>ANSA-FOCUS/ In Ue è asse Meloni-Merz, ‘con Donald serve pragmatismo’ – Altre news
(di Michele Esposito)
Il giorno in cui i vertici Ue
hanno celebrato la vittoria dell’unità di fronte all’America di
Donald Trump non ha certo cancellato le tante sfumature che
attraversano il Vecchio continente. Il casus belli della
Groenlandia, in effetti, ha unito voci spesso dissonanti e
irritato leader fin troppo pazienti con il vicino americano. Ma
con l’abbassarsi della tensione la mappa della strategia
comunitaria nelle relazioni transatlantiche potrebbe tornare
variegata. Ed è in questa mappa che è emerso l’asse tra Giorgia
Meloni e Friedrich Merz. Nel nome di un principio: con
Washington servono dialogo e pragmatismo.
Il presidente del Consiglio italiano è arrivato al vertice
straordinario senza passare da Davos. Il bilaterale con Trump
nella cittadina svizzera, più volte rilanciato da spifferi e
indiscrezioni, alla fine non c’è stato. C’è stato, invece, un
faccia a faccia tra Meloni e Merz prima dell’inizio del summit
dei 27. Ed è un dato significativo, avendo l’incontro avuto
luogo solo una manciata di ore del vertice intergovernativo
italo-tedesco. Meloni e Merz, da tempo, si fanno sponda. Il loro
asse ha preso slancio sul dossier migrazione, per poi
consolidarsi sul fronte della competitività. Non a caso, proprio
Roma e Berlino hanno lavorato ad un ‘input paper’ formulato in
vista di un altro Consiglio europeo straordinario, quello del 12
febbraio dedicato proprio alla competitività.
Ma i punti di contatto non finiscono qui. Meloni – il refrain
non è nuovo a Bruxelles – è a capo di uno dei governi più
stabili dell’Ue. Merz guida un esecutivo di neanche un anno di
vita, praticamente neonato secondo i costumi teutonici. Di
contro, a Parigi, Emmanuel Macron (che comunque Merz ha
incontrato a margine del summit Ue) si avvia alla parte finale
del suo regno, dopo il quale è difficile prevedere cosa accadrà.
E’ su questa mappa che si sviluppano le sfumature della
strategia atlantica dell’Ue. Da un lato, i falchi guidati da
Macron e Pedro Sanchez, fermi nel ribadire la loro lontananza
politica e ideologica dal tycoon. Dall’altro, le colombe guidate
da Meloni e Merz. In un lungo articolo Politico ha sottolineato
come la policy comunitaria nei confronti di Washington sia nelle
mani di 5 leader: Macron, il piromane; Merz, il sostenitore
riluttante; Meloni, definita “la cartina di tornasole”; il
polacco Donald Tusk, l’indeciso; il ceco Andrej Babis, il
simpatizzante.
In questo quadro, tuttavia, il ruolo di mediatore che Meloni
si è ritagliata ad esempio sulla questione dazi l’estate scorsa,
rischia di avere meno spazio. Gli attacchi di Trump stanno
aumentando di intensità e numero e l’Europa, timidamente, si sta
ricompattando. Tanto che, nei giorni della tempesta sulla
Groenlandia, le voci di due trumpiani doc come Viktor Orban e
Robert Fico sono apparse flebilissime. Di certo, al vertice dei
27, Meloni ribadirà un messaggio a lei caro: con Trump non
servono né remissività né rincorsa all’escalation. E, quando è
possibile, rinviare scelte difficili. Come sulla partecipazione
al Board of Peace di Gaza. Due soli i Paesi europei firmatari:
l’Ungheria, ca va sans dire, e la Bulgaria, sulla quale a
Bruxelles sono convinti che da Washington sia arrivata
un’inusitata pressione. Molte capitali (vedi Madrid o Dublino)
probabilmente mai entreranno nel Board. Altre, come Roma o
Atene, non hanno chiuso la porta a Trump, ma hanno sottolineato
che qualcosa, nello statuto dell’organizzazione, vada cambiato e
chiarito da un punto di vista giuridico. Ed è una posizione,
questa, quasi coincidente con quella di Ursula von der Leyen.
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