ALBUM: Paolo Tarsi – Unnatural Self – The Singles

C’è un senso di freddo primordiale che attraversa “Unnatural Self” di Paolo Tarsi, un gelo che non arriva dall’esterno, ma dal futuro: un tempo già accaduto, già consumato, già ridotto a rovine. È un disco che sembra muoversi lungo una strada spoglia, polverosa, post-umana, come quella raccontata da Cormac McCarthy ne “La Strada”: non tanto un luogo geografico, quanto una condizione dell’anima, un paesaggio interiore in cui l’uomo avanza tra macerie materiali e morali, cercando, ostinatamente, un residuo di senso. La distopia che Tarsi mette in musica non è spettacolare, né urlata. È una distopia sommersa, insinuante, che si deposita, lentamente, sotto pelle. “Unnatural Self” non immagina il collasso: lo assume come dato di partenza. Da qui, dalle ceneri di un’umanità che ha smarrito il contatto con se stessa, prende forma un’elettronica stratificata, elegante, spesso rarefatta, che guarda tanto al pop sintetico degli anni Ottanta quanto alle derive più avanguardistiche dell’ambient e della sperimentazione elettronica contemporanea.
I synth evocano atmosfere morbide ed accattivanti, che rammentano a tratti i Depeche Mode più notturni ed introspettivi, quelli capaci di coniugare melodia e inquietudine, desiderio e alienazione. Ma qui la nostalgia non è mai fine a se stessa: è piuttosto un riflesso distorto, come un ricordo che riaffiora mentre il presente si fa sempre più instabile. L’individuo si dissolve nella moltitudine anonima, e la moltitudine viene ridotta a schemi ricorrenti, pattern ripetibili, numeri gestibili. È l’apoteosi di una visione liberista estrema, secondo cui la società non esiste, la collettività non esiste: esistono solamente bisogni materiali da classificare, omologare, controllare. Anche in modo illecito. Anche attraverso la manipolazione della realtà, delle immagini, dei video, delle frasi, dei corpi e delle persone. In questo scenario, i suoni evocano ombre che si fanno sempre più grandi e vicine: fantasmi gravitazionali che incombono, che risucchiano tutto, mentre la percezione del reale viene riscritta da apparati mediatici e narrativi che promettono paradisi artificiali e consegnano, invece, deserti emotivi.
Eppure “Unnatural Self” non è un lavoro nichilista. Al contrario, è attraversato da una tensione morale profonda. Le trame elettroniche scavano nel nostro animo come sonde, consapevoli che sotto strati di assuefazione e di paura esiste, ancora, un background di potenzialità e sensibilità che non può essere andato completamente perduto. Le parti strumentali più riflessive e psichedeliche hanno proprio questo obiettivo: ritrovare quel nucleo, scovarlo nel buio. Un buio che oggi ha nomi e sigle precise: i tanti MAGA, i tanti ICE, i tanti IDF, i tanti criminali in divisa o in doppio petto che scandiscono l’inizio di quest’anno come un bollettino di guerra e morte quotidiano. Contro questa oscurità normalizzata, la musica di Tarsi tenta un gesto quasi archeologico: riportare in superficie ciò che è stato sepolto, ciò che resiste nonostante tutto.
Le voci che attraversano il disco – diverse, eterogenee, frammentate – sembrano provenire da identità spezzate, ma convergono tutte verso un’unica domanda, ossessiva e fondamentale: siamo vivi? Siamo ancora in grado di parlarci? Di uscire dai gusci pandemici e mentali prima ancora che fisici? Di costruire mondi immaginari senza che i media ci impongano i loro paradigmi, i loro linguaggi, i loro falsi Eden? In questo senso “Unnatural Self” cerca l’uomo nella macchina, la vita nelle righe di codice che scorrono davanti ai nostri occhi, l’amore oltre il prodotto fragile di calcoli e solitudini. È un disco che interroga la tecnologia non come nemica, ma come specchio: ciò che vediamo riflesso è la misura della nostra disumanizzazione, ma anche – forse – della nostra capacità di reagire.
E qui, nel finale, si apre una visione enigmatica, quasi bowiana. “Unnatural Self” guarda oltre, e lo fa con l’animo trepidante di chi sa di poter trovare solamente rovine, macerie, dolore. Ma il dovere morale della musica, e dell’arte tutta, è proprio questo: fornire una visione, mettere in guardia, prospettare una strada. Camminare, allora, diventa un atto di coraggio. Anche sapendo che la fine potrebbe essere già scritta. Anche sapendo che il paesaggio è desolato. La musica di Paolo Tarsi offre consapevolezza. E forse, in un mondo che ha smesso di farsi domande, è già una forma radicale di speranza.
Listen & Follow
Paolo Tarsi: Bandcamp
Source link




