Politica

>>>ANSA/ In Danimarca vittoria amara per Frederiksen, non ha la maggioranza – Altre news

(di Michele Esposito)
Non è bastato il fattore
Groenlandia per uscire da un cul-de-sac evidente già alle scorse
municipali: Mette Frederiksen e Socialdemocratici sono in testa
nelle elezioni in Danimarca ma la loro vittoria ha un sapore
amaro. Stando agli exit poll il partito della premier uscente
non avrebbe raggiunto il 20%, registrando – secondo l’emittente
pubblica Dr – il peggior risultato dal 1901. La mossa delle
elezioni anticipate messa a sorpresa sul piatto da Frederiksen
sull’onda dell’anti-trumpismo non le permetterà, quindi, di
avere una maggioranza autonoma per governare. Ma anche il suo
principale rivale, il ministro della Difesa uscente Troels Lund
Poulsen, non può sorridere: i liberali di Venstre, piazzandosi
poco sopra il 9%, avrebbero infatti incassato il peggior
risultato della loro storia.

   
Gli exit poll danno un quadro molto frammentato per i danesi.

   
Tutti e tre i partiti al governo, Socialdemocratici, Venstre e
Moderati, hanno registrato un calo. I Moderati del ministro
degli Esteri uscente Lars Lokke Rasmussen – vecchia volpe della
politica locale – con il loro 8,2% potrebbero comunque essere
decisivi per la formazione dell’esecutivo. A Copenaghen sono
soliti dividere i seggi assegnabili in un blocco rosso, guidato
dai Socialdemocratici, e in un blocco blu, di centrodestra. Il
primo si attesterebbe a 83 seggi, il secondo a 78. Il quorum per
raggiungere la maggioranza nel Folketing, il Parlamento danese,
è di 90. A ciò va aggiunto un dato: all’interno di entrambi i
blocchi ci sono formazioni di estrema sinistra o estrema destra,
con le quali difficilmente i Socialdemocratici o i Liberali
potrebbero allearsi. Bene, all’interno del cosiddetto blocco
blu, l’Alleanza Liberale di Alex Vanopslagh che ha superato il
10% e lo stesso Venstre, incassando la scelta di non sostenere
Poulsen come candidato unico del centrodestra.

   
A dominare la campagna elettorale non è stato solo il fattore
Trump. Lo scontro tra Frederiksen e Polusen si è fatto aspro su
temi come il welfare, l’ambiente, le condizioni degli animali
negli allevamenti, la pressione fiscale. Nessuno dei contendenti
ha trionfato. Possono invece sorridere le formazioni più
estreme, a destra come a sinistra. I sovranisti del Partito del
Popolo danese avrebbero guadagnato 5 seggi, passando da 8 a 13.

   
“Cari amici, il Danske Folkeparti è tornato! Questo è il più
grosso successo che posso ricordarmi”, ha esultato il leader
dell’estrema destra Morten Messerschmidt, sottolineando che non
sarà mai al governo assieme ai Moderati di Rasmussen. L’alleanza
Verde-Rossa – lontana erede del partito dei lavoratori e di
quello comunista – avrebbe incassato 11 seggi, due in più
rispetto agli attuali. Trend nettamente positivo anche per il
Partito popolare socialista, il cui balzo si prospetta del 3,8%.

   
I colloqui per il futuro governo si prevedono lunghi e
complessi. Se da un lato Frederiksen ha comunque vinto le
elezioni, dall’altro non è da escludere un governo di
centrodestra. Molto dipenderà da Rasmussen. Ma il rischio è che
l’esecutivo parta comunque azzoppato. Con fosche ricadute anche
sul nodo groenlandese. “Siamo in una situazione ancora seria,
credo che siano le elezioni più importanti della storia per il
Parlamento danese in Groenlandia”, aveva predetto il primo
ministro di Nuuk Jens-Frederik Nielsen mentre nelle tv danesi
scorrevano le immagini dei groenlandesi alle urne. I prossimi
giorni diranno se Copenaghen avrà la stessa forza politica del
governo uscente di fronte al ciclone Donald Trump.

   

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