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Anna Högberg Attack – Ensamseglaren: Oltre il lutto con l’improvvisazione collettiva :: Le Recensioni di OndaRock

Il primo dei due lunghi brani contenuti in “Ensamseglaren” impiega più di due minuti per proporre un suono che sia emesso da uno strumento riconoscibile. In quell’intervallo di tempo, un brodo primordiale di cigolii, strani segnali radio e brusii formicolanti emessi da organismi invisibili quasi ci illude di essere di fronte a una delle distese artiche di dub ambientale del primo Vladislav Delay. Ma i glissando degli ottoni improvvisamente squarciano il velo: siamo in Svezia e non in Finlandia, e dietro le quinte di questo teatro musicale dell’assurdo c’è un ensemble jazz, per quanto atipico. Sì, perché la sassofonista Anna Högberg, al terzo disco come leader della compagine Attack, ha stavolta riunito attorno a sé una surreale big band, che raggruppa, oltre al suo sax alto, sax tenore, tromba, trombone, tuba, un giradischi, piano, chitarra, due contrabbassi e due batterie (con il chitarrista e uno dei contrabbassisti che non disdegnano di adoperare anche la sega ad arco).

Trascorrono ancora sei minuti perché il mugghiare degli strumenti a fiato, nonché le colate laviche di distorsioni drone-metal che vi si sovrappongono, si rapprendano in un colossale riff doom, con la sezione ritmica finalmente libera di tuonare, titanica. Il tutto collassa poi in una nuova sezione di rumorismi nonsense, e si chiude con un tema melanconico da marching band. Insomma, vagando nell’oceano sterminato dell’improvvisazione totale, la cui esplorazione è cominciata più di sessant’anni fa con gli AMM, ci siamo imbattuti, attraverso tempeste e venti imprevedibili, in una nuova isola, affiorante da freddi mari scandinavi. Ci ha guidato fin qui un marinaio solitario (questo il significato di ensamseglaren), rappresentato, giovane, in copertina: altri non è che il padre di Högberg, scomparso di recente, per il quale il disco rappresenta una sorta di commiato funebre. Ma in quale senso, sta a noi decifrarlo.

A questo scopo, la seconda suite, “Gnistran/Hematopoesi/Emlodi”, può fornirci nuove chiavi. Se il puzzle timbrico iniziale appare ancora più sconcertante (si insinuano theremin ed elettronica a confondere ulteriormente le carte), il dialogo schizofrenico tra i membri della big band finisce per ancorarsi a un solido groove, il cui bilanciamento tra calore soul e erraticità free può far pensare a un Herbie Hancock anni 60 rivisitato dalla Fire! Orchestra (di cui Högberg è storica collaboratrice). Il tutto si imbizzarrisce però in una catastrofe di barriti e di tumulti batteristici, che lascia dietro di sé solo detriti galleggianti in preda alle correnti. E proprio quando il contrabbasso sembra star guidando la combriccola a stabilizzarsi su un riff che potrebbe preludere a un assalto demenziale à-la Mr.  Bungle, cala improvvisamente il sipario.

La giustapposizione a prima vista delirante dei vari quadri sonori non inganni: a giustificare l’avvicendarsi di queste contraddizioni non c’è (solo) gusto dadaista, o postmodernismo cerebrale, bensì, soprattutto, un’emotività scatenata, per nulla ritrosa nel manifestare la sua volubilità proteiforme. Nel lutto c’è smarrimento, c’è rabbia, c’è il girare a vuoto; nel lutto occorre darsi la libertà del mutismo e la libertà del grido, concedersi ripiegamenti commiserativi, ma anche riscuotersene tramite la catarsi collettiva. Il flusso di “Ensamseglaren” celebra la gioia di essere in vita, in questo momento, in gruppo, attraversando il dolore, tentando di penetrare il mistero inerte dell’aldilà: vengono da lì quegli strani bisbigli, quei mugolii inintelligibili? O forse è lo sciabordio dei nostri ricordi che fanno cilecca, cercando vanamente di ricostruire ciò che non c’è più? Non importa: la morte è a un tempo cosa terribilmente seria e terribilmente banale, e non si può far altro che onorarla e sbeffeggiarla, insieme.

29/12/2025




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