che la normalizzazione dei rapporti tra Libano e Israele rimanga impossibile, sia politicamente sia emotivamente. In un momento in cui sempre più voci libanesi, anche di personalità pubbliche, avevano iniziato a esplorare con cautela l’idea di coesistenza o di de-escalation, la ripresa del conflitto serve a chiudere definitivamente questo spazio. Perpetuare l’ostilità è, di per sé, un vantaggio strategico.

Questa logica è supportata da una realtà strutturale più profonda: il vero centro di gravità di questa strategia non risiede a Gaza o nel Libano meridionale, bensì a Teheran. È all’interno dell’Iran che viene coordinata l’architettura ideologica, finanziaria e operativa dell’Asse. Finché questo nodo centrale rimane intatto, il sistema può assorbire ripetute sconfitte sul campo di battaglia senza collassare. Le perdite localizzate non smantellano la strategia, bensì vi vengono incorporate.

Un cambiamento significativo negli equilibri richiederebbe quindi una perturbazione al centro di tale situazione, sia essa politica, istituzionale o strategica. Un simile risultato non deriverebbe unicamente dalle dinamiche del campo di battaglia, ma da una pressione coordinata che coinvolga molteplici attori internazionali. In assenza di ciò, l’Asse conserva la capacità di trasformare la sconfitta in un vantaggio negoziale e di prolungare il conflitto indefinitamente.

Eppure, questa strategia, per quanto sofisticata, porta in sé i germi del suo potenziale fallimento.

Intensificando lo scontro, l’Iran e i suoi alleati potrebbero essersi spinti troppo oltre. Se da un lato la guerra è riuscita a irrigidire l’opinione pubblica contro Israele in alcune parti del mondo arabo e musulmano e in segmenti delle società occidentali, dall’altro ha anche prodotto conseguenze indesiderate. Estendendo il conflitto su più fronti e coinvolgendo più direttamente gli stati arabi, l’Iran ha intensificato il sospetto e l’ostilità tra i paesi a maggioranza sunnita. Quello che era stato presentato come un asse di resistenza è stato sempre più percepito da molti attori regionali come una forza destabilizzante.

In Libano, questo cambiamento è particolarmente evidente. L’entità della distruzione, unita all’incapacità dell’Iran di proteggere il Paese dalle sue conseguenze o di compensare le perdite subite, ha incoraggiato critiche a Hezbollah in modi prima rari. Un numero crescente di libanesi mette apertamente in discussione il costo dell’allineamento con Teheran e la logica di uno scontro perpetuo. Le misure adottate dallo Stato libanese contro le attività militari di Hezbollah, un tempo politicamente impensabili, riflettono un panorama interno in evoluzione, anche se arrivano tardi e rimangono limitate nella loro portata.

Ciò indica un più ampio ribaltamento strategico. Mentre Israele ha subito danni alla propria reputazione, soprattutto nell’opinione pubblica occidentale, l’Iran rischia di isolarsi sempre più nella regione che afferma di difendere. L’asse potrebbe aver acuito la frattura tra Israele e l’opinione pubblica araba, ma ha anche messo a dura prova i rapporti dell’Iran con le leadership arabe e con ampi settori della società sunnita.

In Medio Oriente, il potere rimane una valuta centrale per la legittimità. La forza impone rispetto e la vittoria percepita può rapidamente rimodellare le realtà politiche. Se Israele riuscirà a riaffermare la propria capacità di deterrenza e a dimostrare resilienza, potrebbe ancora riprendersi dai danni inflitti alla sua reputazione internazionale. Al contrario, un Iran indebolito, incapace di proteggere i propri alleati o di raggiungere risultati strategici, rischia di perdere la credibilità stessa da cui dipende la sua influenza regionale.

L’asse della resistenza ha dimostrato la capacità di giocare una partita strategica lunga e complessa, in cui provocazione, sacrificio e narrazione sono attentamente intrecciati. Dal 7 ottobre, è riuscito a interrompere il processo di normalizzazione, a mobilitare l’opinione pubblica e a sottoporre Israele a una pressione costante. Ma lo ha fatto intensificando uno scontro che ne ha messo a nudo le vulnerabilità.

Quella che appare come una mossa strategica geniale potrebbe rivelarsi, in ultima analisi, un’eccessiva audacia. Un sistema che si basa su conflitti perenni, clientelismo esterno e coordinamento centralizzato è forte solo nella misura in cui è in grado di sostenere tutti e tre questi elementi. Se il centro di gravità di Teheran si indebolisce, o se le dinamiche regionali continuano a volgere a suo sfavore, la stessa strategia che un tempo trasformava le sconfitte in potere negoziale potrebbe iniziare a sgretolarsi.

In tal caso, l’asse avrà rivelato una verità più profonda: che una strategia basata su continue provocazioni può destabilizzare un avversario, ma può anche, alla fine, destabilizzare se stessa.

Perché l’affermazione dell’Iran secondo cui “non vi è alcuna minaccia imminente” suona falsa nella regione
Sarah bin Ashoor, analista geopolitica, giornalista e già consigliere dell’ambasciatore del Bahrein a Londra, afferma che, dal punto di vista degli stati costieri della regione, dove queste acque hanno a lungo rispecchiato sia promesse sia pericoli, il coro di critiche attualmente rivolto alla campagna israelo-americana contro l’Iran suona stonato.

«Nessuna minaccia imminente», dichiarano gli scettici. «Una guerra illegale», insistono. Frasi del genere rivelano una profonda incomprensione della storia e della responsabilità. Trattano la sovranità come uno scudo contro l’aggressione e l’«imminenza» come un cronometro che inizia a partire solo quando la testata è in volo. Noi, negli stati arabi della regioneArabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Qatar e Oman – dovremmo saperlo meglio. Conviviamo con la minaccia iraniana da quarantasette anni.

Dalla rivoluzione del 1979, la Repubblica Islamica ha perseguito con metodica tenacia una dottrina di sconvolgimento esportabile. Ha armato, addestrato e diretto una rete transnazionale di milizie per procura che si estende dal Levante al Corno d’Africa, dalle strade di Baghdad alla regione di confine tra i tre continenti del Sud America, fino all’Asia.

Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, le varie milizie di Hashd al-Shaabi in Iraq e una costellazione di gruppi affiliati più piccoli ma letali non hanno agito come attori fuori controllo, bensì come strumenti calibrati della volontà di Teheran.

Questi gruppi hanno seminato il caos su scala globale: gli attentati del 1983 contro l’ambasciata statunitense e la caserma dei Marines a Beirut, che causarono la morte di 304 persone, tra cui 241 militari americani e 58 paracadutisti francesi, nell’attacco terroristico più letale contro gli americani fino all’11 settembre; l’attentato del 1992 contro l’ambasciata israeliana a Buenos Aires e l’attacco con un camion bomba del 1994 contro il centro comunitario ebraico AMIA, che insieme provocarono oltre 114 vittime, nel più grave attentato terroristico nella storia dell’Argentina; l’attentato del 1996 alle Torri Khobar in Arabia Saudita, che uccise 19 aviatori americani; la fornitura di ordigni esplosivi a carica cava che uccisero e mutilarono centinaia di soldati statunitensi e della coalizione in Iraq dopo il 2003; il complotto del 2011 per assassinare l’ambasciatore saudita a Washington; gli scioperi dell’Aramco del 2019; e le incessanti campagne contro la navigazione internazionale nel Mar Rosso e nel Golfo dell’Oman.

Non si tratta di episodi isolati, bensì di capitoli di un’unica, ininterrotta strategia di dominio regionale e sovversione globale.

Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds e ideatore dell’“Asse della Resistenza”, si vantava apertamente di questo impero. In un messaggio al suo omologo americano dichiarò: «Caro Generale Petraeus, sappia che io, Qassem Soleimani, controllo la politica dell’Iran nei confronti di Iraq, Libano, Gaza e Afghanistan». Tale affermazione, unita alle ripetute rivendicazioni del regime di comandare un “Asse della Resistenza” che si estende su diverse capitali arabe, rivela la radicata ambizione di Teheran di egemonia nella regione e nel Mediterraneo orientale.

Liquidare questo precedente come privo di “imminenza” significa fraintendere il concetto nell’era nucleare. Un leader responsabile non aspetta che il missile sia sulla rampa di lancio e la testata montata. Come ha osservato l’ex Primo Ministro israeliano Naftali Bennett nella sua recente intervista con Christiane Amanpour, «i leader responsabili… se aspettano che la minaccia sia imminente, è troppo tardi».

Dal punto di vista etico, questa posizione si fonda sulla tradizione della guerra giusta. Come dimostra Michael Walzer nella sua opera fondamentale Guerre giuste e ingiuste, gli Stati, al pari degli individui, hanno il diritto morale di difendersi dalla violenza imminente ma non ancora effettiva. «L’aggressione spesso inizia senza che vengano sparati colpi o oltrepassati confini. Sia gli individui sia gli Stati possono legittimamente difendersi dalla violenza imminente ma non ancora effettiva». Aspettare il primo colpo quando un avversario possiede sia l’intenzione dichiarata sia una capacità nucleare in via di sviluppo non è prudenza morale, bensì abdicazione morale.

L’Iran possiede sia la capacità tecnicaarricchimento avanzato dell’uranio, linee di produzione di missili balistici e un programma clandestino di armamenti documentato da tempo dall’AIEA – sia l’intento esplicito, espresso ripetutamente dalla sua Guida Suprema e dai comandanti delle Guardie Rivoluzionarie. A ciò si aggiunga un vasto arsenale missilistico in grado di raggiungere ogni capitale della regione circostante e oltre, e il quadro cambia. Nell’era nucleare, l’imminenza non è questione di ore, ma di un’inerzia irreversibile.

Nemmeno l’accusa di illegalità è sostenibile. I critici invocano l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che autorizza la legittima difesa “in caso di attacco armato”. Tuttavia, la Carta stessa descrive questo diritto come “inerente”, un principio preesistente del diritto internazionale che ha sempre incluso l’azione preventiva quando la necessità è evidente e il pericolo esistenziale.

Il precedente classico rimane la crisi dei missili di Cuba del 1962. Il presidente Kennedy impose un blocco navale a Cuba per impedire che i missili nucleari sovietici diventassero operativi, agendo prima di qualsiasi lancio, non dopo. Nessuna autorità legale credibile ha mai giudicato illegale quell’intervento decisivo. La stessa logica si applica anche in questo caso. La strategia iraniana di attacchi armati, diretti e indiretti, protrattasi per decenni, unita ai suoi progressi nucleari, soddisfa ogni criterio di necessità e proporzionalità secondo il diritto internazionale.

Il generale Jim Mattis, nella sua intervista a Firing Line, ha smontato l’argomentazione sull’illegalità con la chiarezza di un comandante che ha affrontato questa minaccia per decenni: «Probabilmente non si potrebbe mai accusare questa di essere una guerra illegale», dato il lungo schema di attacchi diretti e indiretti dell’Iran contro i suoi vicini, contro le forze americane e contro gli interessi degli alleati in tutta la regione.

Non si tratta di rimostranze ipotetiche; è una documentazione comprovata di aggressioni che le precedenti amministrazioni, attraverso sanzioni rivelatesi inefficaci e una diplomazia ingenua, hanno permesso che si aggravassero. Il risultato non è stata la pace, bensì un rafforzamento della posizione.

Noi, nella regione, non abbiamo cercato questa guerra, né l’abbiamo iniziata. Per anni abbiamo sconsigliato lo scontro militare, esercitando una moderazione che ha superato persino le aspettative dei nostri critici. Lo abbiamo fatto non per illusione, ma per una valutazione pragmatica dei rischi: l’improvviso crollo dell’attuale teocrazia, in assenza di alternative immediate, potrebbe far precipitare l’Iran in una guerra civile, scatenando ondate di rifugiati, radicalismo e instabilità oltre i nostri confini. Il suo arsenale di missili balistici e le sue reti di alleati profondamente radicate potrebbero frammentarsi in gruppi ancora più pericolosi, trasformando una minaccia circoscritta in un’idra di violenza incontrollata.

Oggi subiamo provocazionisciami di droni, bombardamenti missilistici, sabotaggi economici – a fronte di una storia di aggressioni flagranti che avrebbero giustificato la rappresaglia già da tempo. Eppure, stiamo percorrendo ogni canale diplomatico proprio per scongiurare un simile caos.

Tuttavia, non ci siano dubbi: quando la Repubblica Islamica ha rivolto le sue armi direttamente e senza provocazione contro il territorio confinante, le nostre rotte marittime e i nostri cittadini, la situazione è cambiata. La moderazione illimitata non è più sinonimo di prudenza; non bisogna confonderla con la resa. Si è passati dalle mezze misure perché l’alternativa – un’infinita politica di appeasement nei confronti di un aggressore che ha già oltrepassato ogni limite – rappresenta un pericolo maggiore.

La campagna attualmente in corso non è né affrettata né illegale. È la correzione, da tempo necessaria, di uno squilibrio strategico che le precedenti esitazioni non hanno fatto altro che aggravare. In certi ambienti è fuori moda riconoscere che il presidente Trump ha fatto ciò che numerose amministrazioni precedenti – sia repubblicane sia democratiche – non hanno voluto o potuto fare. Decenni di mezze misure hanno permesso al programma nucleare iraniano di progredire, al suo impero per procura di consolidarsi e alla sua ideologia di resistenza di diffondersi a macchia d’olio.

Il costo è stato sostenuto in modo sproporzionato dalle popolazioni della regione: dai libanesi e dagli yemeniti intrappolati nel fuoco incrociato per procura, agli israeliani che vivono sotto la perenne ombra dell’annientamento. Fingere il contrario significa riscrivere la storia in tempo reale.

Gli Stati della regione sono pronti, come sempre, a contribuire a un Medio Oriente stabile e prospero, libero da ambizioni egemoniche. Non auspichiamo un’escalation del conflitto, ma non fingeremo di ignorare la minaccia che ha caratterizzato il nostro scenario di sicurezza per quasi mezzo secolo.

La vera legalità e la vera responsabilità non consistono nell’attendere che il perfetto casus belli si presenti confezionato come un regalo in una nube a fungo, ma nell’agire quando le prove di capacità, intenzioni e condotta storica sono schiaccianti. La rivoluzione iraniana ha esportato la guerra; l’attuale campagna cerca, finalmente, di contenere tale minaccia. Gli Stati della regione lo capiscono. Il mondo dovrebbe ascoltare.

Conclusione
Desidero lasciarvi con una frase del famoso neuropsichiatra austriaco Viktor E. Frankl: «Tra lo stimolo e la risposta c’è uno spazio. In quello spazio si trova il nostro potere di scegliere la nostra risposta. Nella nostra risposta risiede la nostra crescita e la libertà».

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




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