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Antony Szmierek – Decoding Birdsong: Il volo dell’airone :: Le Recensioni di OndaRock

Dopo il successo di “Service Station at the End of the Universe” (2025), Antony Szmierek non si è affatto fermato: ha intensificato l’attività dal vivo tra Regno Unito, Europa e Nord America e si è rimesso subito al lavoro, per non lasciar passare troppo tempo tra un album e l’altro. L’ispirazione per questo disco nasce da un periodo difficile vissuto l’anno scorso, dopo il successo del primo album. Szmierek camminava spesso lungo il Mersey, a Manchester, e lì incrociava sempre lo stesso airone: una presenza costante che nel tempo è diventata un simbolo, portatore di un significato più profondo di una semplice coincidenza. L’album avrebbe dovuto intitolarsi “The Heron”, ma il discorso si è allargato e il titolo, “Decoding Birdsong”, indica sia il prestare attenzione a ciò che di solito non si nota, sia il voler spingere più a fondo la ricerca di significato.

Il nucleo delle canzoni è il rapporto tra caso e destino, mistero e ricerca di senso. Szmierek parla di “coincidenza come religione” e delle sfide che dubbi e solitudine portano con sé; allo stesso tempo, la ricerca di una trama più profonda non deve diventare un’ossessione che finisce per condizionare tutto. L’orizzonte è dunque molto più ampio rispetto al disco precedente, incentrato soprattutto su Manchester, sulle sue persone e le sue storie. Sul piano musicale si resta in territorio electro, dance indipendente e spoken word: il suono è a tratti più asciutto e minimal, a tratti più vellutato e house, e nel complesso risulta gradevole e piuttosto immediato. Il genere offre un ampio ventaglio di soluzioni e Szmierek dimostra di padroneggiarlo e di muoversi a suo agio.

“Chalk” apre l’album mescolando il beat di una 808, synth accennati e un basso irrequieto. Protagonista è Ronnie O’Sullivan, il campione di snooker, che era solito passare il gesso sulla stecca: un gesto in sé insignificante, ma che diventa un piccolo rito, un punto fermo nel caos, un passaggio tanto superfluo quanto necessario verso l’obiettivo. “The Heron” è uno dei cuori emotivi del disco: l’airone è una sorta di maestro spirituale silenzioso, che rassicura e guida con la sua sola presenza, su un groove caldo e ballabile arricchito dai colori del piano.

“Godzilla Hotel”, con 1-800 GIRLS, è il resoconto puntualissimo di una rottura avvenuta in Giappone (Szmierek ha raccontato di aver verificato il testo con la sua ex); è uno degli episodi musicalmente più scarni e minimali, coerente con la natura di cronaca diretta. “Flight Simulator”, scritta in modo insolito per Szmierek, a quattro mani con Imogen and the Knife, sta al centro del disco ed è il momento in cui la sua ossessione per coincidenze, segni e destino viene messa alla prova da un’immagine estrema, quella di un aereo che precipita. Il “monologo contorto”, mai così teatrale, è quello di una persona che deve far atterrare un aereo in caduta affidandosi soltanto alla fortuna (il simulatore di volo è una metafora della vita vissuta senza certezze). Ma a venire messo in discussione è persino il senso complessivo: “And all this could just be fabricated / In a back lot in LA / With a television hypnotist / Playing God to compensate”. La melodic techno amplifica l’ansia del brano.

“The First Five Minutes of Magnolia” prende le mosse dal celebre prologo di “Magnolia” (1999) di Paul Thomas Anderson, con la sua sequenza di eventi assurdi, eppure collegati e impossibili da spiegare. Szmierek parte proprio dall’idea che la realtà sia fatta di connessioni casuali che possiamo scegliere di leggere come destino. Sul piano musicale mette in primo piano chitarre quasi grunge nella loro distorsione e le fa dialogare con una house melodica. Dopo questo brano fa la sua ricomparsa l’airone, in “The Same Heron Again”, dando così spessore narrativo all’incontro con l’airone nel corso dell’album; in questa traccia si esplicita il ripetersi dell’incontro, andando a calcare sul significato di un fatto che si ripete più volte, proseguendo il discorso della traccia precedente. Ma sono domande senza risposta: “Aussie Gold Hunters”, che conclude l’album, è una traccia notturna, malinconica e sospesa, nata in un momento difficile e scritta Szmierek da solo, in hotel, di notte. Non ci sono rivelazioni, ma con un’immagine straniante e quasi comica, presa da un reality australiano sui cercatori d’oro. L’airone è un punto fermo, in un mare di caos. Viene da pensare a Gialal al-Din Rumi (poeta e mistico persiano del XII secolo) «il discorso è nave, il significato un mare»-

Un album ricco e di grande spessore, che segna la maturazione di Szmierek come musicista e come autore: i testi sono intensi e poetici, e la musica, varia nella tavolozza di idee e riferimenti, resta compatta nell’esito finale.

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03/11/2026


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