Aree interne, Caggiano: «Non destino di spopolamento, ma risorsa viva»
Intervista a Giovanni Caggiano, Presidente Asmel: «le Aree Interne non sono destinate allo spopolamento. Serve una nuova governance che ascolti i Comuni».
Ancora divampa, non solo per il caldo afoso di questi giorni, la polemica sulla nuova strategia per le Aree Interne, a causa di una frase contenuta nel documento che parla di «accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile» di queste aree che interessano quasi 4mila Comuni e un quarto della popolazione italiana. La strategia è stata approvata all’unanimità dalla Cabina di regia con Regioni, Province e Comuni stessi attraverso le loro rappresentanze istituzionali. Vediamo cosa ne pensa il Presidente di Asmel, la seconda associazione di rappresentanza dei Comuni per numero di aderenti che non ha mai mancato di dire la sua pur non essendo presente in questa o in altre “cabine di regia” col governo. L’ultima a dicembre scorso quando, insieme con oltre 1.000 Sindaci, ha indirizzato al Governo la richiesta di riallocare gli oltre 8 miliardi per investimenti comunali tagliati nella Legge di Bilancio.
Presidente Giovanni Caggiano, cosa ne pensa della recente polemica sul piano Snai?
Investire nelle Aree Interne non è una scelta tecnica, ma politica. I tagli strutturali ai piccoli Comuni hanno fatto perdere quell’orizzonte di slancio verso il futuro e verso la progettualità di una parte così rilevante del Paese. Come rappresentanti delle autonomie locali, invece, abbiamo la responsabilità di essere il viatico per la migliore strategia politica. Perché sappiamo bene che i Comuni sono una risorsa viva per l’intero Paese, non una riserva da tutelare. Sono più vicini ai cittadini, più veloci nel realizzare le opere, più responsabili nella spesa. Per questo non sono solo destinatari degli investimenti ma devono essere protagonisti della definizione delle politiche di investimento.
IL MODELLO DI GOVERNANCE PROPOSTO DA ASMEL
Quale è secondo Lei il modello da seguire per rafforzare la governance locale e magari rendere più stabile la capacità di spesa della PA?
Oggi il vero nodo da sciogliere non è solo quello delle risorse, ma il modello stesso di governance. Un modello che continua a decidere “dall’alto” e in modo autoreferenziale, lasciando i Comuni ai margini. È il modello promosso da chi ha progressivamente perso la capacità di ascolto e di lettura dei territori. Nella cosiddetta “Agenda dei Comuni e delle Città per la Coesione”, l’Italia viene classificata in tre livelli: Capoluoghi e Città Metropolitane; Capoluoghi di provincia e aree vaste; Aree interne e Piccoli Comuni. Nei tre livelli di intervento previsti scompare il Comune in quanto tale, inglobato in classificazioni che non ne rispettano la natura e la funzione. In questo schema, il protagonismo dei Comuni viene sacrificato in nome di una presunta razionalizzazione che rischia di allontanare ulteriormente la programmazione dai territori.
Come Asmel diciamo basta con la programmazione distante, con bandi complicati e tempistiche irrealistiche. Basta con un sistema che carica gli enti locali di burocrazia, riducendo il tempo e le energie da dedicare alla progettazione e alla realizzazione concreta degli interventi. I Comuni sanno spendere, e sanno spendere bene: lo confermano i dati PNRR, che li vedono primeggiare per efficienza nell’uso dei fondi, rispetto a Ministeri e Regioni. Anche in vista del nuovo ciclo di programmazione dei fondi, serve partire dal basso, dai territori, restituendo ai Comuni fiducia e strumenti concreti. Non solo risorse, ma anche autonomia decisionale. Un modello orientato ai risultati, come da sempre sostenuto da ASMEL anche nella Lettera inviata al Presidente del Consiglio a dicembre scorso.
In quella lettera, i Sindaci propongono una soluzione concreta ai tagli della Legge di Bilancio riallocando le risorse europee inutilizzate, distribuite con un criterio semplice e oggettivo ovvero assegnandole direttamente ai Comuni in base alla popolazione. Questa soluzione permetterebbe interventi immediati, mirati e realmente utili per i cittadini, come suggerito dal modello spagnolo e da quello delle Piccole e Medie Opere.
Strategie che hanno già dimostrato efficacia, garantendo cantierabilità immediata, chiarezza nell’individuazione dei beneficiari e rispetto dei tempi attraverso milestone obbligatori. Non si tratta solo di spendere più rapidamente, ma di spendere meglio. Non semplici muri per ospedali o asili senza personale ma opere pensate dai Comuni secondo le reali necessità delle comunità.
L’IMPORTANZA DI ASMEL E LA DIFESA DEI TERRITORI
Perché c’è bisogno di Asmel per rivendicare questo modello di spesa delegata ai territori?
ASMEL è nata – e continua a vivere – come una rete di rappresentanza dal basso, alimentata unicamente dalle quote dei Soci, senza bisogno di risorse esterne, né commesse pubbliche, quindi realmente rappresentativa delle voci degli Enti soci. Il modello praticato è quello della sussidiarietà ovvero della messa in campo di Reti di servizi come le assunzioni aggregate con gli elenchi di idonei, la rete di committenza qualificata e telematica, la formazione continua per amministratori e dipendenti. E lo fa con trasparenza e autonomia senza dover andare dal governo in carica col piattino in mano per chiedere risorse per sostenere il proprio apparato. Non serve rafforzare un ulteriore apparato che parla sopra la testa degli amministratori locali. Serve ascoltare chi, ogni giorno, tiene insieme i pezzi del Paese. Questa è la via per costruire una governance moderna, fondata sulla fiducia e sulla responsabilità dei territori.
* Benedetta Moricola, Ufficio Comunicazione ASMEL.
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