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Alvini, chi è il tecnico che stupisce la serie A e guadagnava 700mila lire al mese


MILANO – Dai campetti dei dilettanti al 5-1 al Lecce. Dalla panchina come secondo lavoro a vittorie impronosticabili all’inizio del campionato, compresa quella sul Como. Massimiliano Alvini si sta sorprendendo la Serie A con il suo Frosinone, dopo averla conquistata sul campo nella scorsa stagione in B. Una storia di gavetta, ostinazione e idee, cominciata sui campi di provincia della Toscana, dove di sera allenava e di giorno vendeva suole di scarpe insieme al fratello. “Sono orgoglioso del mio percorso. Questa è la mia ventiseiesima stagione di fila da tecnico. Ho quasi 500 panchine nei professionisti, altrettante nei dilettanti”, ha detto a inizio stagione in una intervista a Repubblica.

Alvini si gode il successo, senza illusioni

Dopo il 5-1 al Lecce, Alvini si gode il successo, ma tiene i piedi per terra. “Una vittoria straordinaria, che ci fa fare un passo importante verso l’obiettivo. Nessuno in Italia si aspettava questo percorso, ma io ho fiducia nei miei calciatori”. Il tecnico sottolinea i progressi di Raimondo e della squadra, senza lasciarsi distrarre dalla classifica. “Con 17 punti non vai da nessuna parte, bisogna lavorare tanto. Guardiamo avanti, partita dopo partita”. E rivendica la sua filosofia di gioco: “Noi non aspettiamo, vogliamo determinare le partite”. Poi una soddisfazione personale: “Sono felice che la gente si sia divertita”.

Gli inizi, tra fari spenti e sacrifici

La storia di Alvini parte da lontano. Il primo campo era quello del Signa, dove aveva trascorso quasi tutta la carriera da calciatore. “Ero mediocre, avevo più voglia che piedi. Ero scarso, ma mi riconoscevano curiosità, un po’ d’intelligenza e tanto amore”. Da allenatore, le condizioni non erano molto migliori. “Ci allenavamo alle 20.30, su un campo di 40 metri per 30, illuminato da un solo faro, che funzionava sì e no. Capitava di usare i fari delle auto parcheggiate. Ora tutto è cambiato, ma non io”. Lo stipendio era quello che prendeva da giocatore: 700mila lire al mese.

Vendeva scarpe e studiava i grandi allenatori

Per mantenersi, negli anni da allenatore fra i dilettanti, lavorava come rappresentante di calzature, girando la Toscana in automobile. E approfittava dei viaggi per studiare i colleghi più esperti. “Mi organizzavo i tragitti in modo da andare a vedere quelli bravi: Sarri a Empoli, Conte ad Arezzo, Baldini a Empoli, Ventura a Pisa, Giampaolo a Siena. Parliamo di maestri”. Sopra tutti, però, mette Corrado Orrico. “Nel 1991 mi fermavo a vedere i suoi allenamenti nella gabbia, alla Lucchese. Gliel’ho copiata. Ancora oggi, a Frosinone, uso una specie di gabbia, con barriere basse”.

Il triplete dilettantistico e le prime cicatrici

La strada verso la Serie A è stata lunghissima. Al Tuttocuoio, squadra di Ponte a Egola, nel 2010 vinse campionato di Eccellenza, Coppa Toscana e Coppa Italia nazionale. “Il triplete, come Mourinho. Nello stesso anno. Ci premiò Tavecchio“. Al professionismo arrivò soltanto a 45 anni, dopo aver allenato in diverse categorie. “Non tutti sono enfant prodige. Si cade, ci si rialza e se ne esce più forti”. Fra le cicatrici porta anche l’esonero alla Cremonese, alla prima esperienza in Serie A. “Fu un’esperienza bellissima, ma tornando indietro penso di non avere avuto abbastanza coraggio nel portare avanti le mie idee. Si parlò di sfortuna, ma non esiste”.

A Frosinone la rivincita delle sue idee

A Frosinone quel coraggio lo ha ritrovato. La promozione, conquistata con il 5-0 al Mantova, resta una delle emozioni più grandi della sua vita. “Il coronamento di una carriera. Quella fiamma mi scalda ancora, non si spegne. I ragazzi mi hanno permesso di provare cose nuove, di giocare come voglio”. E adesso, nella massima serie, la squadra continua a sorprendere. Il tecnico non ha rinunciato alle sue convinzioni, neppure contro avversari sulla carta superiori. “Bisogna avere voglia, allenarsi forte e provare a imporre il proprio gioco. Poi non sempre ci si riesce, sia che l’avversario sia la Juve, sia che sia lo Scandicci“.

Lezioni dai maestri, senza inseguire le mode

Alvini è un allenatore curioso, attento alle novità ma poco incline a seguire le mode. Studia Luis Enrique e Klopp, ma rivendica di aver sperimentato certe soluzioni tattiche molto prima che diventassero popolari. “Il calcio d’inizio calciato direttamente in fallo laterale? Modestamente, lo facevo già quindici anni fa in Promozione, al Tuttocuoio. Così costringevamo gli avversari ad abbassarsi”. Anche con i numeri mantiene un rapporto pragmatico. “I dati nel calcio si studiano ma non si allenano, quindi non è roba mia. Mi interessano, ma alla fine si vince per un episodio, per una corsa in più, per un nulla”.

La famiglia, Marchionne e il sogno azzurro

Fuori dal campo resta legato a Fucecchio, il paese dove vive la famiglia. La moglie è commercialista e non può seguirlo nei continui trasferimenti. Lui cerca di recuperare il tempo trascorso lontano dai figli, legge autobiografie e guarda film. “Mi ha ispirato quella di Marchionne, maestro di leadership. Il mio film preferito è Il maledetto United, lo rivedo spesso da solo”. Fra i rimpianti c’è quello di non aver imparato prima l’inglese, che ora studia. E fra i sogni, uno particolarmente ambizioso: allenare la Nazionale. “Aver visto Baldini ct a interim mi ha fatto immaginare di poter arrivare anch’io un giorno su quella panchina. Bisogna sognare in grande”.

La Serie A senza dimenticare le origini

Intanto c’è il Frosinone, con cui sta dimostrando che anche un allenatore arrivato tardi al grande calcio può trovare il modo di stupire. Senza dimenticare le origini, i viaggi in automobile per vendere scarpe e gli allenamenti illuminati dai fari. “Ora tutto è cambiato, ma non io”.


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