Ambiente

«Apriamo le nostre dimore al pubblico e cerchiamo di coinvolgere i più giovani»

Guardando il cielo in questi giorni fra l’autunno e l’ inverno si incontrano gruppi di storni che disegnano forme inedite e mutevoli, tutti insieme. È anche osservando il loro peculiare volo che il premio Nobel Giorgio Parisi ha messo a punto la sua teoria dei sistemi complessi, e che prende spunto da una sorta di intelligenza collettiva condivisa dagli storni, appunto, ma anche dalle api e alcuni pesci. Connessi da una rete invisibile, gli individui formano altro. Un organismo analogo potrebbe essere formato dalle oltre 43mila dimore storiche che punteggiano tutto il territorio italiano, connesse da un sentire comune di desideri, obiettivi e a volte anche problemi. Ville, palazzi, conventi, tenute agricole, condividono antiche origini, pregevoli patrimoni artistici e interessanti storie, fra cultura collettiva e vicende personali, e sono punti di riferimento per i loro territori. Se per secoli sono stati luoghi esclusivi nel senso etimologico del termine, poiché inaccessibili per censo, funzione, scopi, da quasi 50 anni l’Associazione Dimore Storiche Italiane, che ne raccoglie circa 8.200, vuole renderli invece aperti, centri di condivisione di quei patrimoni e quelle storie, ma soprattutto motore per l’economia e la società dei loro territori. È quello che è accaduto a Bracciano, cittadina che dà il nome al lago a una 50ina di km da Roma: nei primi anni 60 la famiglia dei principi Odescalchi, che dalla fine del Seicento possiede l’imponente castello sovrastante le acque del lago, decise di aprirlo al pubblico. A volerlo fortemente fu il principe Livio IV, nipote del collezionista Baldassarre, che alla fine dell’Ottocento riportò agli antichi splendori il maniero e decise di condividere i tesori della collezione di famiglia, organizzando uno dei primi musei privati aperti al pubblico. La figlia di Livio, la principessa Maria Pace Odescalchi, ha vissuto sotto le volte di pietra parte della sua vita, divisa con il palazzo di famiglia a Roma, scrigno di tesori d’arte e affacciato con riservato contegno sul traffico caotico di piazza dei Santi Apostoli.

Laureata in Business Administration, da anni è lei a gestire il castello di Bracciano e dallo scorso maggio i membri dell’associazione l’hanno nominata loro presidente. «Il nostro obiettivo è questo – spiega -: aprire ancora di più, tornare a essere luoghi di dialogo con il territorio, con importanti ritorni per il territorio stesso. Le fornisco qualche numero: le dimore storiche sono il più grande museo diffuso d’Italia, rappresentano circa il 17% del nostro patrimonio culturale nazionale e più della metà di esse si trova in comuni con meno di 20mila abitanti. Come tali, costituiscono una perfetta alternativa ai percorsi più battuti, una soluzione all’overtourism. Solo nel 2024 hanno accolto oltre 35 milioni di visitatori, ospitando più di 210mila eventi, di cui oltre 70mila gratuiti. Un impatto occupazionale pari all’1,2% della forza lavoro italiana, con 1,9 miliardi di euro investiti nel triennio 2021-2023 e oltre 900 milioni nel 2024 per lavori di restauro e manutenzione. Le faccio un esempio, proprio con il nostro castello: ogni anno 75mila persone partecipano ai nostri eventi, alle visite guidate, ai laboratori, e per accoglierli nel paese si sono moltiplicati ristoranti, b&b, negozi di artigianato, creando un indotto che prima non c’era». Al Castello di Bracciano nel 1971 Aldo Moro, all’epoca ministro degli Esteri, convocò una riunione dei suoi colleghi europei, ma molto più frequenti sono i matrimoni (uno per tutti, quello fra Tom Cruise e Katie Holmes nel 2006), che per le dimore storiche sono un vero e proprio business: secondo i dati di Bmii – Borsa del Matrimonio in Italia, la più importante fiera di settore, nel 2024 sono state la location preferita per le nozze degli stranieri (un giro d’affari da oltre un miliardo di euro), che per il 13,8% hanno scelto per cerimonie e feste ville, palazzi e castelli. «I matrimoni vanno benissimo, ci mancherebbe, ma noi vorremmo, lo ribadisco, rendere questi luoghi non solo set per eventi speciali, ma punti di dialogo costante, quotidiano, con il loro territorio e le persone che lo abitano – dice Maria Pace Odescalchi -. Le faccio un altro esempio: il Castello di Panicale, in Umbria, è stato comprato da una coppia di statunitensi che vi hanno portato la loro collezione di 120mila puzzle e lo hanno reso fruibile al pubblico aprendo un Museo del Puzzle, appunto». Proprio in quella zona, però, capita che altri investimenti alzino barriere per il godimento collettivo di questo patrimonio, come è accaduto con il Castello di Procopio, fortezza del XII secolo diventata un Mandarin Oriental per un massimo di 16 ospiti, oppure il Castello di Antognolla, comprato dal magnate emiratino Mohamed Alabbar, fondatore di Emaar Properties e costruttore del Burj Khalifa e del Dubai Mall, con l’obiettivo di farne un resort Six Senses: «Resto in ogni caso dell’idea che bisognerebbe incentivare chi investe in Italia – prosegue la presidente -, mettere a punto un piano di lungo periodo e non offrire provvedimenti o sostegni spot. Spesso i proprietari di queste dimore sono costretti a venderle perché i costi di manutenzione sono troppo alti, e cambi di destinazione d’uso sono impossibili per beni vincolati. Non si creda che sia un mondo di enormi ricchezze, il nostro. Eppure, visto che si tratta di luoghi di interesse pubblico, le istituzioni dovrebbero mettere a disposizioni forme di sostegno e sgravi fiscali, per esempio per i lavori di restauro». A fine ottobre l’Adsi ha firmato un protocollo d’ intesa con Abi, proprio per facilitare l’ingresso al credito e favorire investimenti in restauro, efficienza energetica e valorizzazione per i proprietari di dimore storiche; e alcuni dei membri dell’associazione più esperti in gestione dei loro beni si mettono a disposizione dei colleghi che ne hanno bisogno.

Le dimore storiche hanno un’importante valenza sociale, oltre che economica: l’indotto da esse generato potrebbe contribuire a ripopolare quei tanti, troppi territori italiani a rischio di spopolamento. Secondo gli ultimi dati Istat, nel nostro Paese ci sarebbero fra 1 e 2 milioni di edifici in abbandono, pari al 6% dell’intero patrimonio immobiliare, e di questi circa 70mila sono edifici di interesse storico. Dare loro un futuro potrebbe significare fornire interessanti opportunità anche a giovani imprenditori. La European Association of Historic Houses, alla quale fanno capo circa 50mila dimore, incluse quelle dell’Adsi, in 24 Paesi europei, ha lanciato di recente un corso di formazione per gestori di dimore storiche e per manager energetici: «Questo mondo non è lontano dalle giovani generazioni, al contrario – nota Odescalchi -. Fra i giovani c’è molto interesse per le nostre realtà: certamente c’è chi si limita a scattare un selfie in uno dei giardini storici, ma ci sono giovani studiosi molto appassionati del genere. Ogni anno riserviamo delle borse di studio a chi conduce studi dedicati a dimore storiche. Ma è anche da prima che bisogna iniziare, perché l’esposizione, l’educazione al bello va favorita a partire dai bambini: vorrei lavorare con le scuole ancora di più di quello che già stiamo facendo. E per il 2027, quando l’associazione compirà 50 anni, vorrei proporre un progetto per portare nelle nostre dimore anche l’arte contemporanea». Quando l’associazione venne fondata a Roma da alcuni membri di famiglie aristocratiche italiane, il 4 marzo del 1977, l’Italia era attraversata da gravi scontri sociali, esito di una relazione problematica e dolorosa con il passato e il futuro della propria storia. Nelle dimore storiche di oggi, queste dimensioni sembrano trovare un nuovo, fertile equilibrio: «Oltre a laboratori di innovazione, sono luoghi di tutela per il presente e il passato – spiega Maria Pace Odescalchi -. Le aziende agricole tutelano le produzioni locali, dal vino all’olio, si organizzano mercati dell’artigianato della zona, e la manutenzione richiede maestranze che conoscono tecniche antiche, mestieri d’eccellenza anch’essi a rischio estinzione». A questo proposito, torniamo un momento a Bracciano: il visionario bisnonno, Baldassarre, chiese alle maestranze e botteghe di Roma di riprodurre oggetti d’arredo antichi, come una stanza da letto in stile neogotico, e sostenne con vigore la nascita del Museo artistico industriale di Roma, un luogo che aveva lo scopo di raccogliere manufatti (vetri, ceramiche, sculture, stoffe dipinte, calchi in gesso, fotografie) dall’antichità al XVII secolo, e contemporaneamente fungere da scuola di formazione per artigiani specializzati, ma che purtroppo è stato dismesso nel 1956. «È un pensiero che condivido spesso con Prospero Colonna (vicino di casa della principessa e proprietario del sontuoso palazzo di famiglia, ndr): siamo custodi, non proprietari. Siamo il passaggio di una lunga storia e dobbiamo gestirlo al meglio, insieme», conclude. L’intelligenza collettiva delle persone e dei luoghi è in fervida attività.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »