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Ari Lennox – Vacancy: Una soft girl all’attacco :: Le Recensioni di OndaRock

Tra lenzuola di seta e la luce del telefono riflessa sul volto, una donna passa le serate nella propria camera da letto. È bella, adulta ed emancipata, ma sola. Ha il cuore nuovamente libero, desideroso d’invischiarsi nei colori della vita, nell’amore e nei suoi possibili tranelli. I drammi del passato? Acqua sotto i ponti, perché la vita, alla fine, altro non è che un ciclo continuo di errori da ripetere fino a che non s’impara qualcosa, nel mentre che si aspetta, tanto vale appendere alla porta quel cartello che segnala la volontà di rimettersi in gioco: “Vacancy”.
Se già la foto in copertina lasciava presagire un contenuto intimo e sensuale, il terzo album di Ari Lennox, vero nome Courtney Saulter, trentaquattro anni da Washington Dc, insegue senza remore il revival del long playing soffuso e un filo anodino che fu prerogativa di Brandy, Monica e Ashanti al passaggio del Millennio. L’ascolto arriva infatti avvolto da pesanti coltri rosso porpora di eleganza lounge, tastiere al burro, ritmi tenuti al passo e liriche d’amore a vari stadi d’infatuazione, una miscela sonora che un tempo chiamavamo quiet storm. Pur perdendo ogni tanto la bussola, com’era forse prevedibile lungo cinquanta minuti di musica, Ari riesce a non annegare totalmente nella melassa grazie alla presenza scenica e a qualche accortezza produttiva sopra la media dello streaming da playlist generalista.

Singoli quali “Soft Girl Era”, che rivanga un popolare trend internettiano di donne che aspirano a una vita agiata, e “Under The Moon”, che rovescia il concetto di “allupato”, ben rendono l’idea di un ascolto vaporoso ma curato – il primo dei due ricalca uno scherzoso r&b in stile Mariah Carey, il secondo ancheggia sopra un elegante “diet” dub.
Ma “Vacancy” ha tante stanze vuote; solo in apertura, “Mobbin In DC” viene accompagnata da un pungente filo di tromba jazz, mentre la successiva title track si avvale della mano di un redivivo Jermaine Dupri con un beat non a caso posizionato tra r&b e hip-hop come la Janet Jackson degli anni Novanta.
Certo, l’acustica “Pretzel” si dilunga inutilmente attorno a un pattern a filo palpebra, potremmo dire lo stesso di “High Key”, non fosse per la voce di Ari che stavolta si libra sopra gli strumenti con ritrovata passione, inanellando la performance che SZA e Kehlani promettono da anni ma ancora non consegnano.
Tra i beat ben assestati di “24 Seconds”, le soffici idee elettroniche attorno a “Cool Down” e i richiami agli anni Sessanta della Chess Records di “Horoscope” e “Hocus Pocus”, l’ascolto non stupisce né aggredisce l’ascoltatore casuale, ma offre i dovuti motivi d’interesse a chiunque mastichi i prodotti del cosiddetto panorama adult contemporary.

Certo, c’era bisogno di qualcosa in più, soprattutto per un terzo album di studio incaricato di elevare il profilo dell’autrice oltre la cerchia dei fan. Ari ha chiaramente gusto, una gran bella voce e sa come giostrare la propria sensualità nell’era social, ma chi già ai tempi del debutto “Shea Butter Baby” (2019) intravedeva un po’ fantasiosamente i semi di una nuova Aaliyah dovrà aspettare, mancando ancora quella spinta futuristica in grado di fare del solo prodotto un piccolo evento capace di scuotere le fondamenta della scena.
Poco male; l’immacolato equilibrio produttivo lovers rock di “Deep Strokes” mostra quanto poco basti ad Ari per cullare l’ascoltatore, mentre su “Wake Up” risplende l’energia stradaiola e un po’ incazzata di Lianne La Havas, perché sotto l’eleganza da boudoir si nasconde un’anima ruggente e certo non timida.
Speriamo Ari Lennox non si fermi qui, come la collega Sabrina Claudio sarebbe un peccato vederla reiterare all’infinito le solite idee che vanno per la maggiore tra le interpreti del suo rango. Nei momenti migliori, “Vacancy” mostra di aver ben altra stoffa.

08/02/2026




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