Politica

>ANSA-FOCUS/ ‘In Ue nel 2027’. La richiesta di Zelensky divide l’Europa – Altre news

(di Michele Esposito)
Il sostegno resta incrollabile,
il nuovo pacchetto di sanzioni entro meno di un mese sarà pronto
ma, sull’adesione nel 2027, Volodymyr Zelensky non può essere
accontentato. Nelle pieghe di un Consiglio Affari Esteri
dominato dalle nuove sanzioni all’Iran, il dossier ucraino ha
comunque avuto il suo posto. Ad essere in evidenza sono stati
soprattutto due temi: l’emergenza energetica e le dichiarazioni
del leader di Kiev sul futuro ingresso nell’Unione. Sul primo
punto l’Europa – già prima che Donald Trump annunciasse la
tregua del gelo concordata con Vladimir Putin – si è detta
pronta a fare tutto il possibile. Sul secondo, la reazione di
Bruxelles e delle cancellerie europee è stata sensibilmente
diversa.

   
Nell’indicare una data ben precisa come inizio dell’adesione
di Kiev nell’Ue, Zelensky non ha fatto i conti con le complesse
procedure che regolano l’ingresso dei Paesi candidati. Procedure
che, se non rispettate, rischiano di trasformarsi in un
boomerang per Kiev, erodendo il consenso sulla sua entrata in Ue
e aumentando l’irritazione di chi, come ad esempio il
Montenegro, si è già adeguato a quasi tutti i parametri
richiesti. “Abbiamo delle regole e dobbiamo rispettarle. Ho già
detto a Zelensky di non lanciare ultimatum”, ha precisato con
nettezza il ministro degli Esteri lussemburghese Xavier Bettel,
da anni assiduo frequentatore delle stanze del potere
brussellese. “L’ingresso nel 2027 non è il sogno di Zelensky ma
di molti Stati membri”, ha smorzato i toni la commissaria Ue
all’Allargamento Marta Kos, consapevole, tuttavia, che per
l’adesione serve il rispetto dei “principi fondamentali” da
parte dell’Ucraina. “Ciò che è chiaro è che il futuro
dell’Ucraina è nell’Unione europea. Stiamo quindi lavorando su
questo, sul processo di adesione all’Ue”, ha osservato l’Alto
Rappresentante Ue per la Politica Estera Kaja Kallas. E il 24
febbraio, diversi commissari europei saranno in Ucraina per il
quarto anniversario della guerra e per mostrare, ancora una
volta, il proprio sostegno all’ingresso di Kiev nell’Ue.

   
I passi avanti del governo giallo-blu sono stati enormi e le
recenti criticità incontrate sul fronte della lotta alla
corruzione appaiono superate. Ma sul piano delle riforme –
economiche, giuridiche, amministrative – il lavoro di Kiev non è
affatto finito. Per Bruxelles l’iter deve essere inattaccabile e
basato sul merito, per non generare irritazione e proteste non
solo tra i 27 ma anche tra i Paesi candidati, in primis quelli
dei Balcani Occidentali. Molto dipenderà anche dalla volontà
politica e dalla struttura dell’accordo di pace che potrebbe
scaturire dai negoziati. E’ chiaro che, ormai tramontata
l’ipotesi di inserire l’ingresso di Kiev nella Nato in una
futura intesa, l’importanza dell’adesione all’Unione è
decuplicata e gode del consenso degli Usa e della non
contrarietà della Russia.

   
D’altro canto, sull’allargamento il quorum richiesto è quello
dell’unanimità, e ciò rende tutto più difficile. Il presidente
del Consiglio europeo Antonio Costa, per aggirare il veto
dell’Ungheria, ha invitato ad andare avanti sul lavoro tecnico
per l’avvicinamento all’Ue dell’Ucraina, rinviando scomodi voti.

   
Ma a un certo punto una decisione a 27 dovrà essere presa. In
questo senso, cruciali saranno le elezioni in Ungheria del 12
aprile. Viktor Orban ha fatto del “no” all’Ucraina nell’Ue uno
dei suoi cavalli di battaglia. Una sua eventuale sconfitta
cambierebbe decisamente gli equilibri sul tavolo. Ma, anche in
tal caso, la data del 2027 rischia di essere un’utopia.

   

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