Arrestato con 25 kg di coca: alla fine in carcere ce lo manda la Cassazione
di Chiara Fabrizi
Alla fine è andato in carcere il 36enne arrestato nel giugno scorso a Spello con 25 kg di cocaina, più di 55 mila euro in contanti e una pistola rubata con caricatore. Per lui le porte del carcere si sono aperte già da diverse settimane, dopo cioè che la Corte di Cassazione ha depositato il dispositivo della pronuncia, dichiarando inammissibile il ricorso depositato dal difensore del 36enne, l’avvocato Daniela Paccoi, a cui è seguito il deposito delle motivazioni della decisione avvenuto negli ultimi giorni. La definizione di quale misura cautelare applicare all’indagato incensurato è arrivata fino in Cassazione, perché prima il gip del tribunale di Spoleto gli ha concesso i domiciliari, innescando il ricorso della Procura di Spoleto davanti al Riesame di Perugia, che ha invece deciso per il carcere, poi confermato dalla Cassazione, a cui si è rivolta la difesa del 36enne.
Nel provvedimento di quattro pagine depositato, la Sesta sezione penale sottolinea subito che «l’ordinanza impugnata (quella del Riesame, ndr) ha correttamente desunto la pericolosità sociale» dell’indagato in base «all’apprezzamento prognostico di fatti oggettivi quali le specifiche modalità e circostanze del fatto e la sua personalità». Nel giugno scorso la Guardia di finanza ha trovato nell’auto del 36enne dieci panetti di cocaina occultati in due distinti vani sottofondo della sua auto, mentre la restante droga è spuntata dalle perquisizioni compiute nell’abitazione dell’indagato a Spello e in quella dei genitori a Foligno: all’esito dei due blitz è anche spuntata l’arma rubata e gli oltre 55 mila euro in contanti.
In questo quadro, la Cassazione ha quindi confermato la correttezza della decisione del Riesame, scrivendo che «tali elementi di fatto hanno determinato il collegio a ritenere la sussistenza delle esigenze cautelari nel loro massimo grado», cioè il carcere, alla luce «dell’evidente inserimento dell’indagato in un più ampio contesto criminale» e «la non occasionalità delle sue condotte e comunque la sussistenza di una sua vera e propria attività organizzata». Elementi, questi, che hanno spinto a «escludere l’adeguatezza degli arresti domiciliari, seppure con braccialetto elettronico, che comunque non impedirebbero contatti, anche mediati, con eventuali complici pur nella prospettiva di evitare il pericolo di inquinamento probatorio».
I giudici della Sesta sezione hanno quindi evidenziato come il Riesame di Perugia, con la sua decisione, abbia «aderito ai principi affermati da questa Corte di legittimità, secondo cui non è richiesta la prova dell’imminenza del pericolo di commissione di ulteriori reati, ma deve permanere la situazione di fatto che ha reso possibile, o comunque ha agevolato, la commissione del delitto per cui si procede in ragione delle peculiarità del caso di specie». Infine, nella decisione della Cassazione viene precisato che «nessun rilievo può essere attribuito alla circostanza che nel corso dell’esecuzione degli arresti domiciliari la misura sia stata rispettata» dal 36enne, perché il rispetto delle prescrizioni dei domiciliari «costituisce – è scritto nella decisione – un obbligo di legge alla cui violazione consegue l’aggravamento».
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