ALBUM: Girl Scout – Brink

Decisamente atteso questo disco dei Girl Scout e non delude le attese.
Per parlare dell’album degli svedesi direi che il punto di partenza necessario è una loro dischiarazione in merito a quele sia stato lo spirito che ha animato la creazione dei brani: “Ci siamo resi conto che era una rappresentazione, o quasi un diario delle nostre vite, di dove ci trovavamo mentalmente e di cosa provassimo in quel momento“.
Emerge un forte senso comune di mettersi in gioco, di usare la musica come rappresentazione di stati d’animo ed emozioni, ma anche di quell’inevitabile salto che spesso la mente fa tra passato, da guardare con nostalgia, e futuro, tra sicurezze, crisi e incertezze, tra incazzature e momenti di giubilo quasi esagerato. Ecco che già così, tutta la varietà musicale messa in campo dai nostri svedesi si fa più chiara, perché altrimenti si rimarrebbe quasi spiazzati da repentini cambi di approccio e umore: se diario deve essere beh, che narrazione a 360 gradi sia, anche nella colonna sonora.
“Brink” è fatto di indie-rock molto piacevole, che non disdegna anche profumi quasi alt-pop, quando i synth si fanno predominanti e cercano l’approvazione delle chitarre, che non mancano mai diciamolo. Per fortuna i nostri non cascano nella trappola di assomigliare troppo a dei pessimi Killers e restano sempre a galla anche quando sono trionfalmente accattivanti. Se devo fare un nome di qualche riferimento, beh, lasciatemi dire Courtney Barnett in qualche frangente.
La prima parte è vigorosa, immediata, iper-melodica, lanciata e molto esuberante sopratutto ritmicamente, ma mostra anche il suo lato più malinconico in “Uh-Huh” così quello più nervosamente ballabile, new-wave e anni ’80 (“Operator”), “Simple Life” è adorabile, quasi “svaccata” e slacker anni ’90 (micidiale l’assolone di chitarra) e segna il punto di passaggio verso le ultime canzoni dell’album, così, la parte finale cerca più i colpi morbidi (“Ugly Things” e “The Kill”), escludendo ovviamente il fragore del ritornello di “Crumbs” e il crescendo finale di “Homecoming”, forse fin troppo pomposo.
Morale della favola un piacevolissimo disco che non avrà problemi ad accontentare un po’ tutti quelli che dall’indie rock cercano l’immediatezza, la freschezza e magari qualche lacrimuccia.
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