Arrivati in Italia, costretti a ripartire: l’esodo nell’esodo
07.02.2026 – 16.00 – Quando si parla dell’esodo giuliano-dalmata, il racconto pubblico tende a fermarsi sul primo strappo: l’abbandono forzato di Istria, Fiume e Zara, il viaggio verso l’Italia, l’impatto con un Paese spesso impreparato ad accogliere. È lì che, nella maggior parte dei casi, la narrazione si interrompe. Meno conosciuto, ma non meno rilevante, è ciò che avvenne dopo. Per molti esuli, infatti, l’arrivo nella penisola non rappresentò una destinazione definitiva, ma soltanto una tappa intermedia. Un vero e proprio “esodo nell’esodo”, segnato da nuove partenze verso le Americhe, l’Australia, il Nord Europa. A spingerle furono difficoltà economiche, precarietà abitativa, marginalizzazione sociale e una sensazione persistente: quella di non avere ancora trovato un luogo dove costruire un futuro stabile. A Trieste, città simbolo di approdi e ripartenze, questo sentimento venne sintetizzato in una frase rimasta nella memoria collettiva dopo il ritorno all’Italia nel 1954: «torna la mamma e i figli partono». Mentre la città rientrava nei confini nazionali, molti dei suoi abitanti – e con loro migliaia di esuli giuliano-dalmati – sceglievano, o erano costretti, a cercare altrove un futuro possibile, alimentando una diaspora che ancora oggi risulta difficile da quantificare con precisione.

Fare i conti con i numeri è complicato. Lo conferma Giorgio Perini, presidente dell’Associazione Giuliani nel Mondo, realtà che riunisce esuli di prima e seconda generazione e che da decenni custodisce la memoria di una comunità dispersa ma ancora profondamente legata alle proprie radici. «Fare una stima precisa è molto difficile – spiega –: parliamo di persone sparse in decine di Paesi, con storie familiari che nel tempo si sono intrecciate con quelle delle comunità di accoglienza». Un’indicazione arriva però dalla rete associativa: circa 60 circoli attivi in tutti i continenti. Una presenza particolarmente significativa si registra in America del Sud, dove Argentina, Brasile e Uruguay rappresentano i principali poli della diaspora. Comunità di esuli e loro discendenti sono presenti anche in Canada, Stati Uniti, America Centrale, Australia, Sudafrica e, in misura molto più limitata, perfino in Asia. «In Argentina ho visitato molte città – racconta Perini – e il tema dell’esodo è ancora oggi molto vivo. Da ben prima che venisse istituito il Giorno del Ricordo organizzano iniziative, incontri, momenti di memoria».
I circoli dell’Associazione Giuliani nel Mondo sono composti quasi interamente da esuli di prima e seconda generazione. «Ci sono anche alcuni immigrati arrivati successivamente e quindi non esuli – precisa – ma a portare avanti l’attività associativa sono soprattutto coloro che hanno vissuto direttamente l’esodo o ne hanno ereditato la memoria in famiglia». Una memoria che, nel tempo, ha assunto forme diverse, soprattutto nel rapporto con le terre d’origine rimaste al di là del confine. «Per molti – spiega Perini – il pensiero si è cristallizzato negli anni della sofferenza, con sentimenti di chiusura e diffidenza nei confronti di Slovenia e Croazia». Accanto a questo atteggiamento, però, ne esiste un altro, più aperto e dialogante, che spesso nasce dall’esperienza diretta. È qui che si colloca il lavoro dell’Associazione. L’Agm organizza soggiorni dedicati a diverse fasce d’età – giovani, anziani e una fascia intermedia – in coincidenza con la Giornata dei corregionali all’estero. «Li portiamo “de là”, a incontrare le Comunità italiane, a visitare i luoghi d’origine. Molto spesso, quando toccano con mano la realtà di oggi, cambiano idea: capiscono che Slovenia e Croazia non sono rimaste ferme alla Jugoslavia di settant’anni fa».

Viaggi intensi, carichi di emozione, che includono tappe simboliche come il Centro Raccolta Profughi di Padriciano, la Foiba di Basovizza e il Magazzino 18. «C’è tanta emotività – racconta Perini – perché sono luoghi che condensano storie personali e collettive, dolore e memoria». Un capitolo a parte riguarda le nuove generazioni, spesso cresciute lontano dall’Italia e dai luoghi dell’esodo. «Come accadde anche per chi si stabilì qui – spiega – le vecchie generazioni non avevano voglia di raccontare le loro vicende personali in famiglia: ricordare faceva troppo male». Eppure, basta poco per aprire uno squarcio di consapevolezza. «Quando i giovani vengono qui, in una sola settimana scoprono tutto. Ricordo una madre che ci scrisse per ringraziarci: sua figlia, 24 anni, aveva imparato di più in quei giorni passati a Trieste che in anni di racconti familiari». Da questa esperienza nasce anche un messaggio che va oltre la memoria storica. «No all’odio, no alla violenza, no ai pregiudizi razziali e allo scontro tra gruppi etnici – sottolinea Perini –: è questo il valore della nostra testimonianza».
Un valore che gli esuli, secondo il presidente dell’Agm, hanno incarnato nei Paesi in cui si sono trasferiti, convivendo con le popolazioni locali e con altre etnie, «guadagnandosi rispetto e considerazione». Da questa esperienza emerge un messaggio che Perini tiene a distinguere da ogni retorica identitaria. «No all’odio, no alla violenza, no ai pregiudizi razziali e allo scontro tra gruppi etnici – sottolinea –: è questo il valore della nostra testimonianza». Non come formula morale, ma come dato concreto di una storia vissuta. Secondo il presidente dell’Associazione Giuliani nel Mondo, gli esuli lo hanno dimostrato nei Paesi in cui si sono stabiliti, imparando a convivere con le popolazioni locali e con altre comunità, senza rinunciare alla propria memoria. Una memoria che non si è trasformata in chiusura, ma che ha trovato spazio dentro contesti nuovi, spesso complessi, spesso lontani. Raccontare oggi l’“esodo nell’esodo” significa allora spostare lo sguardo oltre il momento iniziale della fuga. Significa riconoscere che, per molti, la perdita non si è esaurita con l’abbandono della terra d’origine, ma è proseguita anche dopo l’arrivo in Italia. Ed è in questo spazio poco raccontato, fatto di seconde partenze e di silenzi familiari, che si colloca una parte essenziale della storia giuliano-dalmata: quella che non si presta a celebrazioni ordinate, ma che continua a interrogare il presente.

Tramandare l’esodo, oggi, significa prima di tutto sottrarlo alla semplificazione e alla ritualità. Vuol dire restituirgli continuità, profondità e complessità, senza fermarsi al momento dell’arrivo né ridurlo a un racconto concluso. È anche il senso del lavoro che Faglia Doppia ha scelto di fare: tornare su una storia che molti credono di conoscere, per guardare ciò che è rimasto ai margini, le seconde partenze, i silenzi familiari, le traiettorie spezzate che non trovano spazio nelle commemorazioni. Questo approfondimento nasce anche da qui: è stato scritto da due discendenti di esuli, da un figlio di esuli e da un nipote di esuli, con la consapevolezza che la memoria non è mai neutra, ma può essere responsabile. Raccontare l’“esodo nell’esodo” significa allora offrire alle nuove generazioni non una memoria da custodire passivamente, ma uno strumento per leggere il presente: capire cosa accade quando l’appartenenza si incrina, quando l’approdo non basta, quando la storia continua anche dopo che i riflettori si sono spenti.
Approfondimento a cura di Lorenzo Degrassi e Francesco Viviani
[l.d.] [f.v.]



