>>>ANSA/ Arriva la legge Ue sulle tlc, più cooperazione dalle Big Tech – La voce degli Eurodeputati
(di Valentina Brini) Nessuna tassa che possa irritare Donald Trump, ma nemmeno una resa alle Big Tech. Con il Digital networks act (Dna), atteso il 20 gennaio, Bruxelles punta a riscrivere il codice genetico delle reti europee e, onorando l’impegno assunto con la Casa Bianca – seppur mai ammesso pubblicamente – nei lunghi negoziati sui dazi, salva le major a stelle e strisce da un fair share (contributo equo) obbligatorio. In cambio, chiede una cooperazione più stringente sull’uso delle reti, sancendo che il tempo del traffico gratuito e senza responsabilità è agli sgoccioli. Il passo in avanti – destinato a non entusiasmare Washington – è soprattutto nel metodo: quella che finora era una partita confinata alle trattative bilaterali tra operatori delle tlc e piattaforme digitali viene portata su un terreno mediato, con l’ingresso dei regolatori a riequilibrare rapporti di forza che negli ultimi anni hanno favorito i colossi del web a scapito delle telco, sulle quali continua a gravare l’onere di sviluppare le reti.
Un utilizzo “equo, ragionevole e proporzionato” delle risorse di rete – in particolare nei nodi più sensibili come interconnessione, peering e transito del traffico Ip – è il traguardo fissato dall’esecutivo di Ursula von der Leyen nelle 396 pagine della bozza di regolamento, nuovo tassello della riforma del mercato tech avviata ai tempi del tandem Vestager-Breton. Un approccio che parte da una constatazione difficile da ignorare: Internet vive di una dipendenza reciproca sempre più stretta tra reti pubbliche e infrastrutture private, soprattutto quelle che reggono video e streaming con Netflix, YouTube o TikTok, grandi divoratrici di banda. Accantonato il cavallo di battaglia del francese Thierry Breton – oggi bandito dagli Usa – di una tassa a carico dei giganti del web per l’uso delle reti continentale, il cuore della proposta si sposta così su un meccanismo di conciliazione volontaria: in caso di controversie tecniche o commerciali tra operatori delle tlc e Big Tech, le autorità nazionali potranno attivare una procedura di mediazione entro tre mesi dalla richiesta di una delle parti. Le regole saranno poi affinate dal Berec, il club dei regolatori europei delle comunicazioni. Una linea morbida che, al netto dei richiami alla “sovranità normativa” di Palazzo Berlaymont, finisce per confermare la lettura della Casa Bianca che, all’indomani dell’accordo di Turnberry sui dazi, mise nero su bianco la rinuncia europea a tassare i servizi digitali.
La rotta per la competitività del continente è tracciata: entro il 2029 ogni Paese Ue dovrà presentare un piano nazionale per dire addio al rame e passare alla fibra entro il 2035. Oggi la fibra copre circa il 70% dell’Europa, ma a velocità diverse: l’esecutivo Ue chiede ai Ventisette investimenti mirati e prevede possibili sanzioni a livello nazionale per chi resta indietro. Il 5G resta l’altro nervo scoperto – in ritardo rispetto a Stati Uniti e Asia – soprattutto sulla qualità delle reti, frenata da aste costose e mercati frammentati: si punta su più coordinamento dello spettro e regole che favoriscano il 5G stand-alone, chiave per industria, logistica, sanità e difesa. Lo sguardo si estende poi fino allo spazio: con i satelliti in aumento e operatori globali già attivi in Europa – SpaceX di Musk su tutti – Bruxelles mira a rafforzare la propria autorità nel definire chi può offrire servizi e a quali condizioni, aprendo alla possibilità di un’autorizzazione unica. Una mossa che rischia di accendere nuove tensioni con Washington.
ZVB
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