Airaudo: “Torino deve pesare di più nelle scelte del governo. E il precariato si può battere”

Giorgio Airaudo, torinese, classe 1960, perito elettronico, dal 2022 è segretario generale della Cgil Piemonte. Lunga militanza nei giovani del Pci e poi nel sindacato a Mirafiori, dal 2013 al 2018 è stato deputato al Parlamento con Sinistra Ecologia Libertà. Dal 2020 al 2022 ha guidato i metalmeccanici della Fiom regionale.
Airaudo, con quale sguardo il sindacato affronta questo Primo maggio alle porte?
«Con preoccupazione, per la situazione geopolitica internazionale e per la manifattura del territorio. Ma anche con grande voglia di futuro. Sarà un momento di lotta, come sempre è stato, ma è anche una festa, non dimentichiamolo».
Gli snodi più rilevanti?
«La frammentazione e la precarietà, come sempre. Vanno costruiti diritti e contrastate le regole dei “contratti pirata”. Bisogna ricordare ai nostri decisori pubblici che si può operare con efficacia in questa direzione. La Spagna di Sanchez lo ha fatto, portando la tipologia dei contratti a tempo determinato da venti a tre. E i risultati si vedono, in termini di sicurezza, prospettive e investimenti. Il governo Meloni deve sapere che si può andare oltre la precarietà».
Stanno solo qui i problemi?
«La questione della visione strategica è prioritaria. E poi c’è il guaio del gender gap: le donne, non solo nell’automotive, hanno una retribuzione che in media è sotto del 30 per cento. È un tema non rinviabile».
Torino e il Piemonte? È ormai un disco rotto ripetere l’urgenza di “fare sistema”, ma non succede quasi mai. Che ne pensa?
«Il sindaco Lo Russo e il presidente Cirio debbono far valere di più la nostra voce nella Capitale. Contiamo poco a Roma e questo valeva anche con altre maggioranze a Palazzo Chigi, quindi anche con il centro sinistra. La popolazione invecchia, disperdiamo giovani e ci sono i precari all’Università».
Proposte concrete?
«Ottenere che il Piemonte diventi una Zes, cioè una “zona economica speciale”: è stata concessa alle Marche e all’Umbria, noi siamo un po’ l’ultimo vagone del Nord. Insomma, dobbiamo smetterla con la ritrosia dei nobili decaduti che temono di far vedere che hanno le scarpe bucate…».
Ci consoliamo con l’industria bellica aeronautica che però ci confonde: perdiamo di vista l’etica?
«L’industria aerospaziale e della difesa è un problema se assorbe risorse per l’auto e ci fa spendere denaro che sottraiamo a istruzione, sanità e altri settori per far piacere a Trump. Però diciamolo chiaro: l’aerospazio non potrà mai sostituire l’automotive».
Lei è appena tornato dal Wangdong in Cina dove ha visitato gli impianti di molte case automobilistiche. Perché questo viaggio?
«Vedere è sempre diverso. Siamo entrati dentro il nuovo habitat dell’automotive. Chip, dati, batterie, tecnologia avanzata, l’architettura dei veicoli che cambia. Pechino governa ormai il mercato più importante del mondo con 30 milioni di veicoli».
Il nostro futuro sarà anche targato Cina?
«Non possiamo diventare solo compratori. I cinesi intendono insediarsi anche qui e bisognerebbe orientare il processo, sennò diventeremo terra di conquista».
Voi dite: la politica si muova.
«Tutto passa dai rapporti tra governi, non dalle industrie. Quando eravamo laggiù è arrivato per la quarta volta il premier spagnolo. Che se ne torna in Europa sempre con qualche risultato. Si discute tra Stati all’inizio. Se non hai progetti, subisci. Laggiù ci sono 124 marchi, l’Italia – e il Piemonte – hanno un solo produttore e non basta più. Producevamo 1,5 milioni di veicoli, adesso 300mila: questa è la situazione».
Che significa per il nostro territorio?
«Essere seriamente consapevoli che Stellantis non basta più a saturare la capacità produttiva degli stabilimenti. Dobbiamo attrarre, grazie al sistema che possediamo. I cinesi debbono poter produrre un’auto completa da noi. La metà della componentistica italiana dell’automotive sta in Piemonte, con know-how e manodopera specializzata. Vogliamo giocarci bene questa carta?».
Queste produzioni avranno poi bisogno di operai o utilizzeranno androidi?
«Io non li ho visti in Cina, anche se ci hanno detto che li stanno sperimentando. Gli addetti vengono utilizzati molto nel controllo delle macchine. Ma questa potrebbe essere una ulteriore chance, considerata anche la nostra vocazione meccatronica. Perché si potrebbe sviluppare una industria dell’automazione finalizzata all’automotive».
Insomma, il settore dell’auto non è morto e resta fondamentale.
«Io sono convinto che da noi, senza automotive, non si possa pensare a un futuro stabile e strutturato della manifattura. Certo, vanno potenziati e sviluppati gli altri settori. Ma un’industria dell’auto forte, oltre a sostenere l’indotto è anche basilare per il futuro pensionistico. Per questo con la Cina non si può restare imbambolati: l’evoluzione e il futuro vanno gestiti con intelligenza dalla classe politica».
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