Umbria

Art bonus anche per le residenze storiche: arriva la proposta. Cosa significa per l’Umbria

di M.T.

L’estensione dell’Art Bonus alle dimore storiche private potrebbe aprire uno scenario nuovo anche per l’Umbria, una regione che possiede un patrimonio diffuso di castelli, palazzi e residenze storiche spesso poco conosciuto ma di riconosciuto valore culturale ed economico. La proposta è stata rilanciata sulle pagine de Il Sole 24 Ore da Antonio Calabrò e Maria Pace Odescalchi, rispettivamente presidente del Gruppo tecnico cultura d’impresa
di Confindustria, di Museimpresa e della Fondazione Assolombarda e presidente dell’associazione Dimore storiche italiane (Adsi), che hanno invitato il Parlamento a includere stabilmente queste realtà tra i beneficiari dello strumento fiscale nato per sostenere la cultura.

Nel loro intervento, i due autori ricordano come l’Italia disponga di un patrimonio diffuso fatto non solo di musei pubblici e grandi siti monumentali, ma anche di archivi d’impresa, fondazioni culturali, musei aziendali e dimore storiche. Si tratta di luoghi in cui, scrivono, si conserva la memoria del lavoro, dell’innovazione e della manifattura italiana. Un sistema che racconta il legame tra cultura e produzione e che contribuisce a costruire l’identità del Made in Italy. Per questo motivo, sostengono, l’estensione dell’Art Bonus – il credito d’imposta del 65 per cento destinato a chi finanzia interventi a favore del patrimonio culturale – rappresenterebbe una scelta coerente per rafforzare il rapporto tra pubblico e privato nella tutela e nella valorizzazione di questi beni.

Se la proposta dovesse essere approvata, alcune regioni potrebbero trarne un beneficio particolare. Tra queste c’è l’Umbria, dove il patrimonio storico è diffuso soprattutto nei piccoli centri e nelle aree rurali. Nel Paese, secondo i dati dell’associazione Dimore Ssoriche italiane, le dimore storiche censite superano le quarantatremila unità. Si tratta di castelli, ville, palazzi nobiliari e complessi monastici che costituiscono una sorta di museo diffuso della storia italiana.

Anche l’Umbria rientra pienamente in questo modello. Tra Perugia, Terni e le aree rurali della regione si trovano decine di residenze storiche private, molte delle quali ancora abitate o gestite dalle famiglie proprietarie. Alcune sono diventate strutture ricettive o sedi di attività culturali, altre mantengono funzioni residenziali o agricole. Tra gli esempi più noti figurano il castello di Montegiove nell’orvietano, il castello del Poggio nel perugino, il palazzo Sorbello nel centro storico di Perugia, villa Aureli e villa Oddi Baglioni.

Queste dimore partecipano spesso alle iniziative di apertura al pubblico promosse dall’Adsi. In occasione della Giornata nazionale delle dimore storiche, ad esempio, negli ultimi anni una decina di residenze umbre ha aperto gratuitamente le porte ai visitatori, offrendo visite guidate, eventi culturali e attività didattiche. Si tratta però soltanto della parte più visibile di un patrimonio molto più ampio, costituito da residenze private che non sempre riescono a sostenere i costi necessari per la manutenzione e la conservazione degli edifici.

Il tema della sostenibilità economica è infatti centrale. Mantenere una dimora storica comporta spese rilevanti: restauri strutturali, conservazione degli affreschi, cura dei giardini storici, manutenzione degli archivi e delle biblioteche. A livello nazionale, secondo le stime dell’Adsi, queste strutture generano comunque un impatto economico significativo. Prima della pandemia accoglievano complessivamente circa quarantacinque milioni di visitatori all’anno tra turismo culturale, eventi e attività educative.

In una regione come l’Umbria, caratterizzata da piccoli centri e da un forte patrimonio paesaggistico, il ruolo delle dimore storiche può essere ancora più rilevante. Un castello o un palazzo aperto al pubblico può attirare flussi turistici, ospitare eventi culturali e contribuire alla valorizzazione dei prodotti locali, generando ricadute economiche per il territorio.

L’eventuale estensione dell’Art Bonus a queste realtà potrebbe quindi produrre effetti concreti. Il credito d’imposta del 65 per cento sulle donazioni private rappresenterebbe un incentivo per fondazioni, imprese e mecenati a finanziare interventi di restauro e progetti culturali. In molti casi questo potrebbe favorire anche una maggiore apertura al pubblico delle residenze storiche, trasformandole in spazi per mostre, attività didattiche e iniziative culturali.

Per l’Umbria si tratterebbe di una possibilità potenzialmente significativa. La regione possiede un patrimonio storico diffuso che spesso non dispone delle risorse necessarie per interventi di conservazione su larga scala. La questione, in fondo, riguarda il modo in cui si considera il patrimonio culturale italiano. Le dimore storiche non sono soltanto edifici monumentali. Spesso custodiscono archivi familiari, collezioni d’arte, biblioteche e testimonianze della storia economica e sociale dei territori. In molte situazioni rappresentano anche il punto di partenza di attività agricole, turistiche o culturali che contribuiscono alla vitalità dei piccoli centri.

In questo senso la proposta rilanciata da Calabrò e Odescalchi mira a riconoscere un principio più ampio: quando il patrimonio privato è accessibile e produce valore culturale per la collettività, può essere considerato parte integrante del patrimonio culturale nazionale. C’è tuttavia l’elemento dirimente su uno scenario che vedrebbe indirizzare risorse da privato a privato, in parte a carico del pubblico. Quella parte cioè del credito d’imposta, altrimenti diretto alle casse dello stato. Più di una cautela in questa direzione, tenuto conto degli annessi e connessi del nostro Belpasese, sarebbe auspicabile.

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