Al di là del cibo, ciò per cui noi dei Santuari Liberi lottiamo è un vero movimento di liberazione
di Lisa Marino
L’anno nuovo è arrivato, e con esso i buoni propositi. E così, da gennaio, siamo bombardati da stimoli e incentivi a pianificare progetti e obiettivi. Tra questi, compare anche quello di mangiare vegetale o “più” vegetale. Certo – ci viene da dire – perché no? Ma quello per cui quotidianamente lottiamo è un vero e proprio movimento di liberazione che, seppur sottendendolo, va ben oltre ciò di cui ci alimentiamo.
Quello in cui crediamo fermamente è la lotta contro ogni discriminazione e oppressione. E i Santuari, o rifugi antispecisti, ne sono campo d’azione. Luoghi al margine, estremamente sovversivi, dove individui di diversa specie esistono e resistono, riappropriandosi dei propri corpi e della propria identità. Individui che al di fuori dei Santuari sono visti come oggetti, ma che grazie all’alleanza con gli umani che attraversano questi luoghi, riacquistano lo status di soggetti aventi diritto alla cura, alla vita e alla solidarietà.
A chi non si è mai avvicinato ai Santuari, sfugge spesso l’istanza politica che li contraddistingue. Istanza che li rende ben lontani dall’essere spazi di svago, fattorie didattiche o luoghi in cui passare del tempo con gli animali per terapia o diletto. I Santuari, infatti, grazie all’alleanza tra non umani e umani e alla politica antispecista, si pongono come avamposti di liberazione totale, dove la testimonianza e la voce stessa degli animali mirano a uno scardinamento delle logiche del profitto che imperano nella società in cui viviamo. Una società capitalista, patriarcale e alla base, appunto, specista.
Insomma, il lavoro quotidiano di cura e solidarietà a fianco di quei corpi e quelle soggettività che portano i segni del sopruso e dell’ingiustizia è una pratica che per noi non si riduce alla scelta di cosa mangiare oggi.
Vediamo meglio alcune delle nostre motivazioni.
1. Mangiare vegetale non è sinonimo di antispecismo. Il veganismo, secondo la definizione data dalla Vegan Society, è “una filosofia e uno stile di vita volto a escludere, per quanto possibile e praticabile, tutte le forme di sfruttamento e crudeltà verso gli animali”. Ciò può essere rafforzato dall’antispecismo, ossia “il movimento filosofico, etico e politico che rifiuta la concezione specista di una presunta superiorità umana, negando che la specie di appartenenza giustifichi lo sfruttamento e la discriminazione degli animali non umani”. E (aggiungiamo noi), in quanto tale, l’antispecismo non può che essere intersezionale ed essere anche anticapitalista, antirazzista, transfemminista e antiabilista. Ridurre tutto ciò a un’alternativa alimentare, rischia di svuotare il movimento del suo significato intrinseco di alternativa politica critica alla società e alla cultura imperante, riducendo il tutto a una questione personale, a un trend o a una fase transitoria.
2. Gli argomenti indiretti hanno valore, ma distolgono dal cuore della questione. Spesso si parla dell’alimentazione vegetale segnalandone i benefici per noi, come possono essere il minore impatto ambientale e una migliore salute. Si tratta di valori certamente importanti. Ma a ben vedere, queste tematiche richiamano vantaggi per l’essere umano e mantengono dunque una connotazione antropocentrica, non contribuendo a costruire la solida consapevolezza che sta alla base dell’atto di alleanza con gli animali di altre specie, che in questa istanza diventano, di fatto, invisibili.
3. Vegetale non fa sempre rima con etico. Non tutti i prodotti “vegan” sono privi di sfruttamento e crudeltà. A cominciare da quelli che finanziano la sperimentazione animale, alle aziende che devastano territori, foreste e animali selvatici, che si fondano su politiche di sfruttamento del lavoro, o sull’oppressione di minoranze o interi popoli. Siamo consapevoli che la ricerca della coerenza al 100% è utopistica, illusoria e, talvolta, controproducente. Quello che teniamo a rimarcare, però, è come la logica capitalista abbia cavalcato l’onda della richiesta vegan facendone merce portatrice di profitto, senza mettere in alcun modo in discussione un sistema che si basa sullo sfruttamento strutturale di esseri viventi.
In conclusione ci teniamo a specificare che quanto esposto non vuole essere una critica alle scelte individuali. Al contrario, è una riflessione su un sistema che fa della normalizzazione della violenza e del mantenimento dei privilegi di pochi il proprio caposaldo. Invitiamo chiunque ci legge ad approfondire e a sovvertire con noi. Da dove cominciare? Per esempio, dall’avvicinarsi ai Santuari di Animali Liberi.
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