Cultura

ALBUM: Stefano Attuario – Babele

Credit: Press

Il cantautore comasco Stefano Attuario, dopo una militanza giovanile in gruppi di impronta rock, ha esordito da solista un anno fa con l’interessante “Nemesi”, in cui mostrava già una buona penna (dopotutto è anche autore di due romanzi) e tante idee, anche se musicalmente il disco risentiva forse sin troppo di essere debitore di modelli dichiarati (in ambito italiano il primo nome cui mi veniva di associarlo è quello dei Marlene Kuntz).

Buone premesse, se non proprio ottime, che però necessitavano di essere confermate, e a tal proposito giunge propizio questo nuovo lavoro (intitolato “Babele”) in cui il Nostro, sempre coadiuvato da Max Zanotti alla produzione (come dire: un nome, una garanzia a certe latitudini!) innalza ulteriormente il livello di scrittura e al contempo sfodera un repertorio sonoro più vario dove sono miscelati meglio, in una struttura che rimane essenzialmente rock, gli elementi dark ed elettronici, a creare un’atmosfera invero oscura e poco rassicurante.

Al di là dei contenuti narrativi, già significativi (si va dall’iniziale “Insetti”, che rimanda a Kafka, a una “Morfina” che tratta il tema delle dipendenze; dai richiami al mito greco di “Arianna” alle asperità drammatiche di “Saliva nera”) a colpire è proprio l’intensità, a tratti feroce, con cui Attuario interpreta questi momenti, che trova il suo culmine nella poderosa e magnetica title track.

E ciò succede anche quando i ritmi inevitabilmente rallentano (ad esempio in “Marlene” o nella spirituale “Amen”), rendendo la componente emotiva il vero tratto distintivo di un’opera che non è sbagliato definire viscerale e coraggiosa.

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