Cultura

Alex De Grassi :: Le interviste di OndaRock


È il dolceamaro esaurirsi della notte nella prima luce del giorno, con quel morbido sussulto di speranza per un nuovo inizio quando ancora le paure del buio non si sono dissolte; la musica di Alex De Grassi, leggendario chitarrista statunitense Classe 1952, è ben riassunta nell’immagine dell’alba, momento di perfetta ambiguità dove coesistono le figure della realtà e le ombre che l’ammantano, sicché tutto è ormai visibile eppure permane il dubbio del sogno. Armato del suo solo strumento acustico, dal ’78 a oggi egli ha dato prova di una discografia preziosa, campione di vendite ai tempi della storica etichetta Windham Hill creata dal cugino William Ackerman, tra i massimi esponenti della chitarra solista in ambito new age. Ma la carriera di De Grassi vanta un cipiglio maggiormente eterogeneo, grazie anche a una tecnica capace di far scuola ma soprattutto di un talento per la composizione raffinato e mai fine a sè stesso.
Avrebbe potuto dormire sugli allori, il buon Alex e, dopo le perle “Turning: Turning back” (1978) e “Slow Circle” (’79), proseguire in un placido percorso strumentale per chitarra acustica solista; invece, gli Anni ’80 e ’90 saranno per lui trampolino di lancio verso eleganti divagazioni dai profumi blues, jazz, fusion, aprendosi alla collaborazione con musicisti poco noti eppure sostanziali e arrivando a cesellare titoli consigliatissimi quali “Clockwork” (’81), “Southern Exposure” (’83), il capolavoro “Altiplano” (’87) e fino all’ipnotico “Deep At Night” (’91). Seguirà un periodo di stanca compositiva, risollevato dal lodevole “The Water Garden” (’98) che non a caso verrà candidato per un Grammy.
Maestro del fingerpicking e solido compositore di melodie per palati fini, De Grassi è una memoria storica dello strumento che ancor oggi può stupire. Come la promessa dell’alba, la quale non ci assicura sul momento esatto in cui il sole sorgerà ma contiene in sè, a patto di saperla attendere, la certezza di una luce visibile a ognuno.

Alex, partiamo dal presente. Oggi qual è la tua sfida più grande dal punto di vista musicale?
Sto appunto cercando di capire quale sarà il prossimo passo nella mia carriera. Sento di avere meno da dire come chitarrista solista e compositore di brani solistici; mi sto concentrando su composizione e arrangiamento per vari ensemble; ho scritto, eseguito e registrato alcuni brani per due chitarre con Andrew York e negli ultimi anni ho realizzato dei quartetti di chitarre per alcuni miei studenti.

Riascolto un pezzo del 1971 come “Alpine Melody” ed è chiaro che hai trovato piena maturità artistica in giovane età. Però hai iniziato come trombettista, se non erro…
Sì, ho imparato le basi musicali suonando la tromba nelle bande scolastiche tra gli 8 e i 12 anni, ma quando ho iniziato a suonare la chitarra mi è presa la smania di imparare le canzoni e i riff del blues. Sono un chitarrista prevalentemente autodidatta. Da adolescente, Paul Simon ha avuto una grande influenza su di me, così come tutti i musicisti del revival folk britannico come Bert Jansch, John Renbourn, Davey Graham ecc., oltre agli artisti del country blues tipo Mississippi John Hurt, Lightnin’ Hopkins e Sonny Terry & Brownie McGhee. Poi sono arrivato a John Fahey e Leo Kottke ed è lì che ho iniziato a pensare di scrivere musica per chitarra acustica solista.

Il jazz è uno degli elementi fondamentali del tuo stile.
Effettivamente, anche se non mi sono mai considerato un jazzista, a vent’anni ero un grande appassionato di jazz e ho studiato brevemente chitarra jazz con Bill Thrasher, coautore del libro sulla chitarra di Joe Pass. Ho assimilato molto da lui ma all’epoca, a essere onesti, mi sono limitato ad apprendere solo alcuni standard. Continuavo a scrivere canzoni con testi, oltre a suonare brani di Kottke e Fahey. Poco dopo ho iniziato a scrivere brani per chitarra solista e la mia visione era quella di incorporare alcune delle armonie e ritmi jazzistici in quegli idiomi folk che conoscevo bene. Ecco, diciamo che volevo diventare il Keith Jarrett della chitarra.

William (Ackerman) mi ha raccontato del suo primo concerto, a Seattle, acclamato da 3.000 spettatori. Quella sera sei salito anche tu sul palco. Voglio la tua versione.
Cosa vuoi che ti dica? Quanto a esibizioni ero assolutamente un novellino, sicché ricordo solo una tremenda agitazione. Suonai alcuni brani che poi confluirono in “Turning” e la gente li amò senza riserve. Fu quella sera che cominciai a sognare di far carriera nel mondo della musica.

Cosa ti piace dello stile chitarristico di William?
Il suo approccio naïf e incontaminato; naïf nel senso che, come lui stesso ti direbbe, non si cura troppo degli aspetti tecnici dello strumento. Non pensa agli accordi, al tempo o alla struttura della musica: suona e compone in modo intuitivo.

Una modalità in netta contrapposizione con la tua.
Anch’io ho scritto alcuni dei miei primi pezzi in questo modo, ma forse ero un po’ più formato sugli aspetti teorici e tecnici e, nel corso degli anni, ho utilizzato, oltre all’intuito, anche la mia capacità di leggere e analizzare le strutture musicali di quanto andavo creando.

Cosa ricordi della tua vita durante il periodo del tuo primo masterpiece, “Slow Circle”?
L’album uscì nel ‘79, dopo l’esordio dell’anno precedente, “Turning”. Scrissi quei brani rapidamente e registrai tutto in sei ore: molte sono first take che non sono state minimamente modificate. La risposta di pubblico e critica fu più che positiva, a conferma del fatto che stavo facendo esattamente quello che dovevo fare. In quel periodo, infatti, ho cominciato a mantenermi economicamente grazie ai concerti. Era appena iniziato un capitolo nuovo della mia vita che mi avrebbe portato in posti incredibili.

“Altiplano” è uno dei tuoi album più complessi ed evocativi: quanto c’è di composizione e quanto di improvvisazione?
Ero appena tornato dal mio primo viaggio sulle Ande boliviane, dove il caro amico Ismael Saavedra mi aveva presentato a tanti interessanti musicisti e artisti. Il brano che dà il titolo all’album non ha molto a che vedere con la musica andina, ma piuttosto con la sensazione di euforia che provai vivendo per un po’ a 4.000 metri di altitudine, dove l’aria è straordinariamente limpida e si possono vedere queste vette maestose a chilomentri e chilometri di distanza. La titletrack l’ho scritta al pianoforte ma poi ho assoldato alcuni grandi turnisti newyorkesi – gente come Clifford Carter, Mark Egan e Chris Parker – e in seguito ho sovrainciso una parte di chitarra molto semplice e assolutamente improvvisata. Ascolta come suona il pianoforte Clifford in quel brano… è meraviglioso! C’è stata un po’ di improvvisazione anche negli altri pezzi, ma la maggior parte è roba scritta. Ho persino avuto Zakir Hussein a suonare la tabla! Dulcis in fundo, Steven Miller ha fatto un ottimo lavoro registrando e mixando negli studi di New York e di Berkeley. La Rca Novus mi aveva messo a disposizione un budget consistente, quindi non ho badato a spese.

Mai temuto che la tua tecnica potesse soffocare le emozioni?
La tecnica deve essere al servizio della musica senza mai diventare un fine. Tuttavia a volte i musicisti hanno bisogno di ampliare le loro capacità per poter suonare la musica che sentono nella propria testa. Amo affinare le mie skills ma non mi preoccupo di essere percepito come “il più veloce” o “il più complicato”. L’unica complessità che mi preme risiede piuttosto negli arrangiamenti.

Cinque album essenziali per comprendere il valore della Windham Hill Records?
Mi concentrerei sugli anni 80 e sull’etichetta originale, perché poi ci sono state delle registrazioni straordinarie uscite però per la Windham Hill Jazz, la High Street e altre etichette derivate da quella di partenza. Prima di tutto c’è stato l’esordio di Will, “In Search Of The Turtle’s Navel”, poi ti direi il primo album di Liz Story, “Solid Colors”, “Aerial Boundaries” di Michael Hedges e l’album omonimo degli Shadowfax. Sono abbastanza spregiudicato da includervi anche un mio titolo, il già citato “Slow Circle”.

In alcune tue composizioni fa capolino un musicista pressochè sconosciuto in Italia, il grande lyriconista Chuck Greenberg, fondatore degli Shadowfax.
Mi è stato presentato da un amico sudafricano che ho incontrato mentre suonavo nella metropolitana di Londra. Era il 1973. Ho ingaggiato Chuck per suonare sassofono e lyricon su “Clockwork”. In quell’occasione mi consegnò una demo degli Shadowfax che ho passato a Will il quale li ha prontamente messi sotto contratto per la Windham Hill. Ho anche suonato la dodici corde in uno dei brani del loro primo album. Inoltre Chuck mi ha accompagnato in alcuni dei miei concerti e io ho suonato in uno dei suoi album da solista. Avevamo un ottimo rapporto musicale ed era molto divertente stare con lui: adoravo il suo humour. Lui e il chitarrista G.E. Stinson hanno scritto e arrangiato la maggior parte dei brani della band ed entrambi avevano un gusto musicale molto eclettico, nel quale mi rispecchiavo perfettamente.

Una delle tue collaborazioni più estreme è appunto con Stinson nell’album in coppia “Shortwave Postcard” del 2001.
Pensa che l’album è stato registrato in due giorni direttamente nella camera da letto del suo appartamento a Los Angeles. Abbiamo impiegato chitarre acustiche ed elettriche e le abbiamo suonate con pennelli, spazzolini elettrici e altri oggetti di uso domestico. Ricordo di aver suonato una 12 corde con tutte le coppie di corde accordate con ottave differenti. Altre volte, invece, le nostre chitarre erano semplicemente scordate. “Shortwave Postacard” ha ottenuto ottimi riscontri nell’ambito della critica specializzata in musica d’avanguardia ma, come puoi immaginare, ha raggiunto un numero di persone molto limitato. Ma non mi importa: per me la musica è tutto ciò che vuoi che sia, e ho amato la spontaneità del progetto.

Le accordature aperte che più hai impiegato?
Mi piacciono molto le accordature che non definiscono necessariamente un accordo maggiore o minore: sono in definitiva più flessibili in termini di armonia e l’uso di un tono o di un semitono tra le corde consente di ottenere alcuni accordi insoliti. All’inizio usavo molto EBEF#BE, ma è una soluzione che crea molta tensione, quindi ora abbasso tutto di un tono intero a DADEAD. Uso molto anche DADGAD e CGDGAD. Ho scoperto che quest’ultima mi permette di ottenere fraseggi usati normalmente dai pianisti jazz. Una delle mie preferite ha però una terza minore: EbGDGBbD. Le prime cinque corde formano un accordo di Sol minore, ma con il Mi bemolle in basso suona più come un Mi bemolle maggiore settima; con questa ottengo risultati entusiasmanti.

Com’è cambiato il tuo rapporto con lo strumento nel corso dei decenni?
Beh, da bambino ho chiaramente iniziato a suonare con l’accordatura standard ma una volta scoperte le accordature aperte e iniziato a sperimentare le mie accordature personali, mi si sono davvero schiuse le porte della composizione per chitarra solista. Dopo tutti questi anni, continuo a usare accordature aperte per i brani solisti mentre sono tornato alla standard nei brani per duo e quartetto di chitarre oppure se devo suonare insieme ad altri musicisti.

L’uso del plettro?
Un altro cambiamento importante è avvenuto quando ho smesso di usare il plettro da pollice all’inizio degli anni ‘90: è stato allora che ho iniziato ad ampliare il mio suono usando esclusivamente la pelle del dito. Fino ad allora mi affidavo alla creazione di una sorta di “profondità di campo” del suono, in cui le note venivano suonate con vari livelli di attacco per creare un suono tridimensionale. Lo faccio ancora, ma ora lo faccio mediante la mia mano e con essa creo o miglioro quell’effetto anche fermando le corde e utilizzando una gamma più ampia di texture come modo per “orchestrare” il suono. Se c’è una caratteristica del mio suono è l’intenzione di dar vita a una sonorità orchestrale e tridimensionale.

Chi ha scritto le melodie che più ti emozionano?
Penso che Wayne Shorter abbia scritto e improvvisato alcune delle melodie più belle della musica contemporanea. Praticamente tutto ciò che ha fatto è fantastico. All’inizio della mia carriera ero un fan sfegatato degli Weather Report e, anche se potrebbe non sembrare, sono convinto che abbiano influito molto su ciò che compongo. Il chitarrista/pianista brasiliano Egberto Gismonti è un altro autore di melodie straordinarie. E poi adoro l’eccentrico senso della melodia di Thelonius Monk. Quanto alla Classica, “I pianeti” di Gustav Holst è forse la mia sinfonia preferita, ricca com’è di melodie fantastiche.

Gli errori che un musicista professionista non dovrebbe mai fare?
Nessuno è esente dagli errori: si spera solo che ci insegnino qualcosa. Mi è stato detto, e forse è vero, che ho cercato di diversificare la mia formula troppo presto, sostenendo che avrei avuto più successo se mi fossi limitato a realizzare album come i primi due con cui mi sono fatto conoscere. Ma un artista non può che mantenersi fedele alla propria ispirazione, pertanto è inutile tentare di essere ciò che non si è. Un po’ come quelli che, abbagliati dal successo della Windham Hill, hanno tentato di riprodurre quello che percepivano essere il sound dell’etichetta. Qualcuno ci è forse riuscito ma i più hanno fallito miseramente, perchè la loro musica non suonava autentica. Se sei un patito del blues ma tenti di suonare “new age” probabilmente la cosa non funzionerà. Al contrario, anche se ho studiato jazz, a esempio, non mi sono mai spacciato per jazzista. Solo dopo molti anni di meditazioni a riguardo ho composto delle cose attraverso quel genere.

La tua opinione sulla musica del mai abbastanza nominato Robbie Basho?
Ero un fan di Basho e prima ancora che nascesse la Windham Hill ho consumato uno dei suoi album pubblicato dall’etichetta Tacoma! Insieme a Fahey è stato un pioniere della chitarra acustica. Credo che, come per Will, anche la sua musica nascesse intuitivamente da un luogo profondo, senza alcun tentativo di artificio o analisi. E c’era anche una rilevante componente di improvvisazione nelle sue esibizioni. Ho suonato con lui in diversi concerti all’inizio della mia carriera: veniva in macchina con me perché non aveva la patente. Ricordo un lungo viaggio notturno in cui mi rivelò: “Sono nato con 500 anni di ritardo e nella parte sbagliata del mondo”. Quando gli ho chiesto cosa intendesse mi ha spiegato che si sarebbe sentito più a suo agio nella Persia del XV secolo. Era un po’ anacronistico, se vuoi, ma totalmente dedito alla musica e al suo particolare modo di suonare. Possedeva una visione e uno spirito davvero unici.

Ascoltando “The Music Of Simon & Garfunkel” mi sono chiesto cosa ne pensi di Simon dal punto di vista chitarristico.
Ero un fan della prima ora di Simon & Garfunkel e da adolescente passavo le notti e i fine settimana a cercare di comprendere il geniale modo di suonare la chitarra di Simon. Tieni conto che all’epoca non esistevano spartiti o tablature, quindi ho imparato con un metodo vecchio come il mondo: selezionavo brevissimi passaggi di un brano e mi sforzavo di imitarli. Simon ha avuto un’influenza enorme sul mio modo di suonare la chitarra. Come ti ho già accennato nel ‘73 ho trascorso un’estate a Londra suonando nella metropolitan: ecco, lì il mio repertorio era fortemente basato sul suo songbook.

Stessa domanda per il chitarrismo di James Taylor in relazione al tuo album “Interpretations Of James Taylor”.
Altro grande chitarrista acustico che ho scoperto in ritardo; le sue canzoni ho cominciato a studiarle seriamente proprio in occasione delle registrazioni dell’album di cui parli ed è stato allora che mi sono reso conto di quanto lui sia abile nel fingerpicking. Anche se Simon e Taylor sono diventati famosi appoggiandosi a delle band, sono due musicisti che funzionano perfettamente anche muniti di sola chitarra. Tra le mie attività c’è quella di insegnante per un ensemble chitarristico di un college dalle parti in cui vivo e per loro ho confezionato degli arrangiamenti di “Sweet Baby James” e “Scarborough Fair”: studiando questi brani si capisce quanto siano tappe imprescindibili per ogni aspirante chitarrista di fingerpicking.

Per quanto concerne i due album precedenti, come hai inteso reinterpretare brani arcinoti e quindi difficili da maneggiare come “You’ve Got A Friend” o “The Boxer”?
Sono sincero: entrambi i lavori sono stati concepiti come album “speciali” da vendere al di fuori del mercato discografico tradizionale e i cd sono stati commercializzati in punti vendita “alternativi” come librerie, farmacie, zoo, musei ecc.. Li ho realizzati velocemente, per guadagnare un po’ di soldi, e avevo a disposizione un budget limitato e alcuni vincoli quali la durata, che doveva attestarsi tra i 3’45’’ e i 4’, perciò a volte ho dovuto “riempire” le canzoni con alcuni elementi extra o, di per contro, togliere qualcosa. Ho cercato di realizzare arrangiamenti per chitarra solista ma, alla fine, per alcuni brani ho inciso due tracce.

Volevo capire come hai lavorato ai brani nello specifico.
Ho imparato le progressioni di accordi dei brani originali, la tipologia di arpeggio, la melodia della voce principale, tutto separatamente. Poi ho iniziato a cercare di integrare queste tre componenti lavorando sull’evocazione dell’atmosfera della canzone. Anni dopo, ho arrangiato la “Angel” di Hendrix utilizzando un processo simile e il risultato è stato molto apprezzato dal pubblico.

Hai mai temuto di aver esaurito l’ispirazione?
Chiaro. Come ti ho detto prima da qualche tempo mi sembra di non avere molto da dire come compositore di musica per chitarra solista.

Come consiglieresti di reagire a quei compositori che incappino in questa eventualità?
Gli direi di non aver paura di uscire dagli schemi quando ci si sente a corto di ispirazione. Andate a imparare qualcosa di nuovo, ascoltate musica che non conoscete, magari prendete qualche lezione o provate uno strumento nuovo. Alcune delle mie idee migliori mi sono venute mentre strimpellavo il pianoforte o la batteria, anche se non sarò mai bravo nè come pianista nè come batterista. Una delle mie più grandi fonti di ispirazione ora è l’ukulele! Ho iniziato a suonarlo quando è scoppiata la pandemia ed ero confinato in casa. Beh, i limiti delle quattro corde e l’attacco veloce e incisivo dello strumento mi hanno fatto rivedere il mio approccio alla chitarra.

Quali sono le tue esigenze in fatto di chitarre?
Come puoi immaginare possiedo molte chitarre e ognuna soddisfa diverse esigenze. Molte sono chitarre speciali come le baritone,la sympitar o la high-strung ma rientrano tutte nello stesso grande insieme. Detto questo, per la maggior parte delle registrazioni e delle esibizioni utilizzo il prototipo del modello Alex De Grassi prodotto dalla Lowden. Si tratta fondamentalmente del loro modello F con fondo e fasce in acero e tavola in abete rosso di Sitka, con alcune piccole modifiche che includono una tastiera leggermente più larga e meno arrotondata e una cassa più piccola con le incatenature un po’ più scavate. Questo soddisfa la mia esigenza di uno strumento equilibrato e buona proiezione del suono anche a volumi bassi. Inoltre offre alle mie dita un po’ più di spazio per muoversi e mi rende più facile suonare gli accordi con il barré. Molti musicisti preferiscono il palissandro o altri legni tropicali all’acero, perché tendono a produrre più armonici. Il mio approccio invece è quello di esplorare tutti i suoni che la chitarra può produrre, e sento di poter ottenere molti armonici grazie al posizionamento della mano che pizzica le corde e a varie altre tecniche, pur conservando le tonalità “fondamentali” che assicurano chiarezza al suono.

Il termine “musica new age” è ancora oggi visto con sospetto nonostante abbia caratterizzato la musica di grandi artisti come Steven Halpern, Shadowfax e molti altri: quali pensi che siano le ragioni più profonde?
“Incasellare” la musica è sempre stata fonte di grandi dibattiti e spesso di irritazione. Ricordo di aver letto un’intervista a Miles Davis in cui diceva che non gli piaceva il termine “jazz” perché era limitante e perché era stato coniato per il pubblico bianco che andava nei club a vedere i musicisti neri. Quando le prime registrazioni della Windham Hill arrivarono nelle discoteche i negozianti non sapevano dove collocarle. Dopo l’uscita di “Turning” visitai un negozio della Tower Records a San Francisco e chiesi al commesso dove avesse inserito l’album. Mi rispose che effettivamente erano stati indecisi rispetto a dove collocarlo ma, siccome vendeva bene, lo avevano destinato sia al reparto folk che a quelli di blues e perfino nella Musica Classica. Alcuni dei miei brani preferiti si trovano in una zona grigia tra i generi, quindi la mia collezione di cd e vinili è semplicemente organizzata in ordine alfabetico: Bach, Basho, Beatles, Beethoven, Bowie, ecc. Definire i generi per motivi di marketing è un male necessario a cui non do molta importanza.

Tra le collaborazioni della tua carriera discografica, quali ritieni abbiano dato i migliori risultati in termini di creatività? Un album come “Tata Monk” con il cileno Quique Cruez forse non è particolarmente conosciuto ma ha un grande valore artistico.
Sono orgogliosissimo di “Tatamonk”. Come ti accennavo ho trascorso un periodo in Bolivia per studiare il folk andino. Quando ho incontrato Quique a Berkeley, in California, anni dopo, entrambi stavamo cercando dei modi per fondere gli strumenti e i ritmi della tradizione andina con quelli del blues, del jazz e del folk nordamericano. Abbiamo dedicato molto tempo alla ricerca degli elementi comuni di ritmo e armonia per creare qualcosa di organico. Gran parte di quella musica è stata arrangiata e composta con Quique che suonava il charango e vari flauti nativi mentre io ero al pianoforte a scrivere gli spartiti. Quando finalmente siamo entrati in studio abbiamo assunto dei giovani diplomati della Berklee School of Music che suonavano jazz e abbiamo licenziato l’album in un paio di session, per lo più dal vivo e in un paio di take. Quique e io abbiamo poi sovrainciso ulteriori parti di flauto e chitarra per completare l’orchestrazione. Mi sono sentito molto onorato che Horacio Salinas, leader del famoso gruppo cileno Inti-Illimani, abbia scritto le note di copertina dell’album elogiando il progetto. La band originale ha suonato anche qualche concerto, ma era troppo difficile tenere insieme così tanti musicisti di talento senza la prospettiva di date con una adeguata remunerazione economica.

Una sola di attualità: qual è il ritratto più veritiero degli States nel 2025?
Negli Stati Uniti la vita è difficile. Per la prima volta da che ho memoria stiamo vivendo sotto un’amministrazione autoritaria che tenta di sopprimere la libertà di parola ed espelle le persone senza un giusto processo. I parenti britannici di mia moglie hanno annullato la visita che avevano pianificato da noi perché non si sentono i benvenuti. I canadesi hanno smesso di comprare il vino californiano perché sono arrabbiati col governo e il turismo è in calo. La verità è che abbiamo un criminale corrotto alla Casa Bianca, uno che infrange tutte le regole e la fa franca. Tuttavia ho speranza che le cose cambieranno quando le persone che hanno sostenuto questo presidente si renderanno conto di aver fatto una sciocchezza.

Il dono più grande che la vita ti ha fatto?
Consentirmi di votarmi a tempo pieno alla mia più grande passione e, cosa non facile, di farne un lavoro. Come non sentirsi fortunati per questo?

Qual è la parte più bella dell’essere un artista?
Posso riflettere il mondo che mi circonda attraverso la musica, un traguardo che ho inseguito fin da bambino. Aggiungici anche che sono sempre io a decidere cosa voglio suonare e posso andarmene a vivere praticamente ovunque mi vada. Da bambino sognavo di diventare uno scrittore e forse, a modo mio, lo sono diventato attraverso la chitarra.

(19 ottobre 2025)




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