Alle università italiane serve un cambiamento strategico
Un recente numero di «Nature» afferma che le università hanno plasmato il mondo moderno ma che, oggi, a esso devono sopravvivere. Nell’immaginario collettivo, l’istruzione superiore è ancora un’esperienza trasformativa, offerta a ragazzi poco più che maggiorenni che frequentano i corsi a tempo pieno, dedicando, perciò, la maggior parte delle loro energie allo studio e vivendo nel campus o nelle vicinanze. Questo modello di funzionamento, tuttavia, sta diventando sempre più un’aspirazione che la realtà effettiva. Una quota crescente di studenti, infatti, è part-time, ma anche quelli a tempo pieno spesso conciliano lo studio con “lavoretti” e con altri impegni extracurriculari, sono pendolari e preferiscono i corsi online, domandando servizi di alta formazione più che esperienze sociali e intellettuali trasformative. Gli ultimi anni, non hanno quindi segnato un semplice ritorno alla normalità post-pandemica, bensì l’ingresso in una nuova era caratterizzata da discontinuità socioculturali e tecnologiche che portano a una profonda messa in discussione del valore culturale, sociale ed economico sia del percorso, che del titolo di laurea, soprattutto se rilasciato da un’università statale. Queste ultime, infatti, stanno subendo una sempre più significativa concorrenza da parte delle università private nell’attrarre i giovani talenti, come se ciò che è sovvenzionato avesse minor qualità e prestigio, e, quindi, non favorisse l’accesso a lavori ad alta remunerazione, alimentando l’idea della strumentalità del titolo di laurea. Tra i giovani, inoltre, c’è un crescente scetticismo sul ritorno dell’investimento nella laurea, anche perché alcune grandi imprese, in primis le Big Tech, stanno eliminando il requisito di questo titolo dalle offerte di lavoro. A livello globale, tensioni geopolitiche, inverno demografico e fuga di cervelli all’estero causano la decrescita del numero di iscritti: numerosi diplomati italiani scelgono di fare l’università all’estero, giudicando il tessuto industriale straniero più avanzato di quello domestico per trovare lavori soddisfacenti. La situazione è, infine, ulterioremnte colpita dall’avvento dell’Ai generativa, che rende obsolete le modalità didattiche tadizionali, e dal giudizio della collettività sul valore della ricerca e della libertà accademiche: secondo la vulgata, investire in ricerca non significa investire in crescita economica e mobilità sociale, mentre alcuni regimi populisti hanno screditato gli scienziati affermando che non perseguono l’interesse di tutti gli strati sociali della popolazione. L’obsolescenza degli atenei statali sembra, quindi, conclamata. Eppure, è proprio in questo tipo di contesto che l’università si dimostra culturalmente indispensabile, perché è l’unica istituzione capace di integrare tre funzioni critiche: produzione di nuova conoscenza, custodia della memoria storica e tutoraggio delle giovani generazioni. Molte università statali italiane sembrano reagire a tale contesto in modo non pianificato, guidate non da un senso di direzione, ma da una direzione senza senso che porta a strategie di breve termine e a un calo di fiducia nel futuro. La strategia è resa ancora più difficile dal fatto che i diversi gruppi sociali (es.: personale docente vs. tecnico-amministrativo, scienziati vs. umanisti), ma anche i diversi loro membri, reagiscono in modi diversi, smarrendo l’attenzione verso l’interesse collettivo. Le università statali sono chiamate, invece, a passare da una logica di risposta tattica, per risolvere piccoli problemi nel breve termine, a una di proposta strategica, per cogliere grandi opportunità nel lungo. È urgente e doverso riscrivere il “contratto sociale” con la collettività, precisando la propria missione, ossia i valori che pertengono a noi professori, quelli che siamo chiamati a trasmettere alle nostre studentesse e ai nostri studenti: siamo chiamati ad assicurare le funzioni sociali dell’università statale, ossia a coniugare eccellenza scientifica e inclusione sociale, innovazione tecnologica e umanesimo critico, autonomia e dialogo con imprese e istituzioni. Le università statali devono trasformarsi in motori attivi d’innovazione tecnologica e culturale (mezzo), per contribuire a raggiungere la sostenibilità ambientale, sociale ed economica (fine); devono guidare, non subire, i cambiamenti in atto. Non si tratta solo di giocare meglio nel quadro attuale, ma di cambiare le regole del gioco. Le università devono tornare a essere motori di senso, preparando la classe dirigente del futuro ad affrontare sfide globali drammatiche. E tutto ciò, nel caso delle università statali, garantendo un accesso all’istruzione equo. Va, in sostanza, ridefinito il legame con la società a favore di ciò che veramente conta, le persone.
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