Amanda Bergman – Embraced For A Second As We Die: Sofisticazioni soft-folk :: Le Recensioni di OndaRock
Hajen, Jaw Lesson, Idiot Wind, Amanda Hollingby Matsson: dietro questi nomi se ne nasconde in verità uno solo: Karin Amanda Bergman Hollingby, cantautrice svedese che ha collaborato con i Tallest Man On Earth, è stata tra i membri fondatori del supergruppo indie-pop Amason e nel 2016 ha intrapreso una carriera da solista con il nome di Amanda Bergman, con un interessante esordio folk-pop (“Docks“, 2016).
Ci sono voluti otto anni per avere un seguito (“Your Hand Forever Checking On My Fever”, 2024), mentre per il terzo capitolo l’attesa è stata più breve, solo due anni.
Registrato in un vecchio studio degli Abba, “Embraced For A Second As We Die” è un deciso passo verso un soft-rock raffinato e musicalmente colto. La calda e delicatamente graffiante voce di Amanda Bergman racconta anni di dolorosi addii e ansie esistenziali, scandite con un passo poetico e noir che rimanda ai Blue Nile di “Hats” (“Common Like The End”). Il paragone con la band scozzese è ricorrente, ma più che sminuire l’album mette in risalto l’elegante apporto dei musicisti: il chitarrista Petter Granberg, il tastierista Rasmus Lindelow e il batterista Karl Hovmark.
Punto di riferimento costante per l’autrice svedese sono gli anni 80, quelli dei Fleetwood Mac (“Groby”), ma anche di Rickie Lee Jones e Joni Mitchell era-“Night Ride Home” (“Sick Of Time”). L’intensità emotiva è costante anche quando ad accompagnare la voce è solo un minimale accordo di chitarra (“Never Know Like That”).
Sono molti i punti di forza dell’album. Prima di tutto le qualità vocali di Amanda Bergman, una delle poche cantanti capaci di emozionare visceralmente anche quando sceglie di confrontarsi con il romanticismo (“Is This How You Said You’d Be Gone”) e con la tradizione del cantautorato americano più nobile (la notevole ballata alla Carole King “A Mindless Dark”). Il nuovo album della cantautrice svedese non è un disco dal fascino immediato, le canzoni sono a volte confidenziali ma delicatamente aspre (la folk ballad con un sapiente tocco di fretless bass “Mexico”), ma anche affascinanti e sensuali (un’altra escursione romantica dagli echi stile Blue Nile di nome “Grasp”), ma è nel crescendo di “Ours Is A Silent Sun” che l’autrice mette a punto una perfetta sintesi di quei sentimenti di sofferenza e speranza che animano l’intero progetto.
Con “Embraced For A Second As We Die” Amanda Bergman mette a punto un album dove trovano sintesi le più raffinate sonorità e abilità compositive degli anni 70, 80 e 90, con canzoni graziate da un’autenticità e una vulnerabilità che sono espressione di quel periodo di riflessione e di bilancio esistenziale che coincide con la crisi di mezz’età. Le melodie sono solide ed eleganti, ma perennemente in bilico tra angoscia e conforto.
01/02/2026




