Agrivoltaico in Italia: da settore sperimentale ad asset industriale
Ora l’agrivoltaico fa sul serio. Sia come tecnologia per aumentare la produzione di energia rinnovabile, sia come modello capace di generare valore economico e ambientale lungo più filiere, con ricadute dirette sulle comunità locali. Anche perché, nel frattempo, il quadro regolatorio ha iniziato a riconoscerne il peso e il ruolo.
In uno scenario al 2030, quindi in un orizzonte ormai ravvicinato, la prospettiva è di generare quasi 12 miliardi di euro di benefici complessivi per il sistema Italia e circa 19mila occupati stabili, distribuiti lungo tre filiere – agricola, elettrica e tecnologica – a fronte dell’installazione di circa 7,7 GW di agrivoltaico avanzato. Impianti che nella pratica adottano configurazioni “elevate” per consentire l’uso agricolo dei terreni, tra cui rientrano anche quelli finanziati dal Pnrr.

A ricordarlo sono le analisi di Althesys, condotte per Aias – associazione italiana per l’agrivoltaico sostenibile, presentate durante La giornata dell’agrivoltaico 2026, organizzata da Anie Rinnovabili. Dati già noti, che fotografano bene però un settore che da sperimentale, spesso confinato a progetti pilota, è diventato negli ultimi anni un asset industriale del fotovoltaico. Lo certificano gli investimenti, passati da circa 2 miliardi di euro nel 2021 a oltre 17 miliardi nel 2024, con una crescita media annua superiore al 100%.

La dinamica è europea. La mappatura aggiornata di SolarPower Europe censisce oltre 200 progetti agrivoltaici e agrisolari attivi in almeno dieci Paesi, per una capacità complessiva superiore a 15 GW, a testimonianza di un mercato in rapida strutturazione industriale. La Francia rappresenta uno dei contesti più maturi: l’agrivoltaico è stato integrato nelle politiche agricole ed energetiche nazionali e il mercato è atteso crescere a un ritmo di 1–2 GW di nuova capacità all’anno a partire dal 2026. In Germania, l’agrivoltaico è incluso nei meccanismi di incentivazione del fotovoltaico attraverso il Renewable Energy Act (Eeg). I Paesi Bassi si distinguono invece sul piano tecnologico, soprattutto per le applicazioni nelle coltivazioni ad alta intensità, grazie al ruolo dei centri di ricerca e ai programmi pubblici di innovazione agricola.
Anche in Italia la pipeline conferma il forte interesse del mercato. Nel solo 2024 l’agrivoltaico ha rappresentato quasi il 30% delle operazioni censite nel solare, mentre le richieste di autorizzazione cumulate tra il 2021 e il 2025 hanno superato i 60 GW.

I dati del Pnrr mostrano una dimensione ormai industriale: alla chiusura della prima finestra del bando, nel settembre 2024, sono state presentate 643 richieste di finanziamento, per oltre 1,7 GW di potenza e 920 milioni di euro di contributi richiesti, a fronte di uno stanziamento pari a 1,1 miliardi. Nel 2025 il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) ha riaperto i termini del bando fino al 30 giugno, con l’obiettivo di sostenere la realizzazione di 1,04 GW di nuovi impianti entro il 2026. Gli aggiornamenti pubblicati nel corso del 2025 indicano la selezione di oltre 700 progetti, per una capacità complessiva prossima ai 2 GW.
Resta però aperto il nodo economico. Nei meccanismi di incentivazione più recenti, come il Fer X, l’agrivoltaico parte in svantaggio rispetto al fotovoltaico a terra convenzionale. Il costo livellato dell’energia (Lcoe) si colloca tra 60 e 70 euro per MWh, a fronte di valori medi inferiori per il fotovoltaico tradizionale. Non a caso, nei contingenti Fer X con esito a fine 2025, i progetti agrivoltaici ammessi sono stati pochi. Con l’esaurirsi della spinta del Pnrr, la sostenibilità economica di lungo periodo diventa quindi un passaggio decisivo.
Sul fronte regolatorio, il 2025 ha segnato un punto di svolta. Con il decreto-legge 175 e il correttivo al Testo unico sulle fonti rinnovabili, l’ordinamento italiano ha introdotto una definizione di rango primario di impianto agrivoltaico, chiarendo che i moduli devono essere collocati in “posizione adeguatamente elevata”, senza fissare un vincolo rigido sull’altezza. Un approccio più flessibile, calibrato sulle diverse colture e sulle attività pastorali. Restano tuttavia alcune criticità, secondo Anie Rinnovabili: dal vincolo dell’80% della Produzione lorda vendibile (Plv) al concetto di terreni di “valore agricolo elevato”, fino alla soglia della percentuale di suolo agricolo utilizzabile, che può variare tra lo 0,8 e il 3%.
A queste incertezze si aggiunge l’impatto delle nuove disposizioni sull’individuazione delle aree idonee. La recente revisione del quadro regolatorio ha ristretto in modo significativo le superfici considerate compatibili con l’installazione di impianti agrivoltaici, con il rischio di mettere in difficoltà alcune Regioni e di complicare il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo delle rinnovabili.
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