Società

Allarme rosso per l’istruzione globale: 278 milioni di bambini senza scuola. E mancano 44 milioni di docenti

Il rapporto WeWorld lancia l’allarme: 278 milioni di bambini rischiano l’esclusione scolastica a causa dei tagli agli aiuti internazionali. Mancano 44 milioni di docenti, mentre clima e guerre devastano l’istruzione globale. Anche in Italia pesano forti disuguaglianze: servono investimenti urgenti e pedagogie inclusive per garantire a tutti il diritto al futuro.

Il diritto all’istruzione sta subendo un attacco silenzioso ma devastante. Il nuovo rapporto “Learning Out Loud” di WeWorld delinea uno scenario che non lascia spazio a interpretazioni rassicuranti. Le stime attuali indicano che il numero di bambini e adolescenti esclusi dai sistemi scolastici rischia di salire da 272 a 278 milioni.

Una crisi alimentata da scelte politiche precise: l’analisi prevede che gli aiuti internazionali destinati all’istruzione subiranno un taglio di 3,2 miliardi di dollari entro il 2026. Questa contrazione del 24% minaccia di cancellare i progressi ottenuti con fatica nell’ultimo decennio, lasciando milioni di studenti senza un banco e senza un futuro.

Mancano gli insegnanti: un buco da 44 milioni

Non basta costruire edifici se mancano le persone che educano. Il rapporto mette in luce una carenza strutturale di personale che sta mettendo in ginocchio i sistemi scolastici globali. Per garantire un’istruzione primaria e secondaria universale entro il 2030, il mondo ha bisogno di reclutare 44 milioni di insegnanti aggiuntivi.

La situazione è critica nell’Africa Sub-Sahariana, che da sola necessita di 15 milioni di nuovi docenti. Qui, le classi sovraffollate e la mancanza di risorse rendono quasi impossibile l’apprendimento. Il risultato è la cosiddetta “povertà di apprendimento”: nei paesi a basso e medio reddito, il 70% dei bambini di 10 anni non è in grado di leggere e comprendere un testo semplice.

Il clima cancella la scuola

Per la prima volta, i dati mostrano con chiarezza quanto il cambiamento climatico stia distruggendo le opportunità educative. Oggi, 224 milioni di bambini subiscono interruzioni scolastiche a causa di crisi climatiche o conflitti.

Le proiezioni sono inquietanti: un bambino di 10 anni nel 2024 vivrà il doppio degli incendi e tre volte le inondazioni fluviali rispetto a un coetaneo del 1970. Questi eventi estremi non distruggono solo le infrastrutture, ma spingono le famiglie verso la povertà, costringendole spesso a ritirare i figli da scuola per farli lavorare.

Il potenziale sprecato delle bambine

Il rapporto sottolinea come l’esclusione delle ragazze sia un errore economico oltre che morale. Investire nell’istruzione femminile è la leva più potente per lo sviluppo: se tutte le ragazze completassero la scuola secondaria, l’economia globale potrebbe guadagnare tra i 15 e i 30 trilioni di dollari in produttività e reddito nel corso della loro vita. Eppure, barriere come i matrimoni precoci e la violenza di genere continuano a tenere milioni di giovani donne lontane dalle aule.

Elena Modolo, esperta di educazione globale per WeWorld, ribadisce la visione dell’organizzazione: “Crediamo che l’accesso all’istruzione sia un fondamento non negoziabile”. Secondo Modolo, la scuola deve essere il luogo dove i giovani possono “immaginare un mondo più giusto e meno diseguale”, un obiettivo che richiede risorse immediate e costanti.

Italia: povertà educativa e programmi da rivedere

Anche il nostro Paese deve fare i conti con un sistema che fatica a includere. Elena Muscarella, responsabile dei programmi educativi di WeWorld in Italia, accende un faro sulle disuguaglianze interne.

Muscarella dichiara: “In Italia, le crescenti disparità socio-economiche stanno impattando profondamente l’equità educativa, con la povertà che colpisce in modo sproporzionato i giovani e modella i loro risultati accademici e le aspettative future”.

Particolarmente vulnerabili sono gli studenti con background migratorio, che spesso si scontrano con un sistema poco flessibile. L’esperta spiega che l’esclusione si annida “nelle politiche, nei curricula e negli atteggiamenti degli insegnanti”. La soluzione proposta è un cambio di paradigma: “L’educazione deve abbracciare pedagogie anti-oppressive che sfidino le disuguaglianze strutturali attraverso razza, classe, genere e abilità”.


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