Cultura

Aldo Fabrizi, l’amicizia con Roberto Rossellini e i paradigmi del neorealismo

Aldo Fabrizi è un attore senza tempo perchè le sue performance non sono soltanto indelebili, ma rappresentano un cambiamento in essere. Il cinema vive di istanti e momenti precisi: Fabrizi li sapeva cogliere tutti. L’anniversario di morte ricorre proprio all’inizio di aprile, quasi come fosse uno scherzo a cui nessuno vuole ancora credere. Invece è tutto tristemente vero: Fabrizi è un ricordo che non passa dal 1990. Anni in cui gli esperti, ma anche gli appassionati, non hanno mai smesso di chiedersi cosa davvero abbia lasciato ai posteri Fabrizi.

La risposta è semplice e profonda: uno stile. Quell’atteggiamento, nei confronti della settima arte e della vita, a metà fra il sornione e il consapevole che faceva (e fa) tutta la differenza del mondo. Un vero e proprio approccio alla scena che arriva dal teatro dove, per moltissimo tempo, Fabrizi ha fatto il macchiettista. Ovvero l’uomo che con aspetti caricaturali doveva far ridere il pubblico nell’istante di un gesto, uno sguardo, un tormentone.

Aldo Fabrizi e la macchietta teatrale

Dal 1931, quando esordì con questo ruolo a 26 anni, ne ha fatta di strada e il suo “pezzo forte” erano i tipi caratteristici romani. All’inizio parlava romano stretto, poi ha scelto di optare per un dialetto autentico e verace che avesse una netta inflessione senza caricare troppo di significato ogni uscita. Altrimenti il rischio era quello di diventare incomprensibile. Aldo Fabrizi, invece, voleva farsi comprendere e amare da tutti. Ecco perché, a partire da quelle maschere teatrali, dette anche macchiette, uscirono le caratteristiche che hanno poi portato alla definizione di un’icona cinematografica.

Aldo Fabrizi in Vivere in Pace
Aldo Fabrizi nel film Vivere in Pace (Wikipedia) – Cineblog

Lo sguardo fra il languido e il severo, le battute con il tempo giusto, i giochi di parole. Pensiamo a Lulù, uno dei suoi pezzi migliori, che poi avrebbe riproposto molti anni dopo in Rai. Questo modo di fare seppe conquistare moltissimi, iniziando da un giovane Alberto Sordi che andava a vedere i suoi spettacoli per cercare di ‘rubare il mestiere’ con gli occhi. Questa è un’altra lezione che resta: il cinema e il teatro sono arti in costante evoluzione e per comprenderle e amarle è necessario assorbire il più possibile dagli altri. Fabrizi non era egoista. Avendo calcato palcoscenici di ogni tipo, sapeva mettersi a disposizione di coloro che avevano e hanno voglia di imparare.

Da maschera comica a interprete

Parlare al presente non è pura immedesimazione, ma profonda realtà. È sufficiente vedere qualche video per capirlo. Aldo Fabrizi, cominciando dal materiale reperibile nelle teche, fino agli ultimi ritrovati su YouTube, ha sempre avuto la capacità di essere chiaro e spiegarsi molto bene. In alcune performance c’è quasi un’analisi prima del numero effettivo, cosicché chiunque (dal pubblico in generale agli estimatori) potesse capire cosa aveva davanti.

Mario Mattioli e Totò se lo ricordano bene: amicizie e conoscenze che gli hanno aperto le porte, per merito non certo per aderenza, in quella che è stata (e resta) l’epoca d’oro della commedia all’italiana. Opere come I Tartassati, oppure Guardia, Guardia Scelta, Brigadiere e Maresciallo restano veri e propri trattati cinematografici su come gestire l’inquadratura e il linguaggio nella complessità di una scena. Far ridere è più difficile di emozionare.

L’incontro con Totò

Una risata è l’atto più severo possibile: non si ride con chiunque, ma solo con quelli che riescono a suscitare intimità e affetto. Antonio De Curtis e Aldo Fabrizi, con la loro genuinità mescolata a stile ed esercizio dialettico, ce l’hanno sempre fatta. Fabrizi, inoltre, asseriva che recitare con Totò era come fare un Master in movimento. Infatti De Curtis non amava appoggiarsi a un copione. Le sue scene partivano da un’indicazione iniziale, tutto il resto era improvvisato e la capacità dei comprimari stava proprio nel seguire il momento e assecondare la vis creativa. Quel che oggi i più giovani chiamerebbero flow.

Totò e Aldo Fabrizi in Guardie e Ladri
Totò e Aldo Fabrizi in Guardie e Ladri (Wikipedia) – Cineblog

Nel dopoguerra era pane quotidiano: il solo copione condiviso era fatto di emozioni. Paura e speranza in primis. Un’Italia che usciva dal conflitto mondiale con l’esigenza di rialzarsi per cercare di gettarsi alle spalle cicatrici e traumi, anche con l’aiuto dell’arte. Proprio per questo Fabrizi, ma non solo lui, è ricordato come il volto sornione e gentile di una rivoluzione.

Roberto Rossellini e il neorealismo

Cambiamento che arriva, in maniera netta, per l’interprete nato in Vicolo delle Grotte 10 con Roberto Rossellini. L’amicizia con il regista equivale a un sodalizio epocale perchè restituisce un nuovo modo di intendere il cinema neorealista. Don Morosini, nel capolavoro Roma Città Aperta, non è solo una figura centrale ma anche la dimostrazione di quella che oggi si definirebbe destrutturazione scenica per distruggere una maschera e fare largo a una postura differente. L’idea nata da un litigio reale, la Magnani che corre tra le macerie, la “Pietà al contrario”.

In quel momento Fabrizi diventa volto universale e smette di essere esclusivamente maschera comica. Rossellini determina, con la maestria di un riferimento senza tempo, che l’interprete è tale quando riesce a coniugare registri scenici a 360 gradi. Fabrizi in Roma Città Aperta lo ha fatto incarnando un uomo che, sulle spalle, porta il peso di un’umanità intera. Orgoglio, dramma, riscatto e pathos. C’è tutto, ma in particolare c’è il cinema che cambia e non si arrende più alle dinamiche rigide che avevano caratterizzato i lavori prima che il casus belli si facesse largo. Rossellini, insieme a De Sica e moltissimi altri, ha messo un punto ed è andato idealmente a capo. Da quella rinascita sono partiti i riferimenti cinematografici che abbiamo oggi.

Gino Saltamerenda in Ladri di Biciclette

Non a caso Aldo Fabrizi poi ha lavorato con altri maestri di genere: quel lungometraggio è stato come una sorta di incantesimo professionale, in grado di scatenare ripercussioni importanti sul piano artistico ed emotivo. Fondamentale, infatti, il contributo dell’attore romano in Ladri di Biciclette diretto da Vittorio De Sica. Sua è la voce di di Gino Saltamerenda, il netturbino che aiuta Lamberto Maggiorani e il piccolo Enzo Staiola a cercare la bicicletta rubata, nel mercato di Porta Portese. Si passa poi da Steno e Monicelli, fino a La Tosca di Luigi Magni e C’eravamo Tanto Amati di Ettore Scola.

Visioni diverse, generi importanti, medesima voglia di lasciare un segno. Non era semplice fama, si trattava di pura necessità. Esigenza di dimostrare che, in scena, poteva essere portato qualsiasi cosa se fatto con criterio, coerenza e risolutezza. L’eredità di Aldo Fabrizi è sicuramente un cuore che batte, fino all’ultimo, per il “fuoco sacro” di cinema e teatro che non è altro se non quell’incombenza e abnegazione che porta a strappare un ultimo applauso. Al pari di un ‘nettare salvifico’ da inseguire, custodire e centellinare.

Un ultimo inchino

Con quella dignità, non lontano dall’essere umile e profondo, conservata sino all’ultimo inchino. Un arrivederci che, nell’arco di 36 anni, non è stato mai confuso con un addio. È per questo che, ancora oggi, quando viene ricordato, Aldo Fabrizi non è mai scomparso. Se n’è andato, perché è presente ancora la timida speranza di vederlo tornare da un momento all’altro.




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