altre esplosioni a Doha, Bahrain, Kuwait
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L’Iran ha confermato la morte della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso in un attacco congiunto condotto da Stati Uniti e Israele all’alba di sabato. La notizia, anticipata da fonti israeliane e poi ribadita dal presidente americano Donald Trump e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, è stata ufficializzata da Teheran dopo ore di smentite e versioni contrastanti. Le autorità iraniane hanno proclamato 40 giorni di lutto nazionale, mentre il capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, ha annunciato l’avvio del processo di transizione istituzionale.
L’operazione militare, denominata “Ruggito del Leone” sul versante israeliano e “Epic Fury” su quello statunitense, è scattata intorno alle 7 del mattino, ora locale. Secondo le Forze di difesa israeliane (Idf), circa 200 velivoli hanno partecipato alla prima ondata di raid, colpendo quasi 500 obiettivi distribuiti in diverse province iraniane. I caccia F-35I avrebbero neutralizzato le difese radar, seguiti dagli F-15I armati con bombe a penetrazione profonda. Parallelamente, dagli assetti navali statunitensi nel Golfo sono stati lanciati missili da crociera e impiegati droni per saturare le difese aeree iraniane.
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Tra i bersagli figuravano sistemi missilistici, installazioni collegate al programma nucleare, sedi dei ministeri della Difesa e dell’Intelligence, oltre al compound residenziale della Guida Suprema a Teheran. Proprio lì, secondo quanto confermato in serata, Ali Khamenei sarebbe rimasto ucciso sotto le macerie dopo che decine di bombe hanno colpito l’area. Inizialmente il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato di non avere conferme sulla morte del leader, ma con il passare delle ore la Repubblica islamica ha ammesso il decesso.
Nel corso degli attacchi sono stati uccisi anche alti funzionari militari e politici, tra cui il comandante delle Guardie della Rivoluzione e il ministro della Difesa. La Mezzaluna Rossa iraniana ha riferito di oltre 200 morti e centinaia di feriti in 24 province. Tra gli episodi più gravi, il bombardamento di una scuola primaria femminile a Minab, nella provincia di Hormozgan, che secondo fonti locali avrebbe causato decine di vittime, tra cui numerose bambine. Nella stessa area è presente una base delle Guardie rivoluzionarie, circostanza che, secondo Israele, spiegherebbe l’obiettivo militare dell’attacco.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha espresso “profondo orrore” per l’escalation e ha convocato d’urgenza il Consiglio di sicurezza. Diversi Paesi hanno invitato alla de-escalation, mentre le cancellerie occidentali monitorano il rischio di un conflitto regionale su larga scala.
Nel pomeriggio di sabato è arrivata la risposta iraniana. Le Guardie della Rivoluzione, i Pasdaran, hanno annunciato l’avvio dell’operazione “Promessa Veritiera 4”, definendola “l’offensiva più feroce della storia contro Stati Uniti e Israele”. Missili balistici a medio e lungo raggio, tra cui vettori ipersonici, e droni kamikaze sono stati lanciati verso obiettivi israeliani e contro basi americane nella regione.
A Tel Aviv e Gerusalemme le sirene antiaeree hanno risuonato per ore. Il sistema di difesa Iron Dome, insieme ai sistemi Arrow 3 e David’s Sling, ha intercettato gran parte dei proiettili, ma alcune esplosioni hanno colpito aree residenziali. Nella serata di sabato un missile ha centrato un edificio a Tel Aviv, provocando incendi e almeno 21 feriti, uno dei quali in condizioni gravi. Esplosioni sono state segnalate anche a Ramallah e Gerusalemme.
La rappresaglia iraniana si è estesa oltre Israele. Forti esplosioni sono state segnalate a Dubai, Doha e Manama, oltre che in Kuwait e in altre località del Golfo. A Riad, in Arabia Saudita, residenti e giornalisti internazionali hanno riferito di boati distinti nel cielo. Gli aeroporti di diverse capitali del Golfo sono stati temporaneamente chiusi e lo spazio aereo è stato interdetto al traffico civile, con ripercussioni su centinaia di migliaia di passeggeri in transito.
Le Guardie della Rivoluzione hanno inoltre annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale trasportato via mare. La decisione ha immediatamente alimentato timori sui mercati energetici e sul commercio globale.
Il presidente Trump, parlando dal suo resort di Mar-a-Lago, ha definito l’operazione un “attacco preventivo” mirato a distruggere le capacità missilistiche iraniane e a impedire lo sviluppo dell’arma nucleare. Ha inoltre evocato la prospettiva di “libertà per il popolo iraniano”, invitando implicitamente a un cambio di regime. “Se reagiranno, li colpiremo con una forza mai vista prima”, ha aggiunto, riferendosi a eventuali ulteriori attacchi contro interessi statunitensi.
Benjamin Netanyahu ha parlato di “minaccia esistenziale” rappresentata dall’Iran e ha sostenuto che l’eliminazione della Guida Suprema costituisce un punto di svolta. L’Idf ha avvertito la popolazione iraniana di evacuare alcune aree, tra cui la zona di Isfahan, in vista di ulteriori bombardamenti su infrastrutture militari.
Sul fronte interno iraniano, la morte di Khamenei apre una fase di incertezza. Con la proclamazione del lutto nazionale, le istituzioni religiose e politiche si preparano alla designazione del successore secondo le procedure previste dalla Costituzione della Repubblica islamica. Ali Larijani ha dichiarato che “oggi inizia il processo di transizione”, senza fornire dettagli sui tempi o sui nomi in campo.
La reazione nel mondo musulmano è stata immediata. Hamas ha definito l’uccisione di Khamenei “un crimine abominevole”, attribuendo piena responsabilità a Stati Uniti e Israele e denunciando una “flagrante aggressione contro la sovranità iraniana”. In Pakistan, manifestanti hanno assaltato il consolato statunitense a Karachi; negli scontri si registrano almeno otto morti.
In Iran, mentre le autorità invitavano la popolazione a lasciare Teheran per timore di nuovi raid, si sono formate lunghe colonne di auto in uscita dalla capitale. La rete Internet ha subito interruzioni diffuse. In alcune aree si sono udite manifestazioni di cordoglio, in altre episodi isolati di esultanza, segno di una società profondamente divisa dopo anni di tensioni interne e repressioni delle proteste.
La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione l’evoluzione del conflitto. L’estensione degli attacchi ai Paesi del Golfo, finora considerati relativamente al riparo da uno scontro diretto, e la chiusura di uno snodo cruciale come Hormuz, indicano il rischio di una destabilizzazione regionale di ampia portata. Le prossime ore saranno decisive per capire se prevarrà una dinamica di escalation o se si apriranno canali diplomatici per contenere la crisi.
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