Basilicata

Al Citrigno di Cosenza, il gran finale della XII edizione de “La primavera del cinema italiano”

Cosenza si è tinta di cinema, emozione e creatività per il gran finale della dodicesima edizione de “La primavera del cinema italiano – Premio Federico II”. Oltre trenta eventi hanno celebrato la settima arte in tutte le sue forme.


COSENZA – Cosenza si è trasformata in un palcoscenico di emozioni, creatività e magia cinematografica per il gran finale della XII edizione de “La primavera del cinema italiano – Premio Federico II”, il festival ideato da Giuseppe Citrigno (presidente Anec Calabria) e sostenuto dalla Calabria Film Commission nell’ambito del progetto “Bella come il cinema”. Dal 2 al 14 febbraio, la Città dei Bruzi e l’Università della Calabria hanno vibrato al ritmo della settima arte, tra proiezioni, incontri, dibattiti e oltre trenta eventi che hanno celebrato il cinema in tutte le sue forme, avvolgendo il pubblico in un’esperienza coinvolgente.

Il gran finale della XII edizione del festival “La primavera del cinema italiano”

«Il risultato più importante – ha dichiarato Citrigno – è creare un’idea progettuale e far sì che molti di loro ritornino a fare cinema nella nostra terra». Non una frase di circostanza. Una strategia. Portare in Calabria personalità di rilievo, metterle in relazione con il territorio, farle innamorare dei luoghi e delle maestranze. Seminare futuro. Accanto a lui, il presidente della Calabria Film Commission Anton Giulio Grande, che ha ricordato l’inizio di tutto: «Sono stato qui la prima volta nel 2010, quando il festival era agli esordi. Dodici edizioni non sono poche». Dodici edizioni rappresentano credibilità, continuità, prestigio. Testimoniano la capacità e l’intuizione nell’aver catturato nel tempo l’attenzione di produttori, registi e attori nazionali e internazionali di alto profilo. Dimostrano che la Calabria è ormai stabilmente nel lessico produttivo del cinema italiano.

La serata conclusiva, ospitata al Cinema Citrigno, ha accolto Claudia Gerini, Daniele Vicari, Simona Izzo, Ricky Tognazzi, Barbara Ronchi e Giacomo Triglia, acclamati da fan entusiasti, appassionati e curiosi. Intervistati dal giornalista e vicedirettore di Rai Sport Massimo Proietto, gli ospiti hanno condiviso aneddoti dal set, ricordi e sogni futuri, con la Calabria protagonista e musa silenziosa delle loro storie.

Claudia Gerini, tra esordi e progetti futuri “Made in Calabria”

Claudia Gerini ha incantato la platea raccontando il suo primo ciak con Sergio Corbucci: «Avevo 15 anni. Era un gioco meraviglioso. Il set resta un luogo magico e io mi diverto ancora». «Spesso è bello anche fare le “cattive”, perché sono catartiche – ha confessato l’attrice sul palco del Citrigno -. Puoi essere un’ambiziosa arrivista, un’arrampicatrice sociale, oppure cinica, ma l’importante è che il personaggio lasci il segno. Io dico sempre: se ci fosse o non ci fosse, cambierebbe qualcosa? A volte ci sono ruoli che non hanno molto sapore, e allora scelgo così, quando leggo e vedo un regista con un sogno nella testa. A me piace realizzare quel sogno: amo seguire il regista e quasi mai contraddirlo. Mi piace essere plasmata; non ho l’insicurezza di restare arroccata sulle mie idee. Mi diverte invece pensare insieme a cosa ha in mente il regista e trasformarlo in realtà».

Il ruolo delle donne nel cinema

Da qui, il discorso della Gerini si è spostato su un tema più ampio, ma altrettanto significativo: il ruolo delle donne nel cinema. «Prima, tra le donne c’era molta più rivalità», ha ammesso l’attrice, spiegando che era un retaggio della mentalità degli anni ’50 e ’60. In quegli anni, le donne spesso erano spinte a competere tra loro, e ogni ruolo conquistato veniva difeso gelosamente.

Oggi, osserva l’attrice, la situazione è cambiata: le donne, sia nella società sia nel cinema, cercano di sostenersi, capirsi e fare fronte comune. Il loro cammino sta cambiando e gli spazi che riescono a conquistare diventano sempre più grandi. Nel settore cinematografico questo cambiamento si traduce in una maggiore presenza femminile dietro la macchina da presa e nelle altre figure tecniche: direttrici della fotografia, montatrici, produttrici, registe. Prima erano pochissime, ricorda, citando le pioniere Simona Izzo, Müller e Cavani, che aprirono la strada ma rappresentavano eccezioni. Secondo l’attrice, il vero cambiamento non riguarda solo la quantità di donne presenti, ma anche la qualità della collaborazione e della visibilità, creando un ambiente più inclusivo e creativo, in cui le donne possono incidere concretamente sulla narrazione e sulla produzione cinematografica.

Claudia Gerini presenta i prossimi progetti alla Primavera del cinema italiano

Dalla collaborazione con Carlo Verdone a “Non ti muovere” di Sergio Castellitto, fino al più recente film girato a Palmi con i Manetti Bros, Claudia Gerini ha anticipato il suo prossimo film: «Ora mi vedete rossa per un personaggio che inizierò a girare a breve. Si tratta dell’esordio alla regia di Marco Bonini, intitolato “Se ami qualcuno dillo”». Ma non finisce qui. L’attrice ha scelto il palco di Cosenza per presentare in esclusiva un nuovo progetto cinematografico, che potrebbe nascere e svilupparsi in Calabria. «Ha tutte le caratteristiche per essere un prodotto Made in Calabria», ha commentato, affiancata dal presidente della Calabria Film Commission, Anton Giulio Grande.

Simona Izzo e Ricky Tognazzi: ospiti del festival “La primavera del cinema italiano”

Sul palco, Simona Izzo e Ricky Tognazzi, coppia nella vita e nel cinema da quarant’anni, hanno regalato al pubblico alcuni momenti di grande complicità e ironia, conquistando tutti con un siparietto romantico da San Valentino. Simona Izzo ha spiegato cosa serve davvero a un attore: «Prima di tutto, molta fortuna, o come dico io, il “fattore C”. Puoi avere un talento straordinario, ma ci sono tanti che non ce l’hanno fatta. E poi serve umiltà. Ma non solo: serve anche intelligenza emotiva. Devi riuscire a dare al regista qualcosa che nemmeno lui aveva immaginato per quel personaggio. Ci sono attori che diventano veri “autori”, capaci di aggiungere profondità, sfumature, dimensioni inaspettate a ciò che il regista aveva pensato ma non è riuscito a esprimere pienamente. Sono questi i regali più preziosi: attori che collaborano, che seguono la tua visione ma allo stesso tempo ti sorprendono».

Il sogno dei due artisti: coppia nella vita e nel cinema

Prima di entrare nel mondo del cinema, del teatro e della televisione, cosa sognavano i due artisti? Simona Izzo confessa: «A cinque anni, avevo già il mio destino segnato: papà mi prese per mano e mi portò a fare doppiaggio. Che cosa potevo sognare di più? Non sapevo ancora leggere, eppure ero già immersa in quel mondo. Poi sono passata agli adattamenti, scrivendo e adattando tantissimi film. Il mio sogno, alla fine, è stato sempre uno: fare meglio di papà. Ma non ci sono riuscita! Papà è stato il mio vero maestro. Ho imparato da lui più che da chiunque altro. Mi ha insegnato disciplina, rigore e soprattutto passione. Io ho continuato a crescere, ho affrontato ruoli complessi, sono diventata una sorta di “primario” nella mia professione: attenta ai dettagli, capace di osservare le persone con occhio clinico. Il cinema e il teatro sono stati il mio modo di stare con lui, di lavorare insieme a lui, di imparare ogni giorno. Era l’unico modo per essere accanto a mio padre: attraverso il lavoro, il set, il palcoscenico. E da lì è nato tutto».

Ricky Tognazzi ha ricordato l’inizio della sua avventura nel cinema: «Per stare con papà, d’estate lo seguivo ovunque. Sul set, lui cercava di coinvolgermi, e a un certo punto mi ha proposto di partecipare ai film. Sono stato “raccomandato” fin da subito: appena nato ho iniziato a fare film da bambino. Papà mi ha trasmesso immediatamente la magia del set e il desiderio di far parte di quel mondo».

Simona Izzo svela i prossimi progetti

«Vorrei venire a Sibari a portare in scena “La Sibarita”. Tra le altre cose qui, non lo sa nessuno, c’è il riso più buono d’Italia», ha raccontato Simona Izzo, tra applausi e sorrisi. La regista ha ricordato il film girato in Calabria “Lasciami per sempre” e anticipato progetti futuri ispirati alla Regione: «La mia Calabria? Il set del mio prossimo film, spero».

Il videomessaggio di James Franco

Durante la serata, il pubblico ha potuto vedere anche un videomessaggio di James Franco, che ha condiviso la sua esperienza con entusiasmo e affetto per l’Italia: «Ho perso il festival ma sono dovuto tornare a Los Angeles. Amo tanto l’Italia, amo il film “Hey Joe”. L’ho fatto qualche tempo fa con Claudio Giovannesi ed è stata un’esperienza incredibile. Ho imparato un po’ di italiano per il film. Spero di essere stato bravo. Claudio è esponente di quello che mi piace chiamare neorealismo. Ho imparato a guidare un motoscafo uscendo in una vera tempesta. Il film è incredibile. Spero di poter venire il prossimo anno.» Le sue parole hanno aggiunto un tocco internazionale all’evento, sottolineando quanto il cinema italiano continui a ispirare artisti da tutto il mondo.

“La primavera del cinema italiano”, Daniele Vicari racconta le sfide del film “Ammazzare stanca”

Daniele Vicari ha svelato le sfide affrontate durante le riprese del suo film “Ammazzare stanca”, girato in gran parte in Calabria: «È la storia di un ragazzo che cresce in un luogo dove non vorrebbe essere. La Sila ci ha offerto scenari astratti, perfetti per costruire una favola». Inoltre, ha parlato del valore del documentario, una forma cinematografica che considera parte integrante del cinema stesso: «I documentari per me sono cinema. Ho realizzato molti film documentari senza sentire alcuna frattura tra i generi». Per Vicari, il cinema documentario è oggi «il genere più ricco al mondo». La sua forza risiede nel raccontare realtà che nessun altro osserva, catturare storie che spesso vengono ignorate o trascurate.

Con ironia e passione, Vicari ha descritto il documentarista come un piccolo “eroe”: «Ci sono mezzi apparentemente più semplici, come i social, ma il documentario porta lo spettatore dove la realtà smentisce il luogo comune, dove accade ciò che nessuno immaginava». Secondo lui, l’invisibile, ciò che non riusciamo a comprendere ma che è davanti ai nostri occhi, può essere più affascinante della fantasia stessa. Un altro tema centrale è la sperimentazione e il ruolo dei giovani: Vicari ha sottolineato l’importanza di dare loro strumenti concreti per esplorare il cinema.

Daniele Vicari: il messaggio ai giovani

La scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volonté, pubblica e gratuita, permette a ragazzi di qualunque estrazione sociale di accedere alla formazione, dal centro fino alla periferia di Roma. «Questo fa sì che il nostro cinema non sia chiuso su sé stesso, non sia appannaggio di chi guarda le cose da un solo punto di vista», ha spiegato. La sperimentazione, secondo Vicari, non riguarda solo la forma dei film, ma il coraggio di superare i propri limiti, di provare qualcosa di nuovo, lasciandosi andare senza freni. «Poi saranno gli altri a giudicare se ciò che hai fatto è originale, ma l’importante è non fermarsi mai».

Rivolgendosi ai giovani, Vicari ha condiviso anche consigli pratici: «Bisogna lavorare tanto e avere fiducia. L’Italia è uno dei paesi dove il cinema è nato; non dobbiamo mai dimenticarlo». Sottolinea poi l’importanza dei luoghi di fruizione: «In regioni come la Calabria, dove ci sono poche sale cinematografiche, è fondamentale che resista ciò che abbiamo e che vengano aperte nuove sale. Non è vero che le persone non vogliono andare al cinema; a volte è solo più difficile per via di imitazioni o distrazioni. Bisogna facilitare l’esperienza di andare insieme a vedere un film».

Al festival “La primavera del cinema italiano”, Giacomo Triglia ha presentato il docufilm “Brunori SAS – Il tempo delle noci”

C’è poi lo sguardo di casa. Il regista calabrese Giacomo Triglia ha presentato il docufilm “Brunori SAS – Il tempo delle noci”, partendo da un’esigenza chiara: «Volevamo raccontare questo lavoro senza limitarci a un approccio tecnico, senza schematizzare». L’obiettivo era più profondo: entrare nel cuore del processo creativo di Dario Brunori e Riccardo Senigallia, cogliere come nascono le canzoni, come si costruiscono e a volte si disfano, senza forzature. Il linguaggio visivo del film è essenziale, respira con la musica, lascia spazio ai silenzi. Trasporre in immagini la profondità e l’ironia tagliente dei testi di Brunori era una sfida delicata e complessa.  Il risultato è sorprendente: il cinema non interpreta la musica, la amplifica. Non sovrappone significati, ma li apre a possibilità infinite. Invita all’ascolto, alla connessione, al riconoscimento delle fragilità che ci accomunano.

Barbara Ronchi: la passione per la recitazione «è nata un po’ per gioco, un po’ per vocazione»

Barbara Ronchi ha confessato che la sua passione per il teatro e il cinema è nata un po’ per gioco, un po’ per vocazione: «Ho cominciato tardi, facevo sempre teatro coi miei amici». Laureata in archeologia classica, pensava che la sua strada fosse quella accademica, ma c’era sempre quella vocina interiore che le suggeriva che forse fare l’attrice le sarebbe piaciuto davvero. La svolta arrivò quasi per caso: durante uno spettacolo in una parrocchia, insegnanti dell’Accademia di teatro della Silvio d’Amico la notarono e le chiesero se avesse mai pensato di studiare diventare attrice. Anche se il primo tentativo non ebbe successo, quell’incontro le fece capire che valeva la pena provare sul serio.

Nei dieci anni successivi Barbara si immerse nel teatro, accumulando esperienza e disciplina, fino a ottenere i primi ruoli cinematografici. Diventare protagonista, secondo Barbara, cambia radicalmente la vita di un’attrice, perché finalmente si può seguire il percorso completo di un personaggio, dall’inizio alla fine, e affezionarsi alla storia che si racconta. Pur amando il teatro per l’adrenalina del contatto diretto con il pubblico e per la possibilità di correggere immediatamente gli errori, ha imparato ad apprezzare anche il cinema, dove i tempi sono più lunghi e il risultato finale non dipende solo da lei. Non ha una preferenza rigida tra commedia e dramma: ciò che conta è sentirsi chiamata da una storia, come è successo con “Familia”, un ruolo che sentiva perfetto per lei.

Il ruolo della bellezza nel mondo dello spettacolo

Quando parla di bellezza, Barbara è lucida e realista: «Io penso che la bellezza aiuti perché perdoni molto quando c’è la bellezza davanti… non mi sono mai sentita una bellezza incredibile». Sa che l’aspetto può aprire porte, ma non è mai stato il fulcro della sua carriera. Tra i colleghi, cita Alessandro Borghi come esempio di professionalità e dedizione, un attore che stima profondamente e con cui le piacerebbe lavorare di nuovo. E sui social è lapidaria: «Con i social ho un rapporto inutile… pubblico cose di lavoro, scrollo ogni tanto, ma non lo vivo come qualcosa di importante». Barbara Ronchi emerge così come un’attrice appassionata, consapevole e genuina, che unisce il rigore del teatro con la magia del cinema, e che sceglie le storie non per il genere, ma per la verità che può raccontare attraverso il suo talento. Barbara Ronchi ha ribadito il suo legame con il regista Francesco Costabile e con la Calabria: «Sono profondamente legata ai suoi racconti, un’eccellenza calabrese di cui potete essere fieri».

Festival “La primavera del cinema italiano”: la consegna dei Premi Federico II

La serata ha toccato l’apice con la consegna dei Premi Federico II: Claudia Gerini (Prendiamoci una pausa), Giacomo Triglia (Brunori SAS – Il tempo delle noci), Daniele Vicari (Ammazzare stanca), Simona Izzo e Ricky Tognazzi (Francesca e Giovanni), Barbara Ronchi (Familia). A quest’ultima è stato conferito anche il Premio speciale “Il Chicco d’Oro” dall’azienda Caffè Aiello.

XII edizione de “La primavera del cinema italiano”

“La primavera del cinema italiano” non si spegne con un applauso. È una scintilla che crea connessioni, apre strade e genera futuro. Se i progetti annunciati diventeranno set, troupe e sceneggiature, questi tredici giorni avranno prodotto qualcosa di più potente di un festival: avranno dato vita a nuove storie. Il sipario cala, ma le luci del cinema restano accese, promettendo nuovi film e un futuro sempre più luminoso “Made in Calabria”.


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