Allora, Luigi Di Maio è professore? Dipende da che cosa si intende
di Giuseppe Pignataro *
Nel linguaggio pubblico ci sono parole che non funzionano come semplici aggettivi: sono ‘contratti’ impliciti. ‘Professore’ è una di queste. Evoca studio, selezione, responsabilità didattica e scientifica. Per questo, usarla in modo approssimativo non è un peccato veniale: è un corto circuito semantico che genera aspettative sbagliate e discussioni inutili.
Allora: Luigi Di Maio è professore? Dipende da che cosa intendiamo. Il 20 febbraio 2026 diversi media hanno riportato la sua nomina al King’s College London come ‘professore onorario’. E la fonte più semplice, in questi casi, è sempre quella ufficiale: nella pagina del King’s College London a lui dedicata compare ‘Mr Luigi Di Maio’ e, come ruolo, ‘Honorary Professor’ nel Defence Studies Department.
Qui nasce la confusione: in Italia ‘professore universitario’ rimanda (anche giuridicamente) a un inquadramento, a procedure di reclutamento e a un rapporto di lavoro con l’ateneo. Nel Regno Unito, invece, l’espressione ‘Honorary Professor’ indica una nomina onoraria: un riconoscimento attribuito a persone esterne che collaborano con l’università e contribuiscono alle sue attività (può essere legato ad attività di insegnamento, ricerca, consulenza, iniziative pubbliche), senza che ciò coincida con una ‘cattedra’ o con un posto accademico strutturato, né con ciò che in Italia intendiamo quando diciamo ‘professore universitario’ come status, reclutamento e carriera. In altre parole: chiamarlo ‘professore’ senza aggettivo è una traduzione incompleta; chiamarlo ‘professore onorario’ è, semplicemente, corretto.
Lo chiariscono bene le policy universitarie britanniche. University College London, ad esempio, definisce l’honorary appointment come un accordo volontario per collaborare e contribuire ai programmi accademici, specificando che tali incarichi non ricevono remunerazione. Anche King’s, in proprie procedure interne (in ambito clinico), descrive le honorary appointments come incarichi non retribuiti conferiti a chi contribuisce alle attività accademiche. E l’Università di Edimburgo distingue in modo esplicito: l’’Honorary Professor’ è un titolo di cortesia e non una established o personal chair (cioè non una cattedra accademica in senso tecnico).
Che cosa significa, in pratica? Che chiamare qualcuno ‘professore’ senza aggettivi, quando l’unica qualifica disponibile è ‘Honorary Professor’, è una traduzione incompleta. Non è un dettaglio: l’aggettivo (onorario) è la parte informativa del titolo. Toglierlo cambia la sostanza, come se ‘consulente’ diventasse ‘dirigente’ o ‘ospite’ diventasse ‘titolare’.
Perché allora l’equivoco si diffonde così facilmente? Perché viviamo nell’epoca della scorciatoia: una parola breve al posto di una descrizione esatta. Ma il linguaggio pubblico non è neutro. Attribuire un titolo è attribuire una forma di autorità: è un ‘atto’ prima ancora che una frase. Se togliamo ‘onorario’, cambiamo categoria. E cambiare categoria, in una società che già fatica a distinguere competenze e reputazioni, non è un dettaglio.
C’è infine un tema di fiducia collettiva: i titoli sono moneta simbolica. Se tutto diventa ‘professore’, allora niente lo è davvero. Si svaluta doppio: da un lato il riconoscimento onorario (che ha senso proprio perché è diverso), dall’altro la docenza ordinaria (che vive di regole, valutazioni, continuità).
La soluzione non è il dileggio, né la pedanteria: è una disciplina gentile. Dire il nome intero delle cose. Dunque: Luigi Di Maio è Honorary Professor al King’s College London, cioè professore onorario. La precisione non irrigidisce il discorso: lo rende più libero, perché lo sottrae al rumore e lo riporta ai fatti.
*Professore Associato di Politica Economica – Università di Bologna
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