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Alberto Trentini racconta la sua detenzione in Venezuela: «L’interrogatorio, la macchina della verità, la cella due metri per quattro. Ho avuto paura che mi torturassero»

«All’inizio non sapevo di essere un ostaggio, verso gennaio dello scorso anno il direttore del carcere ci ha detto senza troppi giri di parole che eravamo delle pedine di scambio. La sensazione prevalente è la disperazione: non sai per cosa e quando verrai scambiato, se la trattativa funzionerà». Nell’intervista il cooperante ha ricostruito le ore della cattura. «Sono stato fermato al posto di blocco, ho mostrato il passaporto. Li ho visti incuriositi, hanno fatto delle telefonate,dopo un’ora si è presentato il controspionaggio militare, ho dovuto consegnare il cellulare e sono stato interrogato per quattro ore». Dieci giorni nella pecera, lo stanzone del Controspionaggio chiamato acquario, seduto su una sedia dalle 6 del mattino alle 21,30 della sera insieme ad altri prigionieri (20 nei primi giorni, 60 quando Trentini è stato trasferito) e poi l’arrivo al Rodeo I. «Stavo in una cella 2×4 con un altro detenuto. Avevamo una turca che faceva da latrina e da doccia. Cambiavamo spesso cella: i cambi come nessuna altra azione venivano giustificati. Ti dicevano di vestirti e ti cambiavano di cella-ricorda Trentini-Le condizioni erano molto dure, non c’erano libri, non potevamo scrivere, mi avevano sequestrato gli occhiali ed ero in difficoltà. Ho avuto in realo da alcuni detenuti colombiani degli scacchi fatti con sapone carta igienica e scuriti con i fondi del caffè.»

Trentivi divide in due parti la prigionia. «I primi sei mesi, fino alla breve telefonata con mia madre è stata durissima, ero disorientato. I miei pensieri non erano lucidi, pensavo alle trattative, ci inventavano delle teorie, ci illudevamo. Avevamo pochissimi contatti, tutto il eprsonale era sempre in passamontagan e se si accorgevano che qualche secondino fraternizzava con i detenuti, veniva spostato. Dopo la prima telefonata con mai madre mi sono tranquillizzato e ho preso il controllo delle mie idee. Poi c’era Radio carcere, avevamo sviluppato un modo per dialogare. E in una seconda telefonata a fine luglio mia madre mi ha fatto capire che c’era una mobilitazione in atto per me in Italia». Alla domanda se abbia subito violenza il cooperante ha spiegato: «Non ho subito violenze fisiche, però non avere un’assistenza legale, non sapere quando finirà è una violenza psicologica pesante». Tra i momenti più difficili Trentini parla della macchina della verità. «Due giorni dopo il fermo mi hanno portato in una bella casa di Caracas. Ero in una stanza molto calda dove il funzionario insisteva molto sul terrorismo, sullo spionaggio, sul fatto che sono laureato in storia. E poi è iniziata la sessione con la macchina della verità, sono 12 domande poi c’è una domanda a cui devi mentire tu e lo concordi con chi ti interroga. Hai i sensori ovunque, fa molto caldo, cercavano di farci sudare il più possibile, di innervosirci. Stavano cercando di giustificare almeno ai loro occhi e al sistema la mia detenzione».


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