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>>>ANSA/ Meloni scrive a Costa, ‘su Kiev serve una voce, a dicembre l’Ue decida’ – Altre news

(di Michele Esposito)
“Sull’Ucraina serve parlare con
una voce, a dicembre l’Ue decida sul negoziatore”. Ancora una
volta una lettera. Ancora una volta un messaggio chiaro, questa
volta non sul fronte economico e non con Ursula von der Leyen
come destinatario. E’ al presidente del Consiglio europeo
Antonio Costa che la premier Giorgia Meloni ha deciso di
scrivere, con un obiettivo: mettere nero su bianco un tema che
l’Italia ha posto già a margine del Vertice dei 27 di ottobre. E
sul quale non ha alcuna intenzione di arretrare. “La necessità,
per l’Europa, di parlare con una
sola voce sulla questione ucraina è ormai improcrastinabile”, è
il concetto che il capo del governo ha recapitato all’Europa
Building.

   
Il nuovo passo, forse, è stato accelerato dalla cronaca degli
eventi. Tra mercoledì e giovedì un doppio incontro su Kiev ha
avuto luogo a Bruxelles. Presenti emissari americani, inviati
ucraini, funzionari della Nato e rappresentanti degli E3. Ovvero
di Gran Bretagna, Francia e Germania. Ovvero di quel formato che
solo una decina di giorni fa Meloni aveva fatto sapere di
considerare “morto”. Il susseguirsi di interventi in vari
formati e composizioni diverse sta rendendo gli europei “poco
credibili. Dando l’immagine di un’Europa che va in ordine sparso
non facciamo altro che l’interesse di chi vuole che questa
guerra continui”, ha scritto Meloni. Mettendo sul tavolo quello
che potrebbe apparire quasi come un ultimatum: “la questione va
discussa al Consiglio europeo informale di Dublino affinché il
Consiglio Europeo di dicembre sia in grado di formalizzare una
decisione sul punto, anche dopo un raccordo con Regno Unito,
Norvegia e gli altri partner europei interessati”.

   
La lettera di Meloni non è fuori contesto. Il rafforzarsi
della convinzione di avere un ruolo nei negoziati, al fianco di
Kiev ha rimesso sui tavoli comunitari l’urgenza del tema. Finora
Bruxelles ha di fatto deciso di non decidere, affidandosi a un
doppio team: un rappresentante dell’Ue – il capo di gabinetto di
von der Leyen Bjorn Seibert negli ultimi colloqui – per le
questioni inerenti all’Unione, il formato E3 (in un caso E4, con
la Polonia, in un altro allargato anche all’Italia) per il
fronte sicurezza. “Esiste già un accordo tra i gabinetti di
Costa e von der Leyen. Quando e se ci sarà l’esigenza di passare
al livello dei leader si vedrà, ma al momento il consenso è
abbastanza largo, è difficile aprire ora la questione
dell’inviato Ue”, ha spiegato una fonte diplomatica. Il dossier
contiene insieme molteplici nodi, dal numero di eventuali
negoziatori ad un quesito procedurale non marginale: se
l’inviato, in un prossimo futuro, firmasse un trattato di pace
questo andrebbe ratificato dal Consiglio europeo? In caso di
risposta affermativa l’Ue rischierebbe di trovarsi ingabbiata al
tavolo dei negoziati.

   
La mossa italiana, insomma, potrebbe aprire un vaso di
Pandora. Tra i pochi Paesi finora a reagire c’è l’Austria che,
plaudendo alla chiarezza della premier, ha preannunciato che
porterà il tema al prossimo Consiglio Affari Esteri. Forse il
meno preoccupato è proprio il destinatario della missiva: quel
Costa che, qualche mese fa, in tanti a Bruxelles davano come il
naturale candidato per fare da negoziatore. Allargare in maniera
stabile il formate E3 a Polonia e Italia non ha, invece, il
necessario consenso tra i 27, soprattutto tra quei Paesi – vedi
i Nordici o l’Olanda – che a Kiev hanno spedito ingenti
finanziamenti e nutriti equipaggiamenti militari, assicurando
anche i boots on the ground dopo un’eventuale tregua. Per loro
solo il formato E3 può essere sopportabile.

   
Proprio sul tema degli aiuti il governo, tuttavia, si
appresta a muoversi. Il pacchetto “sarà discusso al Copasir la
prossima settimana. Proporrò inoltre la possibilità di
prolungare il meccanismo del decreto aiuti” anche per il
prossimo anno, ha annunciato il ministro della Difesa Guido
Crosetto. Puntualizzando: “il governo manterrà la linea che ha
seguito in questi 4 anni”. Una linea che, tuttavia, non tutti
sembrano condividere, a cominciare da Matteo Salvini. E
l’avvicinarsi del voto potrebbe complicare ulteriormente le cose
sul fronte del sostegno italiano a Kiev.

   

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