Anche l’Umbria coinvolta nel declino della plastica riciclata che non conviene economicamente
La dichiarazione è netta e grave: «Viste le mancate misure urgenti per salvare il comparto, l’industria privata del riciclo, dopo anni di sopravvivenza, si arrende: da oggi fermiamo gli impianti». Così Assorimap, l’associazione che rappresenta circa il novanta per cento della filiera italiana del riciclo e rigenerazione delle materie plastiche, annunciava lo stop di produzione da parte delle imprese del settore. A dirlo è stato il suo presidente Walter Regis, sottolineando come il perdurare delle perdite renda l’attività «ormai impossibile».
La crisi che la filiera vive — utile d’esercizio crollati dell’87 per cento tra il 2021 e il 2023, fatturati in calo del 30 per cento e importazioni extra‑Ue di materie plastiche vergini e rigenerate in forte aumento — crea così un’allerta che va oltre il singolo stabilimento o la singola azienda. La domanda che sorge è: come sta reagendo, o potrebbe reagire, la regione Umbria in questo scenario?
Qui il quadro è alquanto sfaccettato. Da un lato, l’Umbria presenta dati positivi sul fronte della raccolta differenziata: per esempio, la regione ha raggiunto nel 2023 una percentuale del 68,8 per cento, sopra la media nazionale, e ha registrato incrementi sul conferimento di carta, plastica, metalli e legno. Anche sul versante del recupero della plastica l’Umbria si era distinta: nel 2021 la regione risultava in testa alla classifica nazionale del riciclo della plastica con 35,8 chilogrammi per abitante, contro la media italiana di 24,6.
Il problema tuttavia va compreso: il cittadino separa plastica, carta, vetro e organico. In questa fase l’Umbria è tra le regioni più virtuose, con una raccolta differenziata superiore alla media nazionale. I centri di raccolta selezionano i diversi tipi di plastica, la puliscono e la preparano per la trasformazione. Qui emerge già una limitazione: non tutta la plastica raccolta ha le caratteristiche adatte per diventare materiale riciclabile di qualità (“materia seconda”). Una parte significativa finisce nel recupero energetico (incenerimento controllato), perché non idonea o troppo contaminata.
E’ qui che il problema diventa serio. La plastica selezionata deve essere trasformata in polimeri riciclati e poi riconvertita in nuovi prodotti (vaschette, fibre, imballaggi). Il punto critico è che la plastica riciclata spesso non compete economicamente con la plastica vergine importata dall’estero, più economica. Inoltre, i costi dell’energia in Italia rendono la trasformazione ancora più onerosa.
Le aziende umbre e italiane hanno il materiale, ma non riescono a produrre polimeri riciclati in quantità sufficienti e a prezzi competitivi per il mercato. Molti clienti preferiscono plastica vergine più economica, che arriva dall’Europa o dall’Asia.
Senza sostegno economico, incentivi o politiche industriali che rendano conveniente usare plastica riciclata, la filiera resta in crisi, anche in Umbria, dove la raccolta è buona ma la trasformazione è limitata.
Una nota dell’Arpa Umbria rilevava che «quasi la metà della plastica consegnata a Corepla viene destinata al recupero energetico e non al recupero di materia per caratteristiche non idonee alla separazione in polimeri».
Per la regione Umbria dunque l’urgenza è doppia. Da una parte consolidare e potenziare la qualità della raccolta (“materia prima seconda”) perché non sia solo un dato statistico, ma una base concreta per l’industria del riciclo. Dall’altra stimolare un ecosistema che tenga dentro anche la trasformazione della materia plastica rigenerata, evitando che tutto passi fuori regione o diventi semplice recupero energetico. In mancanza di questa catena integrata, l’Umbria rischia di restare spettatrice di una crisi nazionale piuttosto che protagonista di una soluzione.
Una possibile leva può essere la collaborazione tra imprese, istituzioni regionali e consorzi di settore per monitorare lo stato degli impianti, sostenere le imprese in difficoltà, favorire investimenti in tecnologie di rigenerazione e migliorare la tracciabilità e la qualità della materia seconda. Un altro elemento importante riguarda incentivi e politiche industriali: se a livello nazionale l’associazione Assorimap chiede anticipazione dell’obbligatorietà del contenuto minimo di plastica riciclata negli imballaggi e altre misure di sostegno, l’Umbria può farsi trovare pronta con misure complementari e mirate al territorio.
La crisi dell’industria del riciclo plastico lanciata con l’appello di Assorimap costituisce un banco di prova per l’Umbria: la regione può sfruttare il buon risultato in raccolta differenziata per puntare al salto di qualità nella trasformazione, ma questo richiede che il comparto industriale umbro sia messo in condizioni di competere e non solo di raccogliere. Se non lo sarà, la platea degli “operatori del riciclo” rischia di ridursi, con riflessi anche sugli obiettivi ambientali, economici e di autonomia strategica della regione.
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