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Artico: nuovo teatro di potere tra USA, Russia e Cina


Ma l’Italia è presente in forze anche con le sue imprese, considerando che Fincantieri e la sua controllata norvegese VARD – dotata a sua volta di sei sussidiarie in Norvegia – hanno consolidato la loro posizione con la produzione di unità specializzate per operazioni in acque polari; che nell’industria aerospaziale, Leonardo, attraverso e-GEOS e Telespazio, ha rafforzato il suo impegno nella regione artica grazie al programma satellitare COSMO-SkyMed e al progetto ARCSAR, mirato a migliorare la sicurezza e la sorveglianza ambientale nelle rotte polari, e che il settore energetico rimane uno dei pilastri fondamentali degli investimenti italiani nella regione: ENI, attraverso la controllata Vår Energi, ha sviluppato infrastrutture per l’estrazione di idrocarburi nell’Artico norvegese, adottando tecnologie avanzate per ridurre l’impatto ambientale.

Tutto questo, però, avviene in un contesto che diventa di anno in anno più increspato da tensioni militari: «La principale questione relativa alla difesa e alla sicurezza nell’Artico è ovviamente la relazione tra i paesi della Nato e la Russia», dice Andreas Østaghen, professore associato di relazioni internazionali all’High North Center dell’Università di Bodø, in Norvegia, e Senior Researcher al Fridtjof Nansen Institute, uno dei principali think-tank norvegesi.

«La preoccupazione principale riguarda il controllo sugli impianti nucleari che la Russia ha stabilito nella zona. La Russia non li ha stabiliti lì per questioni economiche, o legate alle rotte marittime o al cambiamento climatico; quegli impianti sono lì perché la proiezione strategica sull’Artico pone la Russia faccia a faccia con il Nordamerica e le fornisce accesso agli oceani, in particolare nel Nord Atlantico. Quindi, quello a cui stiamo assistendo oggi, dopo il 2022 e l’invasione su larga scala dell’Ucraina, è che l’attenzione dei paesi Nato verso la Russia si manifesta anche sull’Artico, perché ad esempio noi, la Norvegia, ma anche gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, la Germania e anche l’Italia vogliono avere la possibilità di controllare eventuali minacce nucleari russe provenienti dall’Artico. In sostanza, il teatro artico europeo sta diventando sempre più strategico per controllare eventuali minacce russe, e questa è una situazione molto simile a quella che abbiamo visto durante la Guerra Fredda, seppur con attori e mezzi tecnologici diversi».

Il nuovo attore principale, ovviamente, è la Cina, che sta investendo nell’Artico Russo in navi, basi e postazioni che potrebbero essere lì a fini economici, ma che nel lungo termine potrebbero servire a stabilire una presenza fissa cinese nella cosiddetta Rotta Nord-Sud, ossia la rotta che va dall’Asia all’ Europa.

Le continue pressioni di Donald Trump sulla Groenlandia – che è formalmente parte della Danimarca, ma è sottoposta pulsioni indipendentiste – aggiungono benzina sul ghiaccio: «Sul fronte artico gli Stati Uniti controllano già l’Alaska – dice il professor Andreas Raspotnik, direttore dell’High North Center – e ogni volta che le navi militari cinesi solcano le acque dell’Alaska questa situazione genera forti preoccupazioni a Washington. Ma cosa succederebbe se Cina e Russia aumentassero questi sforzi anche nell’Artico Atlantico, e quindi vicino alla Groenlandia? È questa l’implicazione decisiva sul piano della sicurezza per gli Stati Uniti, che in ultima analisi riguarda la politica artica degli Stati Uniti e le relazioni tra Stati Uniti e Cina».


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